Get Adobe Flash player

Piccola antologia critica sull'imperialismo

L’IMPERIALISMO

1.
L’imperialismo aggressivo, che costa così caro al contribuente, che è di così scarso valore al produttore e al commerciante, che è causa di così gravi e incalcolabili pericoli per i cittadini, è invece una fonte di grandi guadagni per l’investitore che non riesce a trovare in patria impieghi profittevoli per il suo capitale e insiste che il governo lo aiuti per poter fare investimenti redditizi e sicuri all’estero. E se ora, avendo in mente le enormi spese per armamenti, le guerre rovinose, l’impudenza o la frode diplomatica con cui i governi moderni cercano di estendere il loro potere territoriale, poniamo la semplice e pratica domanda: cui bono?, la prima e più ovvia risposta è: l’investitore. [...] Gli investitori, che hanno collocato il loro denaro in terre straniere a condizioni che tengono pieno conto dei rischi connessi con la situazione politica del paese in cui investono, desiderano però usare le risorse del nostro governo per minimizzare questi rischi e aumentare così il valore del capitale e gli interessi sui loro investimenti privati. Non solo, la classe degli investitori e degli speculatori in generale desidera anche che la Gran Bretagna prenda altre terre straniere sotto la sua bandiera in modo da assicurarsi nuove aree per investimenti e speculazioni profittevoli.
Se è probabile che gli interessi particolari dell’investitore si scontrino con l’interesse pubblico e portino a una politica rovinosa, ancor più pericolosi a questo riguardo sono gli interessi particolari del finanziere, cioè di chi compra e vende i titoli di investimento. Infatti un gran numero dei piccoli investitori, per ragioni di affari e per politica, si comportano in larga misura come pedine delle grandi case finanziarie, che usano titoli e azioni non tanto come investimenti per ricavarne un interesse, quanto come strumenti di speculazione nel mercato del denaro. I magnati della borsa trovano il loro guadagno nel maneggiare grandi quantità di titoli e azioni, nel lanciare nuove società, nel manipolare le fluttuazioni dei valori dei titoli. Questi grandi interessi finanziari – le operazioni bancarie, quelle di intermediazione, il resoconto, il lancio dei prestiti, la promozione di nuove società – formano il nucleo centrale del capitalismo internazionale. Uniti dai più forti legami organizzativi, sempre nel più stretto contatto l’uno con l’altro e pronti a ogni rapida consultazione, situati nel cuore della capitale economica di ogni Stato, controllati, per quanto riguarda l’Europa, principalmente da uomini di una razza particolare, uomini che hanno dietro di sé molti secoli di esperienza finanziaria, questi grandi interessi finanziari sono in una posizione unica per manipolare la politica delle nazioni. [...]
La ricchezza di queste aziende finanziarie, l’ampiezza delle loro operazioni e la loro organizzazione cosmopolita fa di loro i principali determinanti della politica imperialista. Essi hanno gli interessi maggiori negli affari economici dell’imperialismo, e hanno anche i mezzi per piegare al loro volere la politica della nazione.
Se si considera la parte che fattori non-economici come il patriottismo, lo spirito d’avventura, le imprese militari, l’ambizione politica e la filantropia giocano nell’espansione imperiale, potrebbe sembrare che la nostra tesi di attribuire ai finanzieri un’influenza politica così grande sia viziata da una visione della storia orientata troppo strettamente dai fatti economici. Ed è vero che la forza motrice dell’imperialismo non è principalmente finanziaria; la finanza piuttosto è il guidatore del motore imperiale, capace di dirigerne le energie e di determinarne il funzionamento, ma non è il carburante del motore, né è essa che ne sprigiona la forza meccanica. La finanza manipola le forze patriottiche di politici, soldati, filantropi e agenti di commercio: l’entusiasmo per l’espansione che proviene da queste fonti, per quanto forte e genuino, è anormale e cieco; mentre l’interesse finanziario ha quelle qualità di concentrazione e di previsione di calcolo che sono necessarie per far funzionare l’imperialismo. Uno statista ambizioso, un soldato di frontiera, un missionario pieno di zelo, un commerciante intraprendente possono suggerire o perfino iniziare un passo di espansione imperiale, possono collaborare per istruire l’opinione pubblica patriottica sull’urgente bisogno di un nuovo avanzamento; ma la decisione finale rimane al potere finanziario. [...]
Questa è la rassegna delle forze economiche che vogliono l’imperialismo: un ampio gruppo di attività economiche e professionali in cerca di affari vantaggiosi e di occupazioni lucrose tramite l’espansione dell’esercito e della burocrazia, le spese per le operazioni militari, l’apertura di nuovi tratti di territorio e dei commerci che ciò favorisce, e tramite la fornitura del nuovo capitale che queste operazioni richiedono; tutte queste forze trovano il loro principale elemento di guida e di direzione nel potere dell’alta finanza.
Il gioco di queste forze non appare apertamente. Esse sono essenzialmente parassiti del patriottismo e trovano protezione dietro la sua bandiera. In bocca ai loro rappresentanti vi sono nobili frasi, che esprimono il desiderio di estendere l’area della civiltà, stabilire il buon governo, convertire alla cristianità, estirpare la schiavitù ed elevare le razze inferiori. Alcuni di questi uomini d’affari che parlano un tale linguaggio possono avere un genuino desiderio, che tuttavia di solito è assai vago, di ottenere questi scopi; ma essi sono principalmente occupati nei loro affari, e non ignorano l’utilità di avere dalla loro parte forze disinteressate per far avanzare i loro fini. (John Atkinson Hobson, L’imperialismo, Milano, Isedi, 1974 [ma 1902] [Classici dell’economia politica, 12], pp. 50-55).

2.
Il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune qualità fondamentali del capitalismo cominciarono a mutarsi nel loro opposto, quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso a un più elevato ordinamento economico e sociale. In questo processo vi è di fondamentale, nei rapporti economici, la sostituzione dei monopoli capitalistici alla libera concorrenza. La libera concorrenza è l’elemento essenziale del capitalismo e della produzione mercantile in generale; il monopolio è il diretto contrapposto della libera concorrenza. Ma fu proprio quest’ultima che cominciò, sotto i nostri occhi, a trasformarsi in monopolio, creando la grande produzione, eliminando la piccola industria, sostituendo alle grandi fabbriche altre ancor più grandi, e spingendo tanto oltre la concentrazione della produzione e del capitale, che da essa sorgeva e sorge il monopolio, cioè i cartelli, i sindacati, i trust, fusi con il capitale di un piccolo gruppo, di una decina di banche che manovrano miliardi. Nello stesso tempo i monopoli, sorgendo dalla libera concorrenza, non la eliminano ma coesistono, originando così una serie di aspre e improvvise contraddizioni, di attriti e conflitti. Il sistema dei monopoli è il passaggio del capitalismo a un ordinamento superiore nell’ economia.
Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterrebbe l’essenziale, giacché da un lato il capitale finanziario è il capitale bancario delle poche grandi banche monopolistiche fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e d’altro lato la ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale, estendendosi senza ostacoli ai territori non ancor dominati da nessuna potenza capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della superficie terrestre definitivamente ripartita.
Ma tutte le definizioni troppo concise sono bensì comode, come quelle che compendiano l’essenziale del fenomeno in questione, ma si dimostrano tuttavia insufficienti, quando da esse debbono dedursi i tratti essenziali del fenomeno da definire. Quindi noi – senza tuttavia dimenticare il valore convenzionale e relativo di tutte le definizioni, che non possono mai abbracciare i molteplici rapporti, in ogni senso, del fenomeno in pieno sviluppo – dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè:
- la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
- la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo capitale finanziario, di un’ oligarchia finanziaria;
- la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
- il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
- la compiuta ripartizione della Terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici. [...]
Abbiamo visto come l’imperialismo, per la sua natura economica, sia capitalismo monopolistico. Già questo solo fatto basta a determinare la posizione storica dell’imperialismo, giacché il monopolio, nato sul terreno della libera concorrenza, e propriamente appunto dalla libera concorrenza, è il passaggio dall’ordinamento capitalista a un più elevato ordinamento sociale ed economico. Si devono distinguere particolarmente quattro tipi principali di monopolio o quattro principali manifestazioni del capitalismo monopolistico che caratterizzano il corrispondente periodo.
Primo: il monopolio sorse dalla concentrazione della produzione in uno stadio assai elevato di essa. Si formarono allora le associazioni monopolistiche di capitalisti: cartelli, sindacati e trust. Abbiamo già veduto quale enorme funzione essi compiano nell’attuale vita economica. Al principio del secolo XX essi acquistarono l’assoluta prevalenza nei paesi progrediti: e se i primi passi sulla via della cartellizzazione furono compiuti da paesi con alti dazi protettivi (Germania, America), tuttavia poco tempo dopo anche l’Inghilterra, con tutto il suo sistema di libertà commerciale, mostrava lo stesso fenomeno fondamentale: il sorgere dei monopoli dalla concentrazione della produzione.
Secondo: i monopoli condussero all’accaparramento intensivo delle principali sorgenti di materie prime, specialmente nell’industria più importante e più cartellata della società capitalistica, quella siderurgico-mineraria. Il possesso monopolistico delle più importanti sorgenti di materia prima ha aumentato immensamente la potenza del grande capitale e acuito l’antagonismo tra l’industria dei cartelli e l’industria libera.
Terzo: i monopoli sorsero dalle banche. Queste si trasformarono da modeste imprese di mediazione in detentrici monopolistiche del capitale finanziario. Tre o cinque grandi banche, di uno qualunque tra i paesi più evoluti, attuarono l’unione personale del capitale industriale e bancario, e concentrarono nelle loro mani la disponibilità di miliardi e miliardi che costituiscono la massima parte dei capitali e delle entrate in denaro di tutto il paese. La più cospicua manifestazione di tale monopolio è l’oligarchia finanziaria che attrae, senza eccezione, nella sua fitta rete di relazioni di dipendenza tutte le istituzioni economiche e politiche della moderna società borghese.
Quarto: il monopolio sorse dalla politica coloniale. Ai numerosi ‘antichi’ moventi della politica coloniale, il capitale finanziario aggiunse ancora la lotta per le sorgenti di materie prime, quella per l’esportazione di capitali, quella per le ‘sfere d’influenza’, cioè per le regioni che offrono vantaggiosi affari, concessioni, profitti monopolistici ecc., e infine la lotta per il territorio economico in generale. Quando per esempio le potenze europee occupavano con le loro colonie solo una decima parte dell’Africa, come era il caso ancora nel 1876, la politica coloniale poteva allora svolgersi in forma non monopolistica, nella forma, per così dire, di una ‘libera presa di possesso’ di territorio. Ma allorché furono occupati già nove decimi dell’Africa (verso il 1900), allorché fu terminata la divisione del mondo, allora, com’era inevitabile, s’iniziò l’età del possesso monopolistico delle colonie, e quindi anche di una lotta particolarmente intensa per la partizione e ripartizione del mondo.
É noto a tutti quanto il capitale monopolistico abbia acuito tutti gli antagonismi del capitalismo. Basta accennare al rincaro dei prezzi e alla pressione dei cartelli. Questo inasprimento degli antagonismi costituisce la più potente forza motrice del periodo storico di transizione, iniziatosi con la definitiva vittoria del capitale finanziario mondiale. (Vladimir Ilic Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, Roma, Editori Riuniti, 1970 [ma 1917], pp. 127-129, 165-166).

3.
La crescente elasticità e capacità di adattamento del capitalismo non comportano una sua infinita possibilità di esistenza e di crescita, ma solamente fanno sì che un eventuale mutamento dei rapporti di forza tra le classi, talmente vasto da tradursi in una catastrofe politica e sociale, non si traduce necessariamente anche in una catastrofe economica, permettono cioè che il passaggio dal capitalismo al socialismo si attui senza un crollo economico.
Se si considera questo grado già oggi elevato di elasticità e di adattabilità del capitalismo, dal fatto che l’imperialismo trova le sue potenti spinte economiche nel capitalismo, non si potrà più trarre senz’altro la conclusione pura e semplice che l’imperialismo è inevitabile finché esiste il modo capitalistico di produzione, e che perciò è assurdo volergli resistere nell’ambito di questo modo di produzione [...].
L’imperialismo è soltanto un problema di potere, non di necessità economica. Non solo esso non è necessario alla vita economica capitalistica, ma la sua importanza per essa viene spesso da più parti troppo sopravvalutata.
Si può dimostrare, anzitutto, che esso non rappresenta l’unica forza propulsiva dell’espansionismo degli stati; in secondo luogo, che la stessa politica coloniale, proprio nei suoi fenomeni più rilevanti, non è di origine imperialistica; in terzo luogo, infine, che la politica di potenza dell’imperialismo, ben lungi dall’essere indispensabile per lo sviluppo economico dell’imperialismo, già oggi rappresenta, tra i metodi dell’espansione capitalistica, solamente quello più costoso e più pericoloso, ma non il più efficace, e che oltre ad esso vengono impiegati altri metodi che hanno un’importanza economica ben più rilevante.
Comunque possano configurarsi i rapporti di forza nel corso di questa guerra, e quale che sia la forma che assumerà la situazione di pace sulla base di tali rapporti di forza, una cosa è certa: l’imperialismo è in crisi. Esistono soltanto due vie d’uscita: o si riesce a dominarla e a dare alle condizioni di pace la forma suddetta (nessuna annessione e disarmo), oppure i fattori imperialistici si mostrano più forti e allora anche le condizioni di pace saranno conformi.
In tal caso il mondo viene spartito tra le potenze capitalistiche e l’imperialismo entra in un nuovo stadio. Finora esso mirava ad espandersi attraverso l’occupazione di territori cosiddetti liberi, cioè territori di democrazia primitiva non ancora annessi da alcuno stato capitalistico, innescando così una guerra mondiale. [...]
Le tendenze espansionistiche degli stati odierni non sono affatto determinate esclusivamente dalle necessità del capitale industriale [...]; queste stesse tendenze si sviluppano in maniera ottimale, proprio nei territori agrari più importanti per il capitale, ricorrendo non ai metodi violenti del capitalismo ma a quelli della pacifica democrazia.
Occorre aggiungere ancora che l’espansione territoriale dello Stato non è affatto l’unico o anche solo il più importante mezzo per aumentare l’esportazione di mezzi e di capitali. (Karl Kautsky, Stato nazionale, stato imperialista e confederazione di stati [1919], in Id., L’imperialismo, a cura di Luca Meldolesi, Roma-Bari, Laterza, 1980 [Libri del tempo, 171], pp. 151-153, 215-217).

4.
L’imperialismo è una forma di atavismo. Esso rientra nel vasto gruppo di quelle sopravvivenze di epoche remote, che hanno una parte così importante in ogni situazione sociale concreta; di quegli elementi di ogni situazione sociale concreta che si spiegano con le condizioni di vita non già del presente, ma del passato, e quindi, dal punto di vista della interpretazione economicista della storia, con modi di produzione non attuali ma trascorsi. È un atavismo della struttura sociale e, insieme, delle abitudini psichiche e individuali di reazione emotiva. Poiché le esigenze vitali che l’hanno generato si sono per sempre esaurite, anch’esso deve a poco a poco scomparire, benché ogni complicazione bellica, sia pure di carattere non-imperialistico, tenda a ravvivarlo. Deve scomparire come elemento strutturale, perché la struttura sulla quale si basava volge al declino cedendo il posto, nel processo di sviluppo sociale, ad altre strutture che non le lasciano spazio e che eliminano i fattori di potere sul cui fondamento essa si ergeva; deve scomparire come elemento di reazioni emotive abituali, a causa del moto di crescente razionalizzazione della vita e della psiche collettiva, per cui antiche esigenze funzionali vengono assorbite da nuovi compiti attraverso un mutamento di funzione di energie fino allora guerresche. Ne segue, se la nostra teoria è giusta, che i casi di imperialismo devono perdere in intensità quanto più si manifestano in una fase tardiva della storia di un popolo e di una cultura. I nostri esempi più recenti di imperialismo dai tratti chiari e inconfondibili sono offerti dalle monarchie assolute del secolo XVIII [...]. È dallo stato monarchico assoluto che la nostra era ha ereditato le tendenze imperialistiche di cui dà ancora prova. E l’imperialismo delle monarchie assolute fiorì prima della Rivoluzione industriale che ha generato il mondo moderno, o meglio prima che le sue conseguenze cominciassero a farsi sentire in tutti i campi. [...]
In un mondo puramente capitalistico, quella che era energia nella guerra si ridurrebbe a semplice energia nel lavoro, in ogni sorta di lavoro. E le guerre di conquista e le avventure di una politica estera attivistica apparirebbero nella luce di perturbamenti sgradevoli, distruttivi del senso della vita; di aberrazioni dei compiti ritenuti ‘veri’ in quanto e perché abituali. Perciò un mondo puramente capitalistico non potrebbe essere un terreno di coltura di impulsi imperialistici. Potrebbe mantener vivi [...] interessi all’espansione imperialistica; ma il punto è che i suoi esponenti avrebbero per natura una disposizione non-bellicistica. (Joseph Alois Schumpeter, Sociologia dell’imperialismo, Bari, Laterza, 1972 [ma 1919], [Libri del tempo, 129], pp. 70-71).

5.
«In prima linea la nazione vuole soprattutto potere (apparente o reale che sia). Il modo di vivere del piccolo stato viene aborrito, come stato d’infamia dal quale si è appena usciti; agli individui pieni di attività non basta più operare per esso; si vuole appartenere soltanto a qualcosa di grande, e così si rivela chiaramente che il primo fine è la potenza e che la cultura è soltanto un fine del tutto secondario. Più specialmente si vuoI fare valere verso l’esterno la volontà generale, a dispetto di altri popoli» (Jacob Burkhardt). Queste parole si riferivano innanzitutto al Reich tedesco appena fondato, ma possono acquistare valore generale anche per gli sviluppi successivi. Già nelle crisi diplomatiche degli anni Ottanta emerse con grande evidenza la forza esplosiva di tale nazionalismo. Ma per lo sviluppo storico dell’Europa fu decisivo il fatto che in pochi anni in queste nazioni si esasperò a vero e proprio imperialismo. Ora ai popoli non bastava più la sola affermazione nazionale in campo europeo; si aspirava a diventare potenze d’oltremare. Nei decenni successivi ebbe luogo quindi una lotta accanita fra le nazioni europee per la conquista di territori coloniali d’oltremare. La penetrazione politica ed economica nelle aree del globo ancora sottosviluppate era considerato il grande compito nazionale dell’epoca. [...]
Si dovrà dire che motivi economici, sia primari che derivati, hanno contribuito all’incremento delle passioni imperialistiche del tempo solo in connessione con aspettative politiche e a nostalgie di tinta nazionalistica. Solo nella tensione di rivalità nazionali il capitalismo moderno ha sviluppato tratti imperialistici. Le cause primarie dell’imperialismo di quest’epoca sono da ricercare nel nazionalismo proprio di quei ceti che emersero nel corso dello sviluppo della società industriale, e non nei bisogni apparentemente obiettivi di espansione capitalistica verso mercati transoceanici. [...]
L’idea imperialistica costituiva un corpo estraneo in seno alla tradizionale ideologia liberale. (Wolfgang J. Mommsen, L’età dell’imperialismo. Europa 1885-1918, Milano, Feltrinelli, 1970 [Storia universale, 28], pp. 19, 23, 26).

6.
L’influenza europea col tempo venne a concretarsi nell’instaurazione di colonie in quasi tutte le regioni dell’Africa, dell’Asia e del Pacifico. Perché, però, ciò si verificò, e perché solo in alcune zone e non in altre? Ci sono due modi di affrontare il problema. Uno è quello di chiedersi se la ‘supremazia di fatto’ finì, col tempo, col dimostrarsi insoddisfacente per gli europei attivi alla periferia, che richiesero un controllo politico più diretto per difendere i propri interessi, economici o extraeconomici. L’altro è di vedere invece se le cose alla periferia si deteriorarono in misura tale da costringere i governi europei ad affrontare crisi incipienti o effettive, quale che fosse l’atteggiamento che si erano prefissi di assumere. Come può lo storico analizzare meglio i fatti seguendo questi due approcci?
Per affrontare per prima la questione dell’atteggiamento europeo verso i problemi periferici, è possibile che un approccio basato su questi criteri possa rendere alcune spiegazioni ‘eurocentriche’ dell’imperialismo più credibili. Un punto debole fondamentale di queste teorie sta nel fatto che ipotizzavano pressioni esplicite per l’acquisizione di colonie difficili da dimostrare. Ma se ribaltiamo la relazione tra causa ed effetto e cerchiamo di stabilire se l’imperialismo possa essere stato il risultato di una reazione alle insoddisfacenti condizioni della periferia, queste ipotesi possono divenire più plausibili. Commercianti che non avevano mai ritenuto prima che le colonie tropicali potessero essere particolarmente importanti sul piano commerciale potevano così assumere atteggiamenti imperialistici quando i loro mercati africani o asiatici, esistenti o potenziali, venivano minacciati da ostacoli frapposti dai governi locali o da altri stati europei. I capitalisti europei, che guardavano alle possibilità di investimento in tutto il mondo in base a considerazioni non politiche potevano poi richiedere interventi politici, e perfino l’annessione coloniale, se un governo indigeno non onorava i prestiti ottenuti da banche europee. Gli imprenditori attivi all’estero potevano anch’essi gradire interventi imperialistici se non erano altrimenti in grado di ottenere condizioni politiche soddisfacenti per le loro piantagioni, miniere e così via. Ciò è molto diverso dal dire che i commercianti o i capitalisti volevano le colonie perché rappresentavano una condizione necessaria per l’espletamento delle loro attività; ma mette in luce come il mondo degli affari potesse in certe circostanze preferire l’instaurazione di colonie al mero controllo di fatto. Considerazioni analoghe possono aver influenzato statisti o nazionalisti europei. Anche se dapprima forse non entusiasti per l’espansione coloniale essi potevano poi ritenere che le mutevoli condizioni alla periferia minacciassero interessi nazionali, reali o presunti. In breve, e senza valutare ora le ipotesi sulle quali si basano, si possono rivalutare alcuni elementi nella maggior parte delle spiegazioni ‘eurocentriche’ dell’imperialismo ribaltando i loro presupposti. Si può spiegare l’imperialismo europeo come una reazione di commercianti, banchieri, uomini di Stato e fanatici nazionalisti ai mutamenti periferici che resero difficile o addirittura impossibile conservare un controllo solo di fatto di certe aree negli ultimi decenni dell’Ottocento. [...]
É evidente che verso il 1880 numerosi problemi periferici, scaturenti tutti da condizioni locali e dissimili, richiesero contemporaneamente l’intervento o decisioni delle potenze europee interessate. Il fatto importante è che, per la prima volta nella storia moderna, questi problemi locali erano così diffusi e le potenze europee interessate così numerose, che collettivamente rappresentarono una crisi generale nei rapporti tra Europa e il mondo meno sviluppato. Non sarebbe giustificato storicamente l’asserire che il risultato avrebbe potuto essere solo una colonizzazione rapida e universale, perché in passato molti problemi analoghi di carattere locale erano stati affrontati isolatamente e non avevano comportato una corsa generale alle colonie. La vera novità degli anni intorno al 1880 fu quindi che in quel caso i governanti europei adottarono soluzioni politiche attive e generali e non palliativi. Come mai? I sostenitori di spiegazioni ‘globali’ dell’imperialismo hanno insistito, naturalmente, sulla inevitabilità di questa decisione: gli uomini di stato dovettero procedere alle annessioni per soddisfare i bisogni della nazione nel settore degli investimenti, per assicurarsi fonti di materie prime, mercati e così via. Gli elementi disponibili suggeriscono però che le decisioni vennero prese con molta più esitazione di quanto ci si sarebbe potuto aspettare da uomini che operavano essendo sottoposti a pressioni enormi o con obiettivi chiari. In realtà l’imperialismo dei primi anni del decennio 1880-1890 consistette piuttosto nella somma di una serie di soluzioni ad hoc, in gran parte non collegate tra loro, di problemi diversi, che acquisivano il loro significato collettivo solo venendo viste retrospettivamente come un tutto.
Non ci si deve però rifugiare nell’oscurantismo. Anche se gli statisti, i mercanti, i banchieri, i missionari e gli esploratori non avevano una visione chiara dell’impero come un tutto e inseguivano a tentoni soluzioni frammentarie di problemi specifici, alla base dell’intero processo c’era un elemento innegabile di determinismo storico. Queste molteplici crisi e il momento in cui si verificarono furono semplicemente i sintomi di un profondo mutamento nella patologia dei rapporti internazionali. La crisi mondiale era reale e una soluzione andava trovata. Intorno al 1880 c’era uno squilibrio fondamentale tra l’Europa e la maggior parte delle aree del mondo meno sviluppato. Mai nessun continente aveva avuto un vantaggio così immenso nei rapporti di forza con gli altri, né aveva avuto contatti così stretti con loro. I due poli non potevano non generare una nuova sintesi. Sarebbe errato sostenere che questa avrebbe necessariamente dovuto essere l’imposizione di colonie: in realtà una tutela di fatto basata su trattati rappresentò una soddisfacente alternativa permanente in molte parti del mondo, e venne sperimentata in varie zone che divennero più tardi dipendenze in senso proprio. Ma ciò richiedeva circostanze particolarmente favorevoli. Quando queste non esistevano ‒ per esempio quando gli stati indigeni erano troppo deboli per assicurare un quadro soddisfacente all’attività europea e quando la rivalità tra stati europei era eccessiva ‒ l’annessione unilaterale sembrava la soluzione migliore e forse l’unica soddisfacente.
Ciò implica forse che il governo imperiale venne imposto in ogni caso per il motivo, in buona parte negativo, che le potenze europee non erano in grado di affrontare collettivamente i problemi di comune interesse? Non c’era alcun desiderio di possedere colonie come mezzo necessario a raggiungere specifici obiettivi nazionali in territorio estero? Gli elementi esaminati sopra indicano che questo desiderio esisteva, ma era assai meno comune o importante verso il 1880, prima che l’annessione unilaterale divenisse la tecnica corrente, di quanto non si sia ritenuto comunemente. Le richieste più decise per l’imposizione di colonie provennero, in questo periodo, da una piccola minoranza di intellettuali imperialisti del continente che, prendendo a modello le colonie inglesi d’insediamento e l’India, ritenevano che la piena annessione dei territori esteri allo Stato fosse un requisito essenziale per poterli utilizzare per gli scopi che ci si erano prefissi (l’emigrazione, la produzione di piantagioni, la creazione di mercati protetti e così via). Dopo il 1890 l’orgoglio del possesso divenne una forza aggiuntiva operante a favore del controllo formale, dato che i sentimenti popolari furono, a vari intervalli, sciovinistici. Ma nel decennio cruciale dopo il 1880, quando la spartizione ebbe luogo, è difficile identificare molti casi in cui l’annessione può esser fatta risalire all’opinione decisa di un uomo di stato europeo che solo il possesso assoluto - e nulla meno di quello - avrebbe servito gli interessi nazionali. Prescindendo da quanto abbiano potuto dire dopo per razionalizzare e giustificare la propria politica, la maggior parte degli uomini di governo ritennero necessario formare degli imperi, perché la marea degli eventi li spinse lontano da tutte le soluzioni alternative, al centro di crisi della periferia che si andavano facendo sempre più gravi. II colonialismo non era una aspirazione, ma una soluzione obbligata. [...]
Le condizioni che produssero la rapida espansione degli Imperi europei tra il 1880 e il 1890 e negli anni successivi si vennero a determinare evolvendo per periodi di tempo molto lunghi, anche se diversi da un’area all’altra. In termini molto generali le relazioni esistenti tra europei e non europei stavano diventando intrinsecamente instabili e sembra chiaro retrospettivamente che era necessaria una qualche forma di riassetto. Allo stesso tempo il proliferare delle attività europee nel mondo esterno, specialmente nelle zone in cui le strutture politiche erano insufficienti a mantenere l’ordine tra gli europei rivali, faceva sorgere l’urgenza di controlli efficaci. La risultante di queste e di altre forze fu che verso il 1880 c’era un numero cospicuo di aree di tensione o in crisi nelle quali era coinvolto un numero senza precedenti di potenze europee. Questi problemi avrebbero potuto essere risolti in altri modi, ma in effetti le potenze ritennero opportuno o necessario risolverne molti con la divisione territoriale e il possesso più o meno formale.
Se adottiamo questa interpretazione generale c’è poco da discutere sulla relativa importanza causale dei fattori ‘eurocentrici’ o ‘periferici’ nel produrre l’espansione coloniale. Anche se gli atteggiamenti europei vennero spesso influenzati da forze interne, i fatti suggerirono che gli interventi di solito iniziarono piuttosto come reazione a problemi o occasioni determinatisi alla periferia, che non come il risultato di una deliberata politica imperialistica. Tra il 1890 e la fine del secolo questo rapporto tra influenze esterne e interne mutò, quando i governanti e l’opinione pubblica europei cominciarono a ritenere che ogni stato dovesse avanzare le proprie rivendicazioni o veder danneggiare gli interessi del paese. Ma questo tipo di imperialismo metropolitano derivava dall’esperienza del decennio precedente più che dall’assoluto bisogno dell’Europa di colonie. In termini generalissimi dobbiamo concludere che l’Europa fu spinta all’imperialismo dalla forza magnetica della periferia. (David Kenneth Fieldhouse, L’età dell’imperialismo (1830-1914), Roma-Bari, Laterza, 1975, pp. 94-95, 539-542).

Questo sito fa uso di cookies di terze parti (Google e Histats) oltre che di cookies tecnici necessari al funzionamento del sito . Per proseguire la navigazione accettate esplicitamente l'uso dei cookies cliccando su "Avanti". Per avere maggiori informazioni (tra cui l'elenco dei cookies) cliccate su "Informazioni"