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Manfroni, La disciplina dei marinai veneziani nel secolo XIV

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Della marina da guerra veneziana, così gloriosa per imprese più che millenarie, noi conosciamo abbastanza bene la storia esterna, le vittorie, le sconfitte, le ritirate : ma degli ordinamenti interni, specialmente per il periodo medioevale, sappiamo pochissimo, né si potrebbe dire molto di più di quello che or sono tre anni compendiosamente fu esposto da me in questa Rivista.1 Quasi intieramente ci mancano le leggi disciplinari, le ordinanze, le istruzioni, che sarebbero preziosissime. Due sole ordinanze di navigazione furono fin qui pubblicate; una del secolo XV dal Jal, l'altra del XIV dal Fincati;2 ma quest'ultimo nel dare alla luce il documento del 1365, lo credette un'ordinanza militare, scritta da Giacomo Dolfìn per la squadra da guerra da lui comandata, mentre dal contesto appare chiarissimo che si trattava d'una carovana commerciale. E del resto le due ordinanze, all'infuori di alcune multe stabilite pei comandanti che non obbediscono ai segnali della capitana, ben poco contengono per ciò che si riferisce alla legislazione marittima : vi troviamo solo minacciata una grave pena ad libitum per chi bestemmia, la pena di morte per chi al segnale di battaglia si astiene dal!'assaltare il nemico; la confisca dei beni e la prigionìa per chi, dato il segnale della ritirata, non obbedisce.
Queste pene presso a poco corrispondono a quelle contenuti negli Statuti Pisani3 ed a quelle minacciate da Amedeo VI ai suoi marinai durante la spedizione d'Oriente (1366-67); 4 ma per

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tutte le altre colpe, per  le mancanze disciplinari, non si conosceva finora quali norme fossero io uso. E perciò mi sembra degno d'attenzione e di esame un breve documento, da me recentemente scoperto in quella raccolta di pregevoli manoscritti, che il celebre uomo dì mare veneziano, Jacopo Nani, ci ha lasciati e che si conservano in parte nella biblioteca Universitaria, parte nel museo civico di Padova.
Intercalato fra le pagine del primo volume (Cod. Univ. N. 161, voi. 1, pag. 392 e seg.), della Veneta milizia marittima, ho trovato un Sommario di sentenze criminali 1324-1395 appartenenti a cose marittime, che appare copiato da un codice del Secolo XVI, appartenuto al senatore Balbi, e che è certamente lo stesso codice, o una copia di quello, che il Cicogna cita col titolo Registro condannati e dal quale egli tolse il sunto della condanna di Vettor Pisani (Iscriz. Venete, Vol. VI, pag. 793); perché la sentenza contro il celebre capitano della guerra di Chioggia vi è riassunta colle identiche parole.
II sommario contiene una lunga serie di condanne, non di marinai soltanto, ma di consoli, di commercianti, di custodi delle carceri, di operai dell'arsenale, di tutti quelli cioè che avevano relazione col mare; ma per noi importantissime sono circa cinquanta sentenze, che si riferiscono a reati commessi dai marinai. Alcune indicazioni trovate nel sommario mi fecero balenare il dubbio che esso fosse stato compilato colla scorta di documenti ufficiali e dopo qualche indagine nell'archivio di Stato di Venezia riuscii a trovare la fonte; infatti quelle sentenze si ritrovano tutte, e per esteso, nei primi registri dell'Avogarìa di Comun (Raspe, Volumi I, II, III, IV), donde il compilatore trasse il nome dell'accusato, la data, il capo d' accusa, la sentenza, compendiando, eccetto in due o tre casi, con grande esattezza.
II testo del sommario e di quelle fra le sentenze originali che mi sono parse più meritevoli d'esame vedranno la luce fra qualche giorno negli Atti della R. Accademia di Padova; qui mi limito ad una brevissima illustrazione.
Evidentemente i comandanti delle navi e delle squadre avevano a bordo pieni poteri disciplinari, dei quali si servivano secondo i casi, ma dei quali dovevano poi render conto al loro ritorno in patria. Numerosi documenti ci attestano che ai marinai che tentavano di disertare ed erano ripresi si amputava un orecchio, che il capitano poteva far estirpare gli occhi o mettere a morte i disobbedienti o i ribelli, che poteva tenere in ceppi o in catene ovvero punire col digiuno o colla fustigazione i pigri e i ritrosi.
Assai caratteristico è il caso di Domenico Falier, sopraccomito, che

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bastonò un trombettiere, fece torturare un calafato e un servo, e dopo aver tenuto in ceppi un altro sopraccomito, forse meno anziano, Tommaso Barbarigo, insieme col suo comito, con un nocchiero e con alcuni balestrieri, fece a tutti loro strappar gli occhi, non permise che fossero medicati, e li lasciò miseramente perire quasi tutti. Né essi erano colpevoli di grave delitto; che anzi, secondo l'atto di accusa, essi, scambiando la galea del Falier per un legno nemico, le si erano avvicinati in atteggiamento ostile, e dalle risultanze del processo apparve che la colpa dell'errore era tutta del Falier e non del Barbarigo. Ma qui evidentemente si tratta d'una vendetta privata, che forse si riallaccia alla congiura di Marin Faliero, come appare da alcune parole dette dallo stesso Nicolò: e ad ogni modo il Maggior Consiglio, al quale egli fu deferito, lo punì per abuso di potere e lo condannò in contumacia ad essere impiccato fra le due colonne, ordinando che prima gli fossero strappati gli occhi e troncate le mani (Vedi Avogaria, Raspe, Voi. III, f. 62).
Questo caso dunque, mentre mostra che il capitano a bordo aveva potere disciplinare quasi illimitato, ci assicura che dell'uso fatto di questo potere egli doveva render conto stretto; ed è probabile che delle pene inflitte si dovesse tener memoria nel libro de pizzuol (di chiesuola) per le opportune verifiche. Questi libri sono tutti perduti, e perciò ci sfugge un gran numero di sentenze, che sarebbero state preziose.
Quelle poche che ci sono rimaste nei registri dell'Avogarla si riferiscono invece a colpe denunciate dopo il ritorno delle navi in patria, o prima che partissero, ovvero a colpevoli venuti in potere della giustizia, quando già i poteri illimitati dei comandanti erano cessati; e perciò non ci presentano se non un pallido riflesso della disciplina di bordo. Infatti quelle sentenze sono pronunciate da un collegio giudiziario, per natura sua essenzialmente civile, la quarantia criminale per i plebei, il maggior consiglio per i nobili ; né è perciò da meravigliarsi troppo, se di regola quelle sentenze sono più miti di quelle pronunciate a bordo; nè dobbiam credere che esse siano lo specchio fedele delle norme, che vigevano sulle navi. Ma, pur tenendo conto di questa differenza, noi ci imbattiamo in pene così miti per colpe, le quali anche ai nostri giorni sono considerate gravissime e punite severissimamente, che tutte le nostre idee intorno alla rigida disciplina navale ne sono sconvolte.
Quando vediamo, ad esempio, durante la guerra di Venezia alleata col re d'Aragona contro Genova (1351-54) puniti con tre mesi di carcere Menego Compravendi ed altri vogatori di una galea da guerra, appartenenti all'armata di Marco Ruzini, per aver rifiutato di obbedire agli ordini del loro sopraccomito (cioè del capitano della galea), per averlo minacciato a mano armata, averlo obbligato a volger la prora verso un porto, al quale dal capitano generale era stato vietato di approdare, aver infine con grave danno dello Stato condotto la galea al disarmo a Venezia

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mentre si era ordinato che restasse in armamento, restiamo meravigliati e perplessi, e ci domandiamo come mai una colpa, che ai giorni nostri tutti i codici militari puniscono colla morte, fosse invece considerata come una scappatella, un trascorso perdonabile (Avog. Raspe. Vol. II, fasc. III foglio 39).
E si noti che la sentenza è pronunciata, non da un tribunale ordinario, ma da una commissione straordinaria, da una giunta speciale pei provvedimenti di guerra contro Genova, e perciò meglio in grado di apprezzare il danno, che siffatta indulgenza poteva produrre!
Vien perciò fatto di pensare che qualche gravissima ragione di Stato pesasse sulla deliberazione di quel consesso; e la mente corre a quella agitazione, che precisamente a mezzo il secolo XIV e durante la guerra con Genova, si manifestò fra la gente di mare, gli arsenalotti, i padroni di navi e che ebbe il suo epilogo nella congiura di Marin Faliero. Può credersi che l'abile governo Veneto avesse già scorto i prodromi di quella agitazione, e per timore che gli uomini da remo si rifiutassero di imbarcare sull'armata, che stava preparandosi e doveva prendere il mare sotto Nicolò Pisani, con deliberata clemenza verso i ribelli cercasse di calmare il popolo. E forse il Menego Compravendi e i suoi compagni appartenevano a quella categoria di marinai, che si arrolavano spontaneamente per un determinato tempo; e la loro ribellione può attribuirsi al fatto che il solo arrolamento era già scaduto ed essi pretendevano d'aver diritto d'andar a casa: in una parola il fatto avrebbe delle attenuanti; ma, e mal grado di ciò, la straordinaria mitezza della pena riesce sempre inesplicabile.
Ma ecco altri esempi, non meno strani, d'indulgenza.
Nel 1373 ecco sottoposto a processo un timoniere, Tommaso Negro, colpevole d'aver ucciso il comito della galea, cioè il secondo di bordo (che, come è noto, il comandante della galea a Venezia si chiamava sopraccomito) solo perché questi gli aveva dato un urto (unum strapum) vedendo che non eseguiva bene coi timone la manovra ordinatagli. Qui anche la legge criminale comune, il codice De Maleficiis, era esplicita e comminava la pena di morte; l'uccisione poi d'un superiore, in servizio e per causa di servizio, è sempre stata in tutti i codici militari punita colla morte; invece la Quarantia criminale condanna il Negro al bando (Sommario di sent. crim., N. 31. Cfr. Avog. Raspe. Vol. III, fasc. 2°, foglio 39).
Sulla fine della campagna veneto-genovese la Quarantia è chiamata a giudicare una nuova insurrezione a mano armata a bordo di una galea appartenente alla squadra di Nicolò Pisani. Questi aveva ordinato che la galea Veniera restasse a custodia dell'Adriatico, mentre egli colle altre galee tornava a Venezia, ma l'equipaggio si oppose; e uno dei vogatori, Nicoletto Pietro, seguito da molti altri, si gettò colla spada in pugno

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contro il sopraccomito e contro il comito, e colle minacce e colle violenze impadronitosi del governo della galea, la condusse a Venezia. Per un reato così grave, specialmente perché l'insurrezione dì quella galea aveva esposto 1'Adriatico ad un improvviso assalto dei nemici, la perdita dello stipendio ed un anno di carcere sono una pena veramente irrisoria. Non è più l'eccezione, che conferma la regola: ormai le eccezioni sono troppe. (Avog. Raspe. Voi. TI, fase. III, foglio 92 r )
Se dalle galee da guerra passiamo alle galee da mercato, (che erano armate come i legni da guerra, dipendevano da un capitano, che aveva poteri assoluti come i capitani delle armate, e, poiché spessissimo servivano nelle squadre, ne avevano tutte le costumanze, gli ordinamenti e i diritti5) noi vediamo la stessa indulgenza.
Io ho ricordato in altra pubblicazione (Cenni sugli ordinamenti ecc.) che i giovani nobili prendevano imbarco sulle galee di mercato col titolo di balestrieri per acquistar pratica della navigazione: avevano perciò a bordo l'ufficio e la posizione dei nostri «aspiranti» e dipendevano dagli ufficiali di bordo. Ora nel 1383 troviamo arrestato il nobile Tommaso Dandolo, che, venuto a discussione col consigliere, che è l'ufficiale di fiducia del capitano, gli aveva scagliato addosso un uovo, colpendo per errore la parete. Dopo lunga discussione, il Maggior Consiglio, al quale spettava il diritto di giudicare i nobili, lo condanna a soli tre mesi di carcere. (Sommar. Sent. crim. N. 38).
Nè si dica che il Dandolo fu trattato con mitezza, solo perché era nobile : ecco un popolano, un socio di galea da mercato, un marinaio scelto diremmo noi ora, imbarcato su dì una galea di Fiandra, che, punito a causa di certi disordini da lui commessi a Lisbona, se ne vendicò assalendo l'ammirajo (era, come è noto, l'ufficiale di rotta di una squadra e ad un tempo aveva l'incarico della disciplina, e corrispondeva in certo qual modo al capitan d'arme di buona memoria) e minacciandolo coi pugni. Questa volta la pena fu ancora più mite : dovette star in carcere dall'otto di novembre alla vigilia di Natale, cioè appena un mese e mezzo. (Avog. Raspe. Voi. II, fase. V, foglio 31 rov.}.
Perfino coi recidivi, con quelli che già erano stati puniti per diserzione coll'amputazione dell'orecchio, la giustizia dei magistrati si mostrava benevola: abbiamo infatti il caso del vogatore Nicoletto Stornato, condannato per diserzione, che per vendicarsi del suo comito, Pietro Balbi, che lo aveva fatto arrestare, lo assali con un coltello e lo ferì. Anche qui il codice comune era severissimo ma lo Stornato, che pur doveva rispondere di reato commesso, se non in servizio, per cause di servizio,

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se la cavò con due anni di carcere e col bando. (Avoy. Rasp. Voi. I, fase. IV, foglio 52 rov.).
Scorrendo il sommario, e più ancora i registri dell'Avogaria, troviamo ben poche sentenze severe per questioni disciplinari: una sola è veramente dura, anzi crudele, quella che condanna a morte un comito, Giraldo Bono, per aver fatto salpare l'ancora della sua galea, mentre il sopraccomìto Lorenzo Contarini aveva ordinato che si calassero le vele e si gettasse una seconda ancora. Ma qui bisogna considerare che si era in tempo di guerra e col nemico alle porte, e precisamente durante la permanenza dei Genovesi a Chioggia: gli avogadori dalle testimonianze assunte accusavano il Bono di tradimento, perché poco era mancato che la galea cadesse in potere dei nemici per colpa della manovra di lui: sicché la sua condanna alla forca può facilmente essere spiegata col sospetto di tradimento (Somm. sent. crim. N. 37).
Egli fu perciò trattato alla stessa guisa che quei disertori veneziani che avevano consegnato ai Genovesi una delle barche loro affidate. Quando si trattava di sospetti di tradimento, non si guardava tanto pel sottile, e ben lo seppe un sorvegliante delle carceri, in cui erano custoditi i prigionieri di guerra, che per avere permesso ad uno dei carcerati di uscire (non però di fuggire dal carcere) fu condannato a perdere ambo gli occhi ed al bando. (Sentenza del 6 Maggio 1352 - Somm. sent. crim. N. 15).
Né occorre che io ricordi i severi processi contro i comandanti delle squadre, vinti in battaglia, come quello fatto a Nicolo Pisani, vinto a Porta Longo6 e quello di Vettor Pisani, intorno al quale tanto sbrigliarono la fantasia alcuni scrittori di storia.
La mitezza delle pene nei casi d'insubordinazione mi pare possa spiegarsi, ricordando il duplice sistema che vigeva a Venezia per l'arrolamento, il volontario, cioè, e l'obbligatorio. Nei casi normali ogni capitano metteva banco in piazza e iscriveva quelli che si presentavano per servire come vogatori, come soldati, come nocchieri o comiti ; e solo nei casi eccezionali, nei momenti di grave pericolo, si gettavano le tessere, cioè, s'iscrivevano nei registri tutti gli adatti alla vita del mare e si estraevano a sorte per duodenas. Ma questo servizio obbligatorio era inviso al popolo, che cercava di sottrarvisi in tutti i modi; ond'é che troviamo ricordo di punizioni inflitte ai commessi della Camera d'armamento per avere riscosso denaro da alcuni iscritti, per giustificare la loro assenza, (Somm. sent. crim. N. 27), e leggiamo una curiosissima condanna d' un popolano, che aveva detto di non voler salire in galea, perché «quelli che comandano mangiano buon pane e bevono buon vino, e a noi danno della farina di miglio rosso, che non possiamo digerire».

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Certo la vita della galea non doveva essere troppo piacevole, quantunque fosse ben diversa da quella delle galee sforzate dal sec. XV in poi. A Venezia galee forzate non ve ne furono mai tino al sec. XVI, e pochissime se n'ebbero anche dopo ; gli uomini da remo furono sempre liberi, senza aguzzino e senza catena; ma la privazione della libertà, la scarsezza del cibo, la durezza del lavoro dovevano rendere poco piacevole servizio. Se la disciplina fosse stata molto severa, chi si sarebbe più presentato pel servizio volontario? Se non si fosse chiuso un occhio su certi trascorsi, come si sarebbe potuto reclutare l'equipaggio delle ottanta, delle cento galee che ogni anno uscivano dall'arsenale? Ecco perché, a mio avviso, Venezia si mostrava, in molti casi, indulgente verso i suoi marinai; ma è innegabile che l'indulgenza degenerò in abuso, e già nel sec. XV cominciano le lagnanze per l'indisciplina delle ciurme, per le prepotenze a cui sono esposti gli ufficiali, onde il Senato, nel 1470, dava severissime istruzioni al capitano generale Mocenigo per la sua campagna in Asia7, ma con poco profitto, tanto che più tardi, durante la campagna di Antonio Grimani, un testimonio oculare, parlando della disciplina veneziana, diceva queste terribili parole: «Dovendo apichare, se apicheria de quattro quinti de l'armata nostra»8.
La disciplina pesava più specialmente sui capi, mentre gli umili venivano risparmiati; così Filippo Contarmi per aver condotto le sue galee a causa del mal tempo, in un porto che non era segnato nelle sue istruzioni, s'ebbe una multa dal maggior Consiglio (17 febbraio 1340/41) e Marco Loredano, sopraccomito ebbe sei mesi di carcere, cinque anni di privazione dei pubblici uffici ed una multa, per non avere obbedito agli ordini del suo capitano generale (3 gennaio 1352/53) e Francesco Bono, capitano di squadra, fu punito per essere rimasto a Cipro coi suoi legni un giorno di più di quello che portassero le sue istruzioni (23 febbraio 1356/57) e Paolo Quirini fu privato d' ogni ufficio, e multato perché trovandosi a Malaga con altre galee della carovana di Fiandra, non partì al segnale del capo-carovana e restò indietro (29 maggio 1386). (Sommario sent. crim. K. 10, 13, 20, 38).
Ma d'altra parte anche coi capi Venezia si mostrava indulgente, quando si trattava di malversazioni, di falso, di indelicatezze. E, cosa strana, mentre il furto era punito con una severità grandissima dalla legge comune  e la legge de maleficìis stabiliva la mutilazione, la frusta, il marchio rovente, e fissava una certa gradazione, secondo il valore del mal tolto, per cui un furto fino al valore di cinque lire portava la perdita di un occhio, da' dieci a venti lire d'un occhio e d'una mano, da venti a trenta

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di ambedue gli occhi, per i falsari e i ladri della marina troviamo pene assai più blande.
Mentre la legge si applica in tutta la sua severità ad un pilota che ha rubato in una galea di mercato poche spezie e lo si condanna ad esser impiccato (Somm. sent. crim. N. 6), mentre il capitano delle carceri per essersi appropriato un po' d'olio, destinato ad illuminare le prigioni, perde il posto, ha un anno di carcere, una multa e la privazione dei pubblici uffizi (Somm. etc. N. 17), eccovi un capitano di nave, in crociera sulle coste della Marca d'Ancona, che se la cava colla sospensione per un anno dall'uffizio, quantunque sia stato convinto d'essersi appropriato alcune merci di contrabbando da lui sequestrate, d'aver fatto figurare come vogatore un suo servo, d'aver abbandonato di notte il suo legno per recarsi in terra (Avog. Raspe. Voi. I, fasc. IV. f. 1).
Ed eccovi uno scrivano di galea, che per aver falsato i libri di bordo e fatto figurare come presenti alcuni disertori ricevendo da loro una somma di denaro, è punito con soli quattro mesi di carcere ed una multa (Sommario sent. crim. N. 14). E che dire di quel comandante d'una barca armata in guerra, che è convinto d'aver assalito e depredato nell'Adriatico un legno mercantile, ed è punito con un mese di carcere e colla restituzione del mal tolto? (Somm. sent. crim. N. 40).
E che pensare di quel capitano d'una galea d'Istria, che da alcuni suoi marinai disertori riceve dodici lire in compenso, per averli cancellati dal registro dei disertori e per averli fatti figurare come presenti mentre se ne stavano alle case loro; e pel quale il Maggior Consiglio ritenne pena bastante una multa pari al doppio della somma avuta e l'interdizione, non da tutti i pubblici uffizi, ma dalla sola capitaneria dell'Istra e della Marca? (Somm. sent. crim. N. 26).
In verità gli esempi son troppi, perché non si debba affermare che sotto questo aspetto si lasciava correre troppo l'acqua per la sua china, con effetti molto gravi, come sanno tutti coloro che hanno studiato sui documenti la storia navale veneziana dal XV secolo in poi.
Ed anche per altre colpe, pur troppo assai più gravi, Venezia ci appare corriva. Fin dal 1294, cioè dai primi disastri della guerra veneto-genovese, era stato emanato un decreto per cui si condannavano a morte tutti i capitani, i comiti, i nocchieri, i timonieri, che al segnale di battaglia, dato dal comandante supremo, avessero scientemente evitato il combattimento e non avessero investito (Parte del M. C. 10 agosto 1294 in reg. Pilosus foglio 44 rov.). Più tardi quel decreto era stato confermato più volte (segno evidente che ve n'era bisogno) ed era stato esteso anche a quelli che avessero dato altre prove di viltà e fossero stati causa di pubblico danno.
Nulla di più equo e di più salutare, specialmente in quel tempo in cui frequentemente i legni di commercio si trovavano uniti ai legni da

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guerra nelle spedizioni. Ma ecco che i registri dell'avogaria ci mostrano come, o per una ragione o per l'altra, la legge non fosse applicata.
Giovanni Michiel, capitano delle galee di Romania, s'imbattè nel 1328 in una cocca di ghibellini di Savona, coi quali la repubblica era in guerra; i suoi consiglieri lo eccitano a combatterla, egli rifiuta e se la lascia sfuggire. II Maggior Consiglio si limita a punirlo con due anni di carcere e coll'esilio. (Avog. Raspe. Voi. I, fasc. II; foglio 27). Anche più mite la stessa assemblea si mostra pochi anni dopo (1337) con Tommaso Viaro, capitano del golfo, cioè capo della squadra permanente destinata a custodia dell'Adriatico, che, venuto a battaglia con nove galee genovesi, se ne fugge, abbandonando in poter dei nemici sei delle sue galee. Un anno di carcere e il bando sembrano pena sufficiente alla sua colpa. (Avog, Raspe. Voi. I, fasc. IV, fogl. 24). E cosi con due anni di carcere se la cavò un capitano mercantile armato in corsa per aver abbandonata la sua nave assalita da due galeotte nemiche senza neppur tentar di difenderla (Avog. Raspe, Voi. I, fasc. IV, foglio 1). E Marino Capello, capitano della caravana di Fiandra, è punito con una multa per non aver soccorso, mentre lo poteva e tutti lo spronavano a farlo, una delle sue galee naufragata (Somm. seni. crim. N. 8). E Marino Bono che in una consimile occasione abbandonò miseramente la ciurma della galea capitana, che s'era rovesciata, non curando le preghiere e le grida di quei meschini, che tendevano verso di lui le braccia, invocando soccorso, se la cava coll'interdizione dall'ufficio e con 200 lire di multa (Somm. sent, crim. N. 25).
In una parola i documenti da me trovati ci rivelano un aspetto fin qui sconosciuto e neppure sospettato della marineria veneziana, e possono servire a spiegarci le cause della sua rapida decadenza dal secolo XV in poi, a farci comprendere perché sui primordi del secolo XVI essa avesse così brutta reputazione presso gli stranieri. E quale la causa di questa innegabile rilassatezza di un organismo, che nei secoli precedenti ci appare florido e robusto? Io credo di non andar molto lungi dal vero affermando che il numero sempre minore di cittadini, nobili e plebei, che si dedicavano alla vita del mare, dopo le prime conquiste di terraferma, dopo lo sviluppo che le industrie e le arti avevano preso a Venezia, dopo il fastidio che le interminabili guerre contro Genova, contro i ribelli di Candia e di Zara, contro i Turchi dovevano aver prodotto, inducesse il governo a chiuder un occhio sulle colpe dei suoi marinai, a punir blandamente, per non disgustare quei pochi, che ancor si offrivano per il servizio; in una parola io penso che per non inacerbire una piaga, se ne lasciasse incancrenire un'altra.
Non oserei dire che i marinai formassero a Venezia una casta privilegiata; ma penso che verso di loro la Repubblica arrotondasse la punta della spada punitrice della giustizia, per non dover ricorrere per il servizio

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marittimo soltanto ai marinai d'Istria, della Dalmazia, delle Cicladi e di Candia, sudditi sempre agitati da desiderio di ribellione.
Ma il rimedio, se poté momentaneamente giovare, fu causa di enormi danni in seguito; e ben lo prevedeva nel 1500 in una sua relazione Doge il provveditore Gerolamo Contarini, quando lamentava l'indisciplina e il poco ardire dei suoi e ricordando come nell'ultimo combattimento contro i Turchi molti capitani avessero schivato lo scontro e si fossero ritirati, scriveva queste profetiche parole “Essendo lassato de impunir, no se troverà tropo che veglino più investir”9.









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NOTE
1 Cenni su gli ordinamenti delle marine italiane nel M. Evo (fasc. del dic. 1898)
2 Jal, Archéo. Nav., Vol. II, pag. 132 e seg., Fincati, Ordini e segnali della flotta veneziana (Riv. Marittima, 1S79, fasc. di marzo)
3 Ordinamienti aggiunti al breve dell'ordine del mare (Bonaini, Stat. Pisani, Voi. III, pag. 619 e seg.).
4 Prasca. Due ordinanze militari marittime del Conte Verde. (Riv. Marittima, giugno 1891).
5 La prova più evidente di questo si ha nel fatto che l'ordinanza pubblicata dal Fincati, come un'ordinanza marittima, ai riferisce ad una squadra o caravana di galee da mercato
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6 Lazzarini, La battaglia di Porto Longo,  Nuovo Arch. Ven., 1894,
7 Cornet. Le guerre dei Veneti nell'Asia. Doc. del 30 agosto 1470.
8 Malipiero. Annali Veneti, Arch. Stor. It. app. Vol, 3, pag. 176.
9 Vedi la sua relazione 25 luglio 1500 in Sanudo, Diari. Vol. III. col. 610.

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