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Il soft power cinese

Gli osservatori di politica estera indicano la crescente influenza della Cina nel Sudest asiatico e in altre parti del mondo, come l’America Latina e l’Africa, con il concetto di soft power1 , termine originariamente concepito dal professore di Harvard Joseph Nye Jr.2  con riferimento alla capacità di una nazione di influenzare i comportamenti di altri paesi attraendo e persuadendo ad adottare i propri obiettivi.  In contrapposizione all’hard power, descritto essenzialmente come potere militare, il soft power risulta essere un’influenza non militare che include cultura, diplomazia, aiuti esteri, commercio, investimenti. Il soft power dunque si riferisce all’influenza vincente di una nazione all’estero, dovuta alla persuasione e all’attrattiva piuttosto che alle minacce o alla forza militare.
Gli Stati Uniti, fin dagli anni della guerra fredda, hanno esercitato un marcato soft power nel Sudest asiatico, in quanto molte popolazioni sono state storicamente attratte dalla cultura popolare statunitense, dai valori e istituzioni democratiche, dalla politica dei diritti umani, dal sistema di libero mercato, dall’alto standard di vita, dall’avanzamento tecnologico e dal sistema di alta istruzione. Ma, secondo alcuni indicatori, nella scorsa decade molte di queste forme di soft power statunitense sono declinate sia in termini assoluti sia relativi, mentre l’influenza cinese ha conosciuto un notevole aumento, destinato a crescere a spese degli States. Come osservato da Joseph Nye3 , pur essendo la Cina ben lontana dall’eguagliare l’America in soft power, sarebbe stupido ignorarne i guadagni: è forse tempo per Washington di porre maggiore attenzione all’equilibrio del soft power in Asia.
Durante gli anni ’90 infatti la crescita economica della Cina e il suo riconoscimento del fallimento di una politica aggressiva verso il Sudest asiatico hanno contribuito alla nascita di una politica estera più attiva ed intraprendente. La RPC si è notevolmente adoperata per proiettare nella regione un’immagine nazionale positiva, adottando una politica estera più accomodante, partecipando attivamente alle Organizzazioni regionali, elargendo una significativa quantità di aiuti esteri e incrementando i suoi legami economici con gli stati del Sudest asiatico a loro beneficio4 . Secondo alcuni esperti la crescita del soft power cinese è diventata assolutamente rilevante, soprattutto in relazione alla tiepida o inconsistente attenzione statunitense verso la regione.
La crescente capacità della Cina di influenzare le azioni di altri stati deriva ampiamente dal suo ruolo di leader nel campo degli investimenti, del commercio e del sostegno estero, ma Pechino si è anche proposta come un modello di sviluppo e di cultura antica, ponendo enfasi sui valori condivisi dall’Asia.
La Cina ha potuto placare la costante preoccupazione di una sua minaccia militare o economica verso il sudest asiatico, assicurando ai suoi vicini la volontà di essere un responsabile membro della comunità internazionale, offrendo aiuti economici e producendo reali benefici alla regione anche attraverso commerci e investimenti5 . La sua nuova linea diplomatica, volta al ridimensionamento di molti conflitti d’interesse e alla collaborazione con Organizzazioni nazionali e regionali – come l’ASEAN – su questioni relative a dispute territoriali e commerciali, ha fatto guadagnare al paese un maggiore rispetto nella regione e  ha migliorato le sue relazioni con gli stati circostanti.
Questo entusiasmo cinese per gli accordi bilaterali e le Organizzazioni regionali multilaterali ha migliorato la sua immagine, permettendo alla Cina di presentare il suo sistema come un modello di sviluppo economico attraverso cui diminuire la povertà e aumentare la crescita economica, pur mantenendo il potere della leadership.
Esibendo tali tendenze al soft power attraverso gli aiuti, una diplomazia formale e di successo pubblico, l’uso di strumenti politici ed economici, la strategia cinese ha avuto un certo successo. Il commercio regionale ha avuto un considerevole aumento, la popolarità degli studi di lingua e cultura cinese è cresciuta in modo esponenziale e lo status dei cittadini cinesi in molti paesi del Sudest asiatico è decisamente migliorato.
La Cina inoltre sta gradualmente aumentando la sua disponibilità agli scambi culturali, mandando dottori e insegnanti a lavorare all’estero, accogliendo studenti da altri paesi e organizzando programmi di studio di lingua Cinese nelle altre nazioni6 . Nel Sudest asiatico la cultura cinese, comprendente scrittura, cucina, cinema, arte, agopuntura e moda, è emersa in modo preponderante, esercitando un forte fascino specialmente sui giovani.
Gli esperti sono discordi riguardo intenzioni a lungo termine della Cina nel Sudest asiatico e le implicazioni per gli Stati Uniti. Alcuni osservatori affermano che le conseguenze del crescente soft power cinese – nonché il vero scopo di Pechino – sia il declino dell’influenza statunitense nella regione. Altri ritengono che, almeno nei prossimi 15-20 anni, la priorità di Pechino sarà solamente lo sviluppo economico e i leader cinesi, al pari dei leader degli altri paesi del Sudest asiatico, ritengono positivo e benefico il ruolo di continua leadership americana nella regione. Altri ancora sottolineano come la Cina preferisca consciamente utilizzare il soft power piuttosto che l’hard power  in quanto le elites di politica estera cinese riconoscono che gli USA detengono un hard power impareggiabile nella regione come nel mondo e che sarebbe del tutto inefficace sfidarli su quel fronte ora.
Joshua Kurlantzick7  ritiene che, impegnandosi nella sua strategia di soft power, la Cina spera di promuovere la sua immagine di “potenza positiva”, convincendo il mondo delle sue intenzioni pacifiche e assicurandosi le risorse necessarie per continuare la sua crescita economica e isolare Taiwan, con lo scopo di ridurre l’influenza regionale taiwanese e americana.
I suoi sforzi nel commercio regionale hanno portato il Sudest asiatico a pensare se stesso come un blocco regionale, una visione che gli Stati Uniti hanno provato ad incoraggiare per anni. Ma la presenza crescente della Cina nella regione limita considerevolmente la capacità degli altri paesi di incoraggiare la democrazia e il buon governo. A lungo termine la Cina potrebbe essere in grado di creare un ordine regionale incentrato su di sé e fondato sul proprio modello politico. Per proteggere la propria posizione Washington necessita di apportare un miglioramento ai rapporti diplomatici e di costruire contatti regionali, come i cinesi si sono dimostrati in grado di fare, del resto i valori della democrazia e i diritti umani esercitano ancora considerevole attrattiva sugli stati del Sudest asiatico.
Bruce Gilley esprime una certa perplessità sulle reali motivazioni sottostanti la virata del Sudest asiatico verso la Cina, ritenendo che tali paesi potrebbero essere spinti molto più dalla paura che dall’attrattiva. La Cina infatti, secondo il suo parere, esercita il suo soft power accanto a una buona dose di hard power, giocando sulla minaccia militare e la possibilità di incidere sulla sicurezza politica ed economica dei paesi circostanti9 .
Se la crescita del cosiddetto soft power della Cina è estremamente evidente nel Sudest asiatico, non può essere ignorata la generale espansione della sua influenza culturale e diplomatica in altri paesi in via di sviluppo. Si considerino nello specifico i rapporti economici di Pechino con l’America latina e l’Africa.
Pechino ha incrementato negli ultimi anni i programmi di supporto culturale e istruzione in America Latina, con due obiettivi principali: assicurarsi le risorse (dall’acciaio al petrolio) e tentare di convincere le molte nazioni sud e centroamericane che riconoscono Taiwan a cambiare il loro atteggiamento, ad offrire la loro lealtà alla Cina. C’è sempre stata una competizione strategica fra Cina e Taiwan in America latina: Taiwan ha guadagnato diversi alleati offrendo generosi aiuti economici e accordi commerciali, una strategia che la Cina ora sta impiegando a suo vantaggio.
Il governo cinese ha dato vita a numerosissimi accordi commerciali ed economici con i paesi dell’America latina negli ultimi anni, investendo più di 50 miliardi di dollari nella regione. Un tipo di impegno che l’America latina accetta con entusiasmo, pur continuando a non stimare il modello politico cinese e a non considerare il comunismo cinese come qualcosa da emulare.
La Cina ha anche portato avanti un impegno attivo di soft power in Africa attraverso una professata solidarietà nei forum internazionali sul commercio, il condono di un debito di più di un miliardo di dollari ai paesi africani, l’istruzione di più di 100 mila africani nelle università cinesi e negli istituti militari, la spedizione di più di 900 dottori nel continente e l’aumento degli investimenti in infrastrutture, agricoltura ed energia.
La costruzione di strade, ospedali e ponti nei paesi dove sono più consistenti gli investimenti energetici cinesi – come il Sudan, l’Angola e la Guinea equatoriale – ha ottenuto l’approvazione dei governi locali dando però origine a pesanti critiche da parte dei gruppi a sostegno dei diritti umani, che l’accusano di sostenere i dittatori e vendere armi ai governi autoritari.
Nel continente la reazione alla crescente presenza cinese è bifronte: se da un lato viene apprezzato il fatto che i cinesi intervengano in settori in cui gli la presenza statunitense è assente e non associno alcuna condizione politica al loro coinvolgimento (per non parlare della velocità e i bassi costi di realizzazione delle infrastrutture); dall’altro lato si obietta che le compagnie cinesi, portando i propri lavoratori in loco, non creino posti di lavoro e che le merci cinesi invadano il mercato africano competendo con i prodotti locali.
Alcuni regimi autoritari, come lo Zimbawe, hanno intensificato i loro legami con Pechino, in quanto loro leader politici vedono la Cina come un modello di crescita economica senza la rinuncia al controllo politico. Ma ciò crea una crescente preoccupazione fra i cittadini, non ciechi di fronte alla la corruzione endemica, i dissensi interni e il governo repressivo cinese.
Gli esperti ritengono che, sebbene la Cina stia sapientemente aumentando i legami con molti paesi in via di sviluppo, offrendo un modello di leadership alternativo a quello statunitense, non potrà mai assumere di fatto tale ruolo finché non diverrà una democrazia.
Di certo il soft power cinese esercita una certa attrattiva sui paesi in via di sviluppo in quanto si concretizza in accordi energetico-commerciali e  produce risultati tangibili come la costruzione di nuove strade, ospedali e scuole, mentre gli sforzi di soft power di Europa e Stati Uniti appaiono decisamente più astratti, poiché focalizzati sulla promozione della democrazia e l’incoraggiamento del buon governo.
Ma tale attrattiva risulta fortemente limitata dalla natura stessa dello Stato comunista, che non è in grado di offrire un’immagine coerente al mondo e si rivela ancorato alla visione ottocentesca di uno Stato sovrano e senza interferenze, immagine realmente contraria alla direzione verso cui si sta muovendo da decenni il mondo. E nonostante il suo impegno di soft power, la Cina è e rimane teatro di una società autoritaria che imprigiona i dissidenti e reprime con la forza le ribellioni della sua stessa gente.
Secondo molti esperti, Gilley10  per primo, l’influenza cinese è ancora in larga parte legata a questioni di sicurezza: la Cina ottiene un feedback positivo perché può minacciare militarmente, economicamente o politicamente molti paesi.


Bibliografia:
Thomas Lum, Wayne M. Morrison, and Bruce Vaughn, China’s “Soft Power” in Southeast Asia, “CRS Report for Congress”, gennaio 2008; China’s Soft Power in Southeast Asia: What Does It Mean for the Region, and for the US? (www.carnegieendowment.org/events); Esther Pan, China's Soft Power Initiative, Council on Foreign Relations, 18 maggio 2006 (www.cfr.org/publication); Joshua Kurlantzick, China’s Charm: Implications of Chinese Soft Power, “Policy Brief”, n°47, giugno 2006; J.R. Holmes e T. Yoshibara, Comparative Strategy, Taylor & Francis, 2005, pp. 23-28

 Si vedano le opere più recenti di Nye sull’argomento:  Soft Power: The Means to Success in World Politics (2004) e The Paradox of American Power (2002), trad. it. di Einaudi.

 Joseph S. Nye Jr. (nato nel 1937) è il fondatore, insieme a Robert Keohane, della teoria neoliberista nelle relazioni internazionali, da essi sviluppata nell’opera del 1977 Power and Interdependence, in cui è presente anche il concetto di  interdipendenza asimmetrica e complessa. Recentemente è stato pioniere nella teoria del soft power. Nell’amministrazione Clinton Nye è stato  Consigliere per la Difesa e attualmente è professore alla Kennedy School of Government e ad  Harvard. È anche membro del comitato per il Progetto sulla Riforma di Sicurezza Nazionale. Nel 2008 è stato stimato il sesto intellettuale più influente degli scorsi vent’anni a livello mondiale e il più influente in assoluto nella politica estera americana.

 Joseph Nye, “The Rise of China’s Soft Power,” Wall Street Journal, December 29, 2005.

 La Cina è considerata il partner economico primario delle piccole ma strategicamente importanti nazioni di Burma, Cambogia, Laos e porta anche un considerevole aiuto economico a Indonesia e Filippine.

 Bronson Percival, The Dragon Looks South: China and Southeast Asia in the New Century, Praeger Publishers, Westport 2007, pp.111-112.

 Nel 2005 il ministro dell’istruzione cinese ha lanciato una nuova iniziativa per promuovere l’insegnamento della lingua cinese nelle università americane e mondiali.

 Joshua Kurlantzick è giornalista, corrispondente estero e scrittore americano, esperto di politica estera statunitense e di studi sull’Asia. Per approfondimenti si veda Joshua Kurlantzick, Charm Offensive: How China's Soft Power Is Transforming the World , Yale University Press, 2008.

 Esperto di politica cinese contemporanea e professore aggiunto di affari internazionali alla New School University.

La Cina, come membro con diritto di veto dell’ONU, può influire sul destino di molti paesi.

Vedi sopra.

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