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La politica estera cinese

Dopo la fine della guerra fredda la geopolitica e la geoeconomia di Pechino hanno subito una profonda trasformazione, che le ha portate ad essere da regionali a globali e ha spostato il teatro principale delle operazioni nel mare. Da un punto di vista strategico si può infatti affermare che con la fine della guerra fredda, il collasso dell’URSS e il ritiro delle truppe sovietiche dalla Mongolia, il fronte principale della sicurezza cinese si è spostato a Sud, nel Pacifico e nei tre mari cinesi: Mar Cinese Meridionale, Mar Cinese Orientale e Mar Giallo, tutti delimitati da isole non controllate dalla Cina.
La Marina Militare è dunque ormai divenuta strumento principale della strategia cinese, che prevede una progressiva estensione dello “spazio vitale” marittimo al Pacifico occidentale e all’Oceano Indiano. La Cina pertanto, da potenza stanziale e terrestre, si sta trasformando in potenza marittima perlomeno regionale e per la prima volta nella storia, escludendo i viaggi dell’ammiraglio Zhen He1 del XV sec., si sta proiettando sugli oceani, in parallelo alla globalizzazione della sua economia e alle sue sempre crescenti esigenze di materie prime.
Siamo di fronte ad un cosmopolitismo strategico del tutto nuovo per la Cina, la quale si trova ora a confrontarsi con la supremazia degli Stati Uniti suscitando non poche preoccupazioni da parte degli esperti, in particolare dovute alla scarsa trasparenza e ambiguità dei leader cinesi, aspetto peculiare della loro cultura che affonda le sue radici nella storica diffidenza verso gli stranieri.
Gli obiettivi cinesi di lungo periodo sembrano comunque consistere nella realizzazione del sea control sulle sue SLOC2 e in una proiezione globale di potenza per garantire i suoi interessi economici, proprio estendendo il suo “spazio vitale” marittimo, e ciò implica indubbiamente una politica di riarmo e netto potenziamento della PLA-Navy3. Quest’ultimo dunque, insieme all’evoluzione della dottrina strategica cinese e del bilancio militare, è strettamente connesso allo sviluppo della politica di Pechino, poiché a spingere uno Stato al riarmo sono degli obiettivi specifici di natura geopolitica.
Bisogna però tener conto della tradizione della strategia militare cinese, che ha sempre attribuito la massima importanza agli strumenti asimmetrici e indiretti4, per poter comprendere l’attenzione della Cina all’uso del soft power5,  la sua volontà di proiettare un’immagine positiva e cooperativa nella comunità internazionale e la sua estrema discrezione nel riarmo, che provocherebbe pesanti  preoccupazioni nei paesi vicini, inficiando l’attuale crescita della sua influenza nel Sudest asiatico.
Sostanzialmente la politica di sicurezza, la grand strategy e la dottrina militare della Cina non si fondano più su una visione del paese come attore geopolitico statico, quale di fatto era nel periodo imperiale, ma lo considerano una grande potenza emergente, che debba dotarsi di una capacità d’azione e di proiezione esterna di potenza e d’influenza pari alla sue crescita economica e militare. Ciò corrisponde alla realizzazione di un reale cosmopolitismo politico ed economico, ora allo stato nascente ma destinato a svilupparsi.
Per grand strategy s’intende una strategia globale adottata da uno Stato per il raggiungimento dei propri obiettivi ed interessi, messa in atto attraverso l’utilizzo di mezzi militari e non militari. Nella sua elaborazione è necessario prendere in considerazione la correlazione delle forze nelle diverse regioni geopolitiche e la loro importanza, le opportunità che si presentano e le eventuali vulnerabilità.
Consapevole della propria inferiorità globale e fragilità economico-sociale interna, Pechino ha elaborato verso la fine degli anni ’90 una sua grand strategy enucleata in cinque obiettivi fondamentali, fino ad oggi paradigmi di riferimento per la politica estera, perni su cui modellare le svariate tattiche e strategie.
Un primo obiettivo riguarda il mantenimento della stabilità interna.
Ciò comporta innanzitutto il conseguimento di uno sviluppo economico accelerato, il quale porta con sé un fabbisogno di risorse energetiche, minerarie ed agricole sempre più crescente.
Lo sviluppo economico deve essere volto alla creazione di numerosi posti di lavoro, pertanto deve poggiare sulle produzioni manifatturiere di livello medio-basso, che rendono inoltre possibile un’integrazione economica con i paesi del Sudest asiatico, trascurando i servizi e le industrie ad alta tecnologia. Questo anche per il costante peggioramento del livello qualitativo della manodopera a disposizione, formata sempre più da contadini riconvertiti agli altri settori produttivi, che è però prevista essere in costante aumento quantitativo almeno per il prossimo decennio.
L’economia non può fondarsi sullo sfruttamento indiscriminato dei fattori produttivi, in particolare quelli ecologici, dato il livello ormai inaccettabile raggiunto dall’inquinamento ambientale in città, campagna e perfino nei fiumi, livello destinato ad aumentare con il prossimo sviluppo della motorizzazione civile.
Il secondo obiettivo è relativo ai rapporti con gli Stati Uniti e prescrive una collaborazione, e non competizione, con la potenza.
Pechino si propone di evitare collisioni di qualunque genere con Washington, pur sempre mantenendo, per orgoglio nazionale, la propria dignità e non collocandosi in una posizione subordinata né servile. La Cina mira infatti ad ottenere la legittimazione del potere del PCC6 e dissuadere qualunque stato, USA e Giappone in prima linea, dall’esercitare pressioni per influenzare la linea politica cinese in un modo che si discosti dalle sue tradizioni ed interessi.
Terzo obiettivo è assistere lo sviluppo dei paesi appartenenti al sistema Asia-Pacifico sulla base del Beijing consensus.
Ciò comprende la stipulazione di una serie di accordi di amicizia e di cooperazione strategica, la costituzione di aree di libero scambio, come quelle con l’ASEAN, il Cile e il Perù, queste ultime volute in quanto i paesi in questione si presentano ricchi di materie prime necessarie all’economia cinese.
Il Beijing consensuns, principio dell’azione cinese in questo ambito, è implicitamente ispirato al Washington consensus, guida dell’economia occidentale, ma si differenzia da esso per la netta separazione postulata fra economia e politica e per il riconoscimento della legittimità di ogni regime, anche se dispotico e sanguinario, in nome del principio di sovranità. Proprio per questo motivo l’influenza cinese è ben accetta dai leader di paesi autocratici.
Tale linea politica è resa possibile da alcuni fattori fondamentali, quali la grossa disponibilità di riserve finanziarie da investire, la centralizzazione finanziaria realizzata dalla Banca Centrale Cinese e la presenza di grandi imprese statali. Tutto ciò permette la concessione di prestiti a lunga scadenza ad imprese cinesi atte alla realizzazione delle infrastrutture necessarie al recupero delle risorse minerarie ed agricole in regioni inaccessibili, come l’interno dell’Africa, del Sudamerica e in Asia centrale. Le materie prime così ricavate vengono poi vendute in Cina e nel Sudest asiatico, permettendo a lungo termine il recupero del capitale prestato inizialmente.
Pechino, consapevole degli interessi statunitensi in Africa e America Latina, agisce cautamente per evitare collisioni e tensioni, restando fedele al suo secondo obiettivo e rivelando un comportamento a tendenza sia geopolitica sia geoeconomica, in quanto gli Stati Uniti sono il maggior importatore di prodotti cinesi.
Il quarto obiettivo, vitale per l’orgoglio nazionale cinese, coincide con la tanto agognata riunificazione con Taiwan.
Ceduta al Giappone in seguito alla guerra del 1894-967 , l’isola era stata recuperata dopo il secondo conflitto mondiale e di nuovo persa nel 1949, quando l’esercito del Kuomintang di Chiang Kai-shek vi si era ritirato dopo essere stato sconfitto da Mao. La riunificazione è auspicata da allora ma, affinché essa abbia un riconoscimento internazionale, deve essere perseguita senza l’uso delle armi, come è avvenuto con Hong Kong e Macao8.
Gli Stati Uniti, pur avendo aderito nel 1971 al principio di “una sola Cina”, si fanno garanti dell’indipendenza di Taiwan e, nonostante non vi sia l’obbligo formale di un intervento statunitense in caso di attacco cinese, di fatto sarebbero costretti ad intervenire a difesa dell’isola, pena la perdita di credibilità dissuasiva e soprattutto politica in tutta l’Asia. Ciò a causa di un precedente creato dal presidente Clinton nel 1995, quando, in risposta a provocatorie esercitazioni missilistiche cinesi al limite delle acque territoriali taiwanesi, sono stati inviati due gruppi di portaerei nello stretto. Washington cerca dunque di evitare che tale eventualità si verifichi, in particolare attraverso un’azione di mediazione diplomatica nei confronti di entrambi i paesi.
Pechino dal canto suo ha recentemente riallacciato rapporti diplomatici con Taipei per motivazioni prettamente economiche, arrivando ad accettare implicitamente lo status quo, ma non abbandona le sue speranze di riunificazione, in quanto dettate prevalentemente da ragioni geo-strategiche, e mantiene viva la minaccia militare all’isola in caso questa dovesse decidere di dichiarare ufficialmente la propria indipendenza.
Quinto obiettivo della grand strategy cinese è il mantenimento della pace e della stabilità internazionale.
Esso è perseguito intrattenendo buoni rapporti con Europa, Russia e India ma cercando nel contempo, con l’estensione del soft power,  di contrastare l’egemonia americana e di approfittare del vuoto creatosi in Africa e Sudamerica in seguito alla decolonizzazione e al calo d’interesse statunitense dovuto alla fine della guerra fredda e all’impegno nel Golfo.
Ritenendo deleteria qualunque forma di competizione con gli Stai Uniti, non solo militare ma anche economica o diplomatica, Pechino sta comunque portando avanti una politica cooperazione gli States. E, mantenendo sempre fisso il suo obiettivo di pace, la Cina è arrivata ad approvare la risoluzione ONU sull’Iraq proposta dagli Stati Uniti nel 2002, sostenendo Bush nella “guerra al terrore”, ha accolto senza dure reazioni gli accordi nucleari e di transfert di armamenti e tecnologie militari fra USA e India e ha spalleggiato Washington nella politica di contenimento delle pressioni di Putin.




Bibliografia

C. Jean, C. Jean, Sviluppo economico e strategico della Cina. Compatibilità fra geopolitica, economia e bilancio militare, FrancoAngeli, Milano 2008
L. De Giorgi, G. Samarani, La Cina e la storia, Carocci editore, Roma 2005
J.A. Camilleri, L. Marshall, M.S. Michael, M.T. Seigel, Asia-Pacific Geopolitics, Edward Elgar Publishing, Cheltenam 2007

[1] L’ammiraglio Zhen He, membro della dinastia Ming, giudò la flotta imperiale, composta da oltre trecento navi, dal 1403 al 1433 e compì ben sette viaggi oceanici a scopo diplomatico, scientifico e commerciale.
[2] Sea Lines Of Communication è un termine che descrive le primarie rotte marittime fra diversi porti, usate per il commercio o gli spostamenti a scopo militare.
[3] People's Liberation Army Navy.
[4] La tradizione strategica cinese risale al periodo dei Regni Combattenti, dal VI al IV sec. a.C., ed è caratterizzata da un approccio globale e multidimensionale in cui l’azione indiretta (il c’i), costituita da mezzi asimmetrici quali l’inganno, la sorpresa, la dissimulazione, il segreto, risulta avere maggiore importanza rispetto all’azione diretta e frontale (il cieng), strumento da usare soltanto come ultima risorsa.
[5] Termine originariamente concepito dal professore di Harvard Joseph Nye Jr., con riferimento alla capacità di una nazione di influenzare i comportamenti di altri paesi attraendo e persuadendo ad adottare i propri obiettivi.  In contrapposizione all’hard power, descritto essenzialmente come potere militare, il soft power risulta essere un’influenza non militare che include cultura, diplomazia, aiuti esteri, commercio, investimenti. Il soft power dunque si riferisce all’influenza vincente di una nazione all’estero, dovuta alla persuasione e all’attrattiva piuttosto che alle minacce o alla forza militare.
[6] Partito Comunista Cinese.
[7] La prima guerra sino-giapponese  venne combattuta tra la dinastia Qing cinese e l'Impero Giapponese del periodo Meiji per il controllo della Corea. Tale guerra diventò il simbolo della degenerazione e indebolimento della dinastia Qing e la dimostrazione del successo dell'occidentalizzazione e modernizzazione del Giappone ad opera del “rinnovamento Meiji” in confronto all' “auto-rafforzamento” cinese. Principali conseguenze furono lo spostamento del dominio regionale in Asia dalla Cina al Giappone e una perdita di legittimità della dinastia Qing e della tradizione cinese classica.
[8] Regioni tornate alla Cina rispettivamente nel 1997 e nel 1999 in seguito ad accordi diplomatici con la Gran Bretagna  e con il Portogallo stipulati nel 1984.

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