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Teoria e metodologia della storia

L’espressione ‘storia’ ha un carattere di ambiguità poiché comprende in sé più significati:

i fatti accaduti nel passato;
la narrazione e la conoscenza di questi fatti.

Questa distinzione è già in Cicerone:
res gestae;
historia rerum gestarum;

É chiaro che la prima definizione dà alla storia un carattere oggettivo, laddove la seconda implica in varia misura una componente soggettiva.

In effetti, nelle lingue straniere si impiegano spesso due termini differenti per indicare questi diversi aspetti della storia; in italiano pure si è introdotto il termine storiografia per indicare la historia rerum gestarum, tuttavia va anche aggiunto che questa parola indica qualcosa di più di una narrazione dei fatti passati. Storiografia, infatti, significa la composizione di opere storiche frutto di una riflessione critica sui dati passati, quindi comporta non solo la loro narrazione e ricostruzione, ma altresì una più o meno esplicita concezione del divenire storico.
In tale senso la storiografia contiene pure un elemento soggettivo e, inoltre, si avvicina talvolta alla filosofia della storia. Quest’ultima non è storia, ma un’interpretazione del divenire storico elaborata a partire da alcuni principi di carattere filosofico e poi sostenuta mediante il riferimento a quegli avvenimenti storici utili per confermarla (vedi come esempio il marxismo).


Lo statuto della disciplina

Se da un lato la filosofia della storia è pienamente legittima all’interno di un percorso filosofico, essa diventa ‘ideologia’ se spacciata per ricerca storica. Ciò invece cui oggi si mira è l’elaborazione della storia come scienza, la cui definizione potrebbe essere questa: la conoscenza del passato, per quanto è possibile farlo, a partire dal presente in cui lo storico vive e opera (H.-I. Marrou).

Tale definizione mette in gioco una serie di elementi essenziali per stabilire lo statuto della disciplina.

A. Essendo conoscenza, la storia è anche soggettività e tale dimensione è ineliminabile.
In realtà, di parere opposto era stata la storiografia positivista, aspetto particolare del movimento culturale del Positivismo, sorto in Europa durante la seconda metà dell’Ottocento. Partendo dal principio secondo il quale solo i fatti (ossia gli eventi esperibili) sono veri, la storiografia positivista sostenne essere il compito dello storico unicamente mostrare «come effettivamente le cose sono andate» (L. von Ranke). In pratica: attraverso i documenti si doveva unicamente stabilire la veridicità di un evento senza aggiungere a essi alcuna personale interpretazione, in tal maniera restituendo il passato al presente così come esso era a suo tempo stato. Ciò rendeva la storia un lungo elenco di fatti rigorosamente collegati medianti rapporti causali, una catena che dal più remoto passato giungeva fino al presente.
Questa pretesa oggettività della storia, garanzia per i positivisti della sua scientificità, si è in realtà dimostrata una chimera. A essa, infatti, si possono portare numerose critiche. Ecco, ad esempio, cosa afferma lo storico italiano Federico Chabod in proposito.

Per quel che riguarda la cosiddetta «obiettività» dei documenti, contro la «soggettività» delle narrazioni – che sarebbe il motivo essenziale della preferenza accordata ai primi – occorre chiarire bene l’equivoco di quella pretesa «obiettività».
É sempre la stessa ansia di una verità obiettiva, posta al di fuori del pensiero dello storico, quasi come creazione «naturale», salda e ferma, di contro al fluttuare e mutare del pensiero umano: per cui le fonti narrative appaiono troppo viziate da elementi «soggettivi» (personalità del cronista, sue predilezioni morali, politiche ecc.), che fanno vedere la realtà attraverso occhiali colorati, laddove le fonti «documentarie» sarebbero la verità nuda e cruda, non deformata né deformabile attraverso occhiali di qualsiasi colore. [...]
Ora, quel che preme sottolineare in queste brevi note metodologiche, come elemento fondamentale, è proprio questo: anche in quelli che noi usiamo definire documenti, fonti documentarie, v’è, sempre, un elemento non «oggettivo», nel senso in cui l’intendevano e l’intendono gli storici di positivistica mentalità, v’è sempre, cioè, anche un elemento «soggettivo», dipendente dall’uomo o dagli uomini che hanno preparato e redatto il documento. Questo elemento soggettivo varia, naturalmente, di misura e, potremmo dire, di intensità: è chiaro, per esempio, ch’esso è molto maggiore nel rapporto d’un ambasciatore o d’un prefetto di quanto non sia in una tabella statistica o in un bilancio commerciale. Ma, poco o molto che sia, c’è sempre: ed è vana illusione quella di credere che un documento possa essere pura riproduzione fotografica della realtà, possa essere, diremo, realtà «oggettiva», tutta realtà, nient’altro che realtà «oggettiva». La tanto cercata separazione assoluta, rigorosa, fra pensiero dell’uomo, che altererebbe, e cosa in sé, «fatto» in sé, accadimento in sé e per sé, che bisognerebbe vedere come si sia «precisamente» svolto, senza la minima sfumatura «interpretativa», non esiste nemmeno nei documenti, i quali, poco o molto, sono già anch’essi riproduzione, interpretazione di quel che quotidianamente accade nella vita dell’umanità.
In altri termini, la cosiddetta «realtà esterna» a noi, non riusciamo mai ad afferrarla se non attraverso noi stessi, cioè attraverso le nostre sensazioni e i nostri sentimenti: e questa è poi la materia che il nostro pensiero elabora criticamente. La vita quotidiana dovrebbe a sufficienza ammonirci su questo. Noi vediamo, ogni giorno, di fronte a un qualsiasi evento, piccolo o grande, quale sia la disparità non dirò dei giudizi, bensì delle stesse testimonianze su di esso, cioè di quei dati su cui dovrebbe basarsi il giudizio: un incidente stradale, per esempio, un incendio, ecc., non saranno mai descritti in modo totalmente identico da coloro che vi hanno assistito. I magistrati sanno, per esperienza, quanto divergano fra loro, su di un medesimo fatto, le deposizioni dei testimoni, anche tutti in perfetta buona fede. (F. Chabod, Lezioni di metodo storico, Roma-Bari, Laterza, 1983 [Universale Laterza, 126], pp. 65-66).


A queste osservazioni possiamo aggiungerne altre:
la storia necessita di interpretazioni, perché una pura e semplice collana di documenti non è in grado di dirci nulla del passato;
sul passato non possediamo tutti i documenti che ci servirebbero per ricostruirlo, perché in gran parte persi o nemmeno redatti (esempio: i documenti della cancelleria merovingia sono una ventina);
nessun documento può farci conoscere gli aspetti più interiori e personali dei protagonisti del passato, che pure facevano parte integrante di esso (esempio: Cesare al Rubicone).
In particolare questi due ultimi aspetti giustificano l’espressione per quanto possibile impiegata nella definizione della storia.


B. La storia è rapporto e relazione tra il presente dello storico e il passato indagato, nel duplice aspetto dell’alterità e dell’interesse-legame tra i due.
Importante, in questo senso, è stata la riflessione condotta da Benedetto Croce: «Il bisogno pratico, che è nel fondo di ogni giudizio storico, conferisce ad ogni storia il carattere di ‘storia contemporanea’, perché, per remoti e remotissimi che sembrino cronologicamente i fatti che vi entrano, essa è, in realtà, storia sempre riferita al bisogno e alla situazione presente nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni». Ciò equivale a dire che la storia esiste innanzi tutto nella mente dello storico e perciò non è un dato, ma qualcosa di costruito muovendo dall’esperienza e dai problemi che caratterizzano il presente dello storico.
In proposito Lucien Febvre, uno dei fondatori, con Marc Bloch, della Scuola delle Annales, ha affermato che la funzione della storia è di «organizzare il passato in funzione del presente», allo scopo certamente di «comprendere il presente mediante il passato» ma ancor più di «comprendere il passato mediante il presente».
In questa prospettiva, Piero Zerbi ha potuto giustamente sostenere che un nuovo presente mi spinge a determinare un nuovo passato, non nel senso di inventarlo, ma di cogliere in codesto aspetti prima ignorati o non valorizzati.

C. La soggettività della storia si esprime altresì nella scelta che lo storico compie sui fatti del passato per conferirgli la dignità di evento storico. Ecco, in proposito, le riflessioni di Edward Carr.

Non tutti i fatti del passato sono fatti storici, o sono trattati come tali dallo storico. Qual è il criterio per distinguere i fatti storici dagli altri fatti del passato?
Che cos’è un fatto storico? Si tratta di una domanda fondamentale, che va analizzata un po’ più a fondo. Secondo l’immagine che il senso comune ha della storia, vi sono alcuni fatti fondamentali, identici per tutti gli storici, che formano, per cosi dire, la spina dorsale della storia – per esempio, il fatto che la battaglia di Hastings fu combattuta nel 1066. Ma a questo proposito bisogna osservare due cose. In primo luogo, lo storico non ha prevalentemente a che fare con fatti come questi. Senza dubbio, è importante che la grande battaglia fu combattuta nel 1066 e non nel 1065 o nel 1067, e che fu combattuta a Hastings e non a Eastbourne o a Brighton. Su tutto ciò lo storico non deve fare affermazioni erronee. Ma allorché vengono sollevati problemi di questo tipo, mi viene in mente l’osservazione di Housman, che «l’accuratezza è un dovere, non una virtù». Lodare uno storico per la sua accuratezza equivale a lodare un architetto per il fatto di servirsi, nel costruire gli edifici, di legname ben stagionato o di cemento adeguatamente mescolato. Si tratta di una condizione necessaria della sua opera, non già della sua funzione essenziale. E appunto per problemi di questo tipo che lo storico può ricorrere a quelle che sono state definite «scienze ausiliarie» della storia: l’archeologia, l’epigrafia, la numismatica, la cronologia e via dicendo. Lo storico non è obbligato a possedere le capacità specifiche che fanno sì che lo specialista riesca a determinare l’origine e la datazione di un frammento di ceramica o di marmo, a decifrare un’iscrizione oscura, o a compiere i complessi calcoli astronomici necessari per stabilire con precisione una data. Questi cosiddetti fatti fondamentali, identici per tutti gli storici, costituiscono generalmente la materia prima dello storico e non la storia vera e propria. La seconda osservazione è che la scelta di questi fatti fondamentali dipende non già da una qualità intrinseca dei fatti stessi, ma da una decisione «a priori» dello storico.
Si suole dire che i fatti parlano da soli: ma ciò è, ovviamente, falso. I fatti parlano soltanto quando lo storico li fa parlare: è lui a decidere quali fatti debbano essere presi in considerazione, in quale ordine e in quale contesto. Un personaggio di Pirandello, mi pare, dice che un fatto è come un sacco: non sta in piedi se non gli si mette qualcosa dentro. L’unico motivo per cui ci interessa sapere che nel 1066 si combatté una battaglia a Hastings è che gli storici lo considerano un avvenimento storicamente importante. É lo storico ad aver deciso che, dal suo punto di vista, il passaggio compiuto da Cesare di un fiumiciattolo come il Rubicone, è un fatto storico, mentre il passaggio del Rubicone compiuto prima o dopo di allora da milioni di altri individui non c’interessa minimamente. Il fatto che uno di voi sia giunto mezz’ora fa a piedi, in bicicletta o in automobile in questo edificio è un fatto del passato esattamente come il fatto che Cesare abbia passato il Rubicone: eppure, molto probabilmente esso sarà ignorato dagli storici. Una volta il professor Talcott Parsons definì la scienza «un sistema selettivo di orientamenti conoscitivi della realtà». Forse, avrebbe potuto esprimersi con un po’ più di semplicità. In ogni caso, la storia è, tra l’altro, anche questo. Lo storico è costretto a scegliere. Credere in un duro nocciolo di fatti storici esistenti oggettivamente e indipendentemente dallo storico che li interpreta, è un errore assurdo, che tuttavia è molto difficile da estirpare. L’esser considerato o meno un fatto storico dipende, quindi, da un problema d’interpretazione. Ciò vale per ogni fatto della storia. (E.H. Carr, Sei lezioni sulla storia, Torino, Einaudi, 1966 [Piccola biblioteca Einaudi, 98], pp. 14-17).


Dal fatto all'evento storico
Presentando la posizione di Carr, abbiamo utilizzato l’espressione ‘evento storico’. In effetti, lo stesso concetto di ‘fatto storico’ è stato oggetto, nel corso del secolo passato, di una profonda riflessione critica.
Non c’è dubbio che la storia sia nata come racconto di fatti. Tale è la posizione dello stesso Erodoto (V sec. a.C.), padre della storia modernamente intesa (ossia senza inserire nella narrazione eventi meravigliosi, collegati all’azione degli dei, ma attenta a vagliare testimonianze e documenti). All’inizio delle sue Storie, infatti, egli scrive: «Questa è l’esposizione dell’indagine condotta da Erodoto di Alicarnasso perché il passato degli uomini non svanisca col tempo, né grandi e meravigliose azioni, compiute dai greci come dai barbari, perdano ogni fama, ma soprattutto per stabilire la causa della reciproca guerra». Dunque: anche se nelle Storie Erodoto ci trasmette pure un grande affresco dei costumi dei popoli del Mediterraneo, è indubbio che al centro del suo interesse ci sia un fatto, la guerra tra persiani e greci, da lui giustamente ritenuto un evento di portata epocale e decisiva.
Già in epoca antica, accanto al fatto si ritenne costitutivo essenziale della storia il personaggio, del resto protagonista necessario del fatto stesso, i cui atti si ritenevano avere influenzato le vicende degli uomini (esempi in Plutarco, con le sue Vite parallele, e nel medioevo le molteplici biografie di Francesco d’Assisi, sancta novitas).
Questi due elementi sono stati sostanzialmente gli unici ai quali la storiografia del passato ha prestato interesse. In particolare il positivismo portò alle estreme conseguenze quest’atteggiamento, come sopra si è detto, facendo dello storico un semplice ordinatore dell’evento: dai dati si ricavano i fatti e i personaggi, che vanno poi messi in relazione causale tra loro.
Non va negata l’importanza di questo lavoro: esso ha, infatti, promosso soprattutto l’analisi critica delle fonti, senza la quale la storia rimane priva di qualsiasi valore scientifico e veritativo. Tuttavia abbiamo già rilevato i limiti di tale procedimento, che, infatti, fu sottoposto, agli inizi del secolo XX, a severa critica da parte della summenzionata Scuola delle Annales. Questi studiosi proposero una storiografia attenta non solo ad accertare i fatti accaduti o a tracciare l’azione dei personaggi, ma altresì a inserire questi due aspetti del passato all’interno di una situazione più complessa, con la quale essi intessono varie relazioni e che è costituito principalmente da tre elementi:
le istituzioni: ordinamento dei vari aspetti della vita sociale, stabile e giuridicamente regolato, che pertanto si attua concretamente in organismi corrispondenti;
le strutture: fenomeni geografici, economici, sociali, politici e culturali che restano costanti durante un lungo periodo o evolvono in modo lentissimo e quasi impercettibile;
le congiunture: in economia sono il prodursi, nello stesso tempo, di diversi eventi che condizionano lo stato dell’economia, ma il termine è stato impiegato, sostanzialmente nello stesso senso, pure per la storia.
Come spesso accade, le novità portate dalla Scuola delle Annales hanno spinto una parte della storiografia ad assumere posizioni esagerate: i fatti e i personaggi non furono più considerati minimamente importanti e quindi espunti dalla ricostruzione storica. Ma nei migliori esponenti della Scuola e presso altri storici che ne raccolsero la lezione, si realizzò una storiografia nella quale il fatto era adeguatamente valorizzato all’interno di un contesto più ampio, secondo relazioni di reciproca interazione volta per volta da determinare. Di questa linea metodologica, anticipata in realtà parzialmente già dalla cultura illuminista (ad esempio da Voltaire con il libro Il secolo di Luigi XIV), è chiara espressione il seguente brano di Henri-Irénée Marrou.

La ricerca delle «cause» aveva senso soltanto se inserita in una concezione della storia come studio analitico di avvenimenti, sul genere dell’antica storia politica e militare, la quale operava su ciò che essa indicava come fatti precisi (assunzioni al trono e cadute di monarchie, trattati e negoziati diplomatici, battaglie e assedi), sorta di atomi di realtà storica, enucleati dal pensiero per il facile intento di disporli in serie concatenate di cause ed effetti. Ormai siamo divenuti assai sensibili al carattere artificiale, voluto, derivato del «fatto» storico così concepito: lungi dallo scorgervi la vera essenza del passato, abbiamo imparato a riconoscervi il risultato di un taglio, di una selezione (ammissibile se cosciente e giustificata razionalmente), che dallo svolgersi continuo e complesso del passato stacca quel frammento che lo storico ritiene utile esaminare: donde il rischio di trattare come distinto (un effetto di una causa) ciò che forse non ha mai avuto una esistenza sua autonoma. Pertanto, il problema non si pone nemmeno più quando si studino aspetti più complessi del passato, cioè istituzioni, atteggiamenti mentali, tecniche o arti, che non appaiono come meteore nel cielo della storia, ma, nati dopo un lungo periodo di incubazione, non vengono percepiti se non nella loro propria evoluzione, nel corso della quale subiscono di continuo inavvertibili ma profonde trasformazioni.
Ma bisogna insistere sulla difficoltà che sorge dalla impossibilità in cui ci troviamo di isolare – salvo che con il pensiero – i singoli aspetti ed elementi della realtà storica. La comune nozione di «causa» può essere impiegata rigorosamente soltanto nel caso in cui, attraverso l’indagine sperimentale, si crei un sistema chiuso nel quale sia possibile isolare l’azione di una certa causa per constatarne e farne variare gli effetti. [...]
In conclusione, sarebbe tempo che la teoria della storia procedesse per suo conto a una revisione del concetto di causa, cosi come hanno fatto le scienze naturali dopo Comte; fisici e naturalisti vi hanno praticamente sostituito quello di «condizioni di apparizione» (dati i fenomeni A, B, C... sarà possibile osservare il fenomeno X), che si dimostra più generale e meglio definito; analogamente, mi sembra, la storia deve sostituire alla ricerca delle cause quella degli sviluppi coordinati, concetto questo che rappresenta l’estensione della nozione statica di struttura alla nuova dimensione del tempo (il tale fenomeno storico si trova collegato al tale altro mediante un rapporto intelligibile: la morale spartana si comprende ove se ne riconosca il legame con l’ideale totalitario della Città). [...]
E qui veniamo al punto essenziale: la spiegazione, in istoria, è la scoperta, la comprensione, l’analisi dei mille legami che, in maniera forse inestricabile, uniscono gli uni agli altri i molteplici aspetti della realtà umana, che ricollegano ciascun fenomeno ai fenomeni vicini, ciascuna situazione ai suoi precedenti – immediati o remoti – e, ancora, alle sue conseguenze. Ci si potrebbe a ragione chiedere se la vera storia non sia appunto questa: la concreta esperienza della complessità del reale, il prender coscienza della sua struttura e della sua evoluzione, entrambe cosi ramificate. Conoscenza senza dubbio spinta in profondità quanto allargata in comprensione, ma, in definitiva più vicina alla esperienza vissuta che alla spiegazione scientifica. (H.–I. Marrou, La conoscenza storica, Bologna, Il Mulino, 1975 [Universale Paperbacks, 17], pp. 180-181, 183-185).

Un esempio concreto di questa metodologia è la monografia di Fernand Braudel, esponente della seconda generazione della Scuola delle Annales, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II (Torino, Einaudi, 1953). Esso è strutturato su tre livelli di indagine: gli spazi geografici e ambientali, che condizionano l’agire umano pur evolvendosi lentamente, le vicende sociali ed economiche, pure di lunga durata anche se meno immobili dei precedenti, i fatti e i personaggi, che operano rapidamente all’interno delle costrizioni dell’ambiente materiale.
Il fatto storico è dunque oggi meglio definibile come evento storico, ossia, come dice Marrou, la ricostruzione dei complessi rapporti che collegano fatti, personaggi, istituzioni, strutture e congiunture. Anche qui siamo riportati alla soggettività della storia, poiché spetta allo storico valutare, dal suo punto di vista, quale sia il ruolo particolare giocato da queste forze in ciascun momento.
Così facendo, lo storico formula il ‘giudizio storico’ chiaramente definito da Marc Bloch nel seguente brano.

Ci sono due modi di essere imparziali: quello dello studioso e quello del giudice. Essi hanno una radice comune: l’onesta sottomissione alla verità. Lo studioso registra, anzi, meglio, provoca l’esperienza, che forse capovolgerà le sue più care teorie. Il giudice, qualunque sia il voto segreto del suo cuore, interroga i testimoni senz’altra preoccupazione all’infuori di quella di conoscere i fatti, quali essi avvennero. É, in entrambi i casi, un obbligo di coscienza che non si discute.
Eppure, a un certo punto, le loro strade divergono. Quando uno studioso ha osservato e spiegato, ha concluso il suo compito. Al giudice tocca ancora di dare la sua sentenza. Facendo tacere ogni simpatia personale, egli la pronuncia secondo la legge? Allora si reputerà imparziale. E, in effetti, lo sarà, almeno secondo la misura dei giudici. Ma non secondo quella dei dotti. Infatti non si può condannare o assolvere senza prendere partito per una tavola di valori che non deriva da nessuna scienza positiva. Che un uomo ne abbia ucciso un altro, è un fatto in sommo grado suscettibile di prova. Ma punire l’omicida presuppone che si consideri colpevole l’omicidio: il che, tutto considerato, non è che un’opinione sulla quale non tutte le civiltà si sono trovate d’accordo.
Per lungo tempo, si vide nello storico una specie di giudice degli Inferi, incaricato di distribuire elogi o condanne agli eroi morti. Bisogna credere che quest’opinione risponda a un istinto fortemente radicato, perché tutti i professori che si son trovati a correggere lavori di studenti sanno quanto difficilmente i giovani si lascino dissuadere dal rappresentare, dall’alto dei loro scanni, la parte di Minosse o di Osiride. Vale più che mai la frase di Pascal: «Ciascuno crede di essere Dio, giudicando: questo è buono o cattivo». Si dimentica che un giudizio di valore non ha ragione di essere se non come preparazione di un’azione e ha senso soltanto in rapporto a un sistema, volontariamente accettato, di punti di riferimento morali. Nella vita quotidiana; le esigenze del comportamento ci impongono questa etichettatura, di solito molto sommaria. Là dove non possiamo più nulla, là dove gli ideali comunemente accettati differiscono profondamente dai nostri, essa non è che un impaccio. Siamo davvero tanto sicuri di noi stessi e del nostro tempo, per separare, nella folla dei nostri padri, i giusti dai reprobi? Assolutizzando i criteri, puramente relativi, di un individuo, di un partito, di una generazione, che stupidaggine applicarne i dettami al modo con cui Silla governò Roma o Richelieu gli Stati del re cristianissimo! Siccome poi niente è per sua natura più variabile di siffatte sentenze, soggette a tutti gli ondeggiamenti della coscienza collettiva o del capriccio personale, la storia, permettendo troppo spesso che l’«albo d’oro» avesse la meglio sul «registro d’esperimenti» si è guadagnata gratuitamente la fama di essere la più incerta delle discipline; alle vuote requisitorie succedono infatti altrettanto vane riabilitazioni. Robespierristi, antirobespierristi, noi vi chiediamo grazia: per pietà, diteci, semplicemente, chi fu Robespierre.[...]
Si può ammettere che un capitano che dia battaglia, si sforzi di solito di vincerla. Se la perde a forze approssimativamente eguali, sarà perfettamente legittimo dire che ha manovrato male. Questo accidente gli era abituale? Non si uscirà dal più scrupoloso giudizio di fatto osservando che, senza dubbio, non era un buon stratega. Si consideri inoltre una misura di carattere monetario il cui scopo era, supponiamo, di favorire i debitori a spese dei creditori. Qualificarla come ottima o come deplorevole equivarrebbe al prendere posizione a favore di uno dei due gruppi, cioè a dire, trasportare arbitrariamente, nel passato, un concetto affatto soggettivo del pubblico bene. Ma immaginiamo che, per caso, l’operazione destinata ad alleggerire l’onere dei debiti abbia portato in pratica – è già accaduto – a un risultato opposto. «É fallita», diciamo, senza che con ciò si faccia altro che constatare onestamente una realtà. L’atto mancato è uno degli elementi essenziali dell’evoluzione umana, nonché di ogni psicologia.
Non basta. Il nostro generale ha per caso volontariamente guidato i suoi uomini alla sconfitta? Non si esiterà ad affermare che ha tradito: perché cosi, di solito, viene definito alla buona un tale comportamento. La storia sarebbe di una delicatezza alquanto pedantesca se respingesse l’aiuto del semplice e diritto lessico dell’uomo comune. Resterà poi da vedere ciò che la morale comune del tempo o del gruppo pensava di un simile atto. Il tradimento può essere, a suo modo, una forma di conformismo: basti pensare ai «condottieri» della vecchia Italia.
Una parola domina e illumina i nostri studi: «comprendere». Non diciamo che il buono storico è senza passioni; ha per lo meno quella di comprendere. Parola, non nascondiamocelo, gravida di difficoltà, ma anche di speranze. Soprattutto, carica di amicizia. Persino nell’azione, noi giudichiamo troppo. E così comodo gridare: «Alla forca!». Non comprendiamo mai abbastanza. Colui che differisce da noi – straniero, avversario politico – passa, quasi necessariamente, per un malvagio. Anche per condurre le lotte che si presentano come inevitabili, occorrerebbe un po’ più di intelligenza delle anime; e tanto più per evitarle, quando si è ancora in tempo. La storia, pur che rinunci alle sue false arie di arcangelo, deve aiutarci a guarire di questo difetto. È una vasta esperienza delle varietà umane, un lungo incontro degli uomini. La vita, al pari della scienza, ha tutto da guadagnare da che questo incontro sia fraterno. (M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1969 [Piccola biblioteca Einaudi, 117], pp. 123 ss.).

Teoria delle fonti e sapere storico come sapere scientifico
Se, però, la storia può e deve essere definita una scienza, è perché l’attività soggettiva d’indagine dello storico si esercita su una serie di elementi oggettivi, che lo studioso deve scrupolosamente rispettare: le fonti.
Anche da questo punto di vista, gli ultimi due secoli hanno registrato delle importanti novità. Per i positivisti, le fonti erano costituite solo e unicamente dai documenti, la cui definizione tecnica è la seguente: una testimonianza scritta di un fatto di natura giuridica, redatta secondo determinate forme atte a garantirne l’autenticità.
Secondo i positivisti, proprio la natura giuridica del documento ne garantiva l’assoluta veridicità e quindi la sua utilizzabilità come fonte storica certamente oggettiva. Per conseguenza, «senza documenti, niente storia» (C.V. Langlois e C. Seignobos, Introduzione agli studi storici).
Tuttavia abbiamo sopra visto i limiti di questa posizione: non solo i documenti non sono oggettivi in assoluto, ma spesso sono mancanti, il che condannerebbe lo storico a non dire nulla su interi amplissimi periodi del passato. È stata, perciò, ancora una volta la Scuola delle Annales ad allargare il concetto di fonte storica: «La storia si fa senza dubbio con i documenti scritti. Quando ce n’è. Ma si può fare, si deve fare, senza documenti scritti se non ne esistono. Per mezzo di tutto quello che l’ingegnosità dello storico gli consente di utilizzare. Quindi con parole. Con segni, con paesaggi e con tegole. Con forme di campi e erbacce. Con eclissi lunari e con gli attacchi delle bestie da lavoro e da traino. Con perizie geologiche di pietre e analisi chimiche del metallo con cui sono forgiate le spade. Forse che tutta una parte, e la più affascinante del nostro lavoro non consiste nello sforzo continuo di fare parlare le cose mute, di far dire loro ciò che da sole non dicono sugli uomini, sulle società che le hanno prodotte, e di costituire finalmente quella vasta rete di solidarietà e di aiuto reciproco che supplisce alla mancanza del documento scritto?» (L. Febvre).
Il concetto di documento si allarga, pertanto, in quello di fonte storica: qualsiasi testimonianza atta a farci conoscere il passato.

Fonti scritte e fonti non scritte
Vero è che la fonte principale rimane sempre quella scritta, dalla quale vanno distinte le fonti non scritte.
Le prime si distinguono in documenti e narrazioni.
Abbiamo già dato la definizione di documento: essenziale è la sua natura giuridica, quindi l’essere emanato da un’autorità che può essere pubblica (imperatore, re, papa, vescovo, ecc.) o privata (notaio). I documenti sono di norma conservati negli archivi, anch’essi pubblici o privati, all’interno dei quali ricevono un certo ordinamento.
Esiste una scienza, detta ausiliaria della storia, l’archivistica, che si occupa appunto di studiare l’origine, la struttura e il funzionamento degli archivi, importante per collocare esattamente il documento nel suo ambiente temporale. Va precisato che essa e le altre scienze così chiamate ausiliarie sono tali solo in rapporto alla storia, poiché la aiutano nel perseguimento dei suoi obiettivi: di per sé si tratta, infatti, di scienze a pieno titolo. Tornando agli archivi, fa parte dell’attività storica pubblicare i documenti in essi contenuti, per renderli fruibili alla ricerca: essi vengono perciò trascritti e pubblicati in apposite collane. Quando ciò avviene, il documento viene anche studiato e, in particolare, se ne accerta l’autenticità o la falsità attraverso l’impiego di un’altra scienza ausiliaria, la diplomatica. Quest’ultima studia le forme che i documenti hanno assunto nel corso dei secoli e delle aree geografiche, giacché codeste, come si è detto nella definizione di documento, servono appunto a garantirne la veridicità (esempio: il costituto di Costantino). Occorre però precisare che il documento falso può avere una notevole utilità negli studi storici, perché riflesso dell’ambiente che l’ha prodotto.

Le fonti narrative non hanno una precisa definizione a causa della loro notevole varietà: in generale, si tratta di fonti scritte di carattere non giuridico, che appunto raccontano accadimenti del passato (che spesso per il loro autore è il presente).
Queste fonti sono conservate nelle biblioteche: anche per quest’ultime esiste una scienza ausiliaria, la biblioteconomia, la quale svolge le stesse funzioni dell’archivistica. Pure le fonti narrative vanno pubblicate, anzi, ancor più dei documenti, in quanto per secoli esse sono state scritte a mano e di ciascuna esistono sovente più esemplari, talvolta con testi divergenti tra loro. Una scienza ausiliaria utile allo scopo è la paleografia, che studia l’evoluzione spazio-temporale della scrittura e permette così di datare e localizzare il manoscritto: questa scienza è utile anche per i documenti, pure loro manoscritti per lungo arco di tempo. A differenza di questi ultimi, però, il problema delle fonti narrative non è l’autenticità (anche se vi sono stati, nel tempo, alcuni casi di falsi clamorosi) bensì l’attendibilità del narratore. In realtà, costui presenta sempre, nella sua opera, un suo particolare punto di vista, quindi lo storico dovrà soprattutto individuarlo per utilizzare al meglio le sue informazioni.


Come si diceva, la Scuola delle Annales ha insegnato agli studiosi a servirsi anche delle fonti non scritte: esse consentono non soltanto di fare storia in assenza di documenti, ma, in particolare, di ricostruire aspetti del passato che le fonti scritte inevitabilmente ignorano (la vita materiale, i modi di vivere delle masse, certe pratiche agricole, e via dicendo).
Anche queste fonti sono molto varie e la storia si serve, per analizzarle, di scienze pure definibili come ausiliare, nel senso sopra precisato. A titolo di esempio ricorderemo la numismatica (monete), l’iconografia (dipinti, miniature), la chimica (manufatti in ferro, ceramica, ecc., ma anche i pollini fossili che permettono di indagare le variazioni climatiche della terra che, in epoche di economia arretrata, condizionarono in modo fondamentale le società umane), l’archeologia.

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