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La guerra del Vietnam


In realtà la «guerra dei 10.000 giorni», come la chiamano i vietnamiti, ossia la lotta per l’indipendenza e l’unificazione del paese, è iniziata quasi immediatamente dop la fine della seconda guerra mondiale, ed è durata, sia pura in forme diverse fino alla conquista di Saigon da parte delle truppe del Vietnam del nord il 30 aprile 1975.

Prima fase: la guerra d’Indocina

Negli anni precedenti la seconda guerra mondiale tutta la penisola indocinese era sotto il controllo della Francia da circa settant’anni, che l’aveva occupata sin dagli anni Sessanta dell’Ottocento. L’avanzata giapponese aveva poi travolto i francesi, che però erano rimasti alla guida dell’amministrazione del paese anche durante gli anni del conflitto. Intanto il movimento per l’indipendenza del paese (Vietminh) si andava rafforzando attorno a due leader carismatici, il comunista Ho Chi Min e il generale Vo Nguyen Giap.


Ho chi min

Giap

Ho Chi Min ("Colui che porta la luce")
(Fonte Wikipedia)
Il generale Vo Nguyen Giap
(Fonte Wikipedia)






Quando, finita la guerra, la Francia riprese possesso della sua colonia, iniziò quasi subito una guerra per l’indipendenza combattuta secondo le migliori tecniche della guerriglia, con assalti, imboscate e attentati. I francesi non riuscirono a sconfiggere subito il Vietminh, e questi si rafforzò ancora di più nel 1947, quando la Cina divenne comunista e cominciò a rifornire con armi e mezzi l’esercito di Giap.

Dopo anni di questa inconcludente guerra di attrito, quando già si parlava di trattative tra la Francia e il Vietminh, lo stato maggiore francese decise un’offensiva su larga scala per conquistare col lancio di paracadutisti la isolata base di Diem Bien Phu (novembre 1953) e interrompere i rifornimenti dalla Cina al Vietminh.

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I francesi però commisero una serie interminabile di errori, rimasero completamente isolati e furono infine completamente sconfitti dal generale Giap nel marzo 1954.


 Con gli accordi di Ginevra furono costretti a concedere l’indipendenza al Vietnam, che si trovò diviso in un Vietnam del nord, comunista, e in un Vietnam del Sud, filooccidentale.







Seconda fase: la guerra civile

Gli accordi di Ginevra in realtà prevedevano delle elezioni libere per la riunificazione del paese, elezioni che però non si tennero mai. Sia al nord sia al sud  i rispettivi governi si impegnarono a fondo in un’opera di epurazione dei rivali politici. Ma Ho Chi Min non poteva accettare una divisione permanente del paese, e ben presto riprese la guerriglia contro le forze sudvietnamite. Il capo del governo sudvietnamita, Ngo Dinh Diem chiese aiuto agli Stati Uniti, che cominciarono a inviare armi,  mezzi e i primi «consiglieri», ossia dei soldati e degli ufficiali che avevano il compito di aiutare le forze sudvietnamite a organizzare la lotta contro i vietcong, il nuovo nome che avevano assunto i guerriglieri comunisti nordvietnamiti.. Diem alla fine fu rovesciato da un colpo di stato (1° novembre 1963), e il paese entrò in una confusa fase di instabilità politica.







La terza fase: l’intervento diretto americano

La guerra contro il Vietcong andava sempre peggio e sembrava che il Vietnam del Sud fosse sul punto di cedere. Gli Stati Uniti inviarono un numero sempre maggiore di aerei e di elicotteri alle forze sudvietnamite e trasferirono progressivamente diverse migliaia di «consiglieri» per istruire i soldati di Saigon. Il 31 luglio 1964 un cacciatorpediere americano attrezzato per lo spionaggio elettronico, il Maddox, fu attaccato da motovedette nordvietnamite mentre si trovava ai margini delle acque territoriali di Hanoi: fu l’incidente di cui il presidente americano Lyndon Johnson aveva bisogno per convincere il paese della necessità di un conflitto. L’8 marzo 1965 3.500 marines sbarcarono nella base di Danang, portando definitivamente gli Stati Uniti nel conflitto.
In realtà già dai giorni precedenti era iniziata l’operazione Rolling Thunder, ossia il più massiccio programma di bombardamento dal 1945. Nel giro di tre anni furono sganciate sul Vietnam del Nord un numero di tonnellate di bombe tre volte superiore a quello impiegato nella seconda guerra mondiali dagli alleati, ma i risultati furono insignificanti: il Vietnam del Nord infatti non aveva né industrie né infrastrutture da distruggere. I rifornimenti militari arrivavano dalla Russia e dalla Cina e venivano avviati verso le zone di combattimento attraverso il cosiddetto «sentiero di Ho Chi Min», che in realtà era solo una serie di piste e sentieri nella giunga tropicale.
Il generale William Westmoreland, comandante in capo delle truppe americane, escogitò la strategia del «Search and Destroy». Poiché i nordvietnamiti non volevano impegnarsi in grandi battaglie frontali, e d’altra parte ragioni politiche impedivano l’invasione diretta del Vietnam del Nord (che avrebbe probabilmente portato alla scontro con la Cina) gli americani inviavano piccoli reparti a pattugliare il territorio fin quando non intercettavano un gruppo di vietcong. Iniziato lo scontro, i soldati statunitensi chiedevano via radio il supporto dell’artiglieria pesante, dell’aviazione e degli elicotteri, che trasportavano sul posto nel giro di pochi minuti i rinforzi necessari ed evacuavano i morti e i feriti. L’obiettivo di Westmoreland con questa guerra di attrito era di provocare perdite così gravi ai nordvietnamiti grazie alla superiorità di fuoco americana da costringerli alla resa o almeno a ritirarsi definitivamente dal Vietnam del Sud. In realtà, sebbene gli americani riuscissero in effetti a infliggere perdite dieci volte superiori a quelle che subivano, la volontà di combattere dei vietnamiti non venne mai meno; al contrario, l’opinione pubblica americana ben presto si dimostrò ostile a un conflitto che veniva percepito come inutile e ingiusto. Lo stillicidio delle perdite in battaglia (circa 50.000 morti), la notizia di eccidi di civili innocenti come quello perpetrato nel villaggio di MyLay e il senso di frustrazione per la mancanza di risultati decisivi fecero crescere nel paese un’ondata di dissenso che si saldò col movimento di protesta del Sessantotto.








La crisi del Tet e la fine della guerra

L’episodio più importante del conflitto fu probabilmente la cosiddetta «offensiva del Tet» (il capodanno lunare buddista). Da tempo l’amministrazione americana cercava di convincere l’opinione pubblica di essere sul punto di vincere la guerra: improvvisamente invece il 31 gennaio 1968 tutte le principali basi americane furono investite da una violentissima offensiva vietcong che arrivò a colpire perfino l’ambasciata americana a Saigon. Le immagini di quell’attacco, trasmesse via satellite nelle case degli americani, ebbero un impatto enorme e fecero crollare la fiducia dell’opinione pubblica nelle dichiarazioni ufficiali dei generali e dei politici americani. Da quel momento gli USA cercarono di trovare un modo per ritirarsi dal conflitto senza perdere la faccia. Alla fine, dopo lunghi ed estenuanti negoziati, il presidente Nixon (che era subentrato a Jonhson nel 1968) arrivò a firmare la pace di Parigi il 27 gennaio 1973. Il Vietnam del Sud, lasciato solo a combattere contro i vietcong, riuscì a resistere solo altri due anni: il 30 aprile 1975 le forze nordvietnamite entrarono in Saigon e la guerra ebbe fine.














Battaglia di Dien Bien Phu: presentazione generale













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