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Le 5 giornate: fuga di un patriota

Testo

Dalla casa in S. Pietro alla Vigna, alle 3 circa, sentii di re­pente numerosi colpi di fucile in istrada, quindi due palle rup­pero i vetri della mia stanza; e fischiarono poche dita da me discosto. Alla novità del fatto, mi avvicinai alla finestra, e vidi numerosa schiera di granatieri ungaresi, difilati lungo la pa­rete opposta, collo schioppo appuntato alla guancia verso tutti i piani della casa. Repentissimi, frequenti colpi di scure al la porta, grida feroci lungo la strada, un alto lamento nell'interno della casa mi annunciarono una ferale disgrazia. Venni nell'attigua stanza e quivi un'altra fucilata. Pensai che si desse principio ad una sistematica distruzione di casa in casa, vedendo li abita­tori innocui, disarmati, ravvolti fra donne e figli correnti, la­crimanti, stridenti, il servitore mi avvisò, che le scuri avevano già fessa la porta, e che a momenti i soldati irrompevano; non esservi altro scampo che attraverso i tetti. Grazie alla generosa opera del cittadino Meregalli, affittuario al terzo piano della casa Piazza (Torre de' Moriggi), avemmo, per una finestra la­terale al tetto, ingresso nella sua abitazione; e da questa a quella dei conjugi Perelli, abitanti al quarto piano di della casa, dove il profugo stuolo ebbe per tulla notte asilo e conforto di cibo. Lo scrivente insieme alla sua famiglia e ad altri, tulli depau­perati dal saccheggio, per molti giorni ancora fruirono di tale asilo.

Appena schiusa la finestra d'ingresso, i granatieri salirono sul tetto dietro le nostre pedate, collo schioppo alla faccia, de­terminati ad inseguirci, quando una voce diede ordine di fer­marsi, non presentando il generale silenzio sospetto alcuno di nostra vicinissima presenza. Il pericolo di morte ancora più acerbamente portava angoscia nell'anima, perché avremmo inviluppato nella nostra disgrazia i benefattori che ci avevano raccolti. Non rinvenuta la preda nella parte più alta della casa, corsero i soldati nelle cantine, dove infatti erano occultate donne e numerosi fanciulli d'ogni età. Ma essi volevano e cercavano gli uomini. S'avvennero in un figlio del portinajo, da tempo in­fermo, che ferocemente maltrattarono) benché inabile a sorreg­gersi. Corsero ai piani di abitazione; gettate a terra le porte, ugni cosa misero a soqquadro; con baionette e spade forarono i ritratti; sfondarono armadj, cassettoni, tavoli; ponendo mano a denaro, orologi, argenterìe, conducendo seco loro il por­tinaio col figlio, il mercante di mobili e due giovinetti. Meri­tano quivi particolare ricordanza due donne di servizio, Ma-nanna De-Giuli e Giuseppa Rimondi, che tutti i giorni dalla domenica in poi, attraverso i colpi di fucile che piovevano, incaricavansi di far provigione per le 32 persone, quasi tutte don» ne e fanciulle, che a loro commettevansi per la mancante pro­vista del vivere: e della cittadina Giuseppina Alessio, maestra di scola, che nel momento del personale pericolo, ricevendo di piede fermo li officiali ed i soldati, disse, che essendo donna ed educatrice, per propria inoffensività e per incolumità delle proprie educande, aspettava d'essere esente da ogni militare violenza. L'officiale dei granatieri ungaresi, fatta visita al do­micilio, rispose, congedandosi, che egli non aveva sete che di sangue maschile; e dappoi ebbe a dire che sarebbe per esso gran piacere uccidere 50 o 60 italiani. Nei seguenti giorni 19, 20, 21, 22 que' soldati, nascosti dietro le griglie dell'appar­tamento di Radetzky, giorno e notte facevano foco su chiunque passasse per la via, fosse donna, vecchio o fanciullo. Avventu­ratamente però, da un trecento fucilate e più, tre soli furono i morti ed uno ferito.

Fonte

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