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Battaglia di Solferino

Il 24 giugno del 1859, durante la Seconda guerra di Indipendenza italiana, venne combattuta una delle più importanti e sanguinose battaglie di tutto l'Ottocento sulle colline a sud del lago di Garda, tra l'esercito franco-piemontese comandato dall'imperatore francese Napoleone III e dal re piemontese Vittorio Emanuele II e quello austriaco sotto la guida diretta dell'imperatore Francesco Giuseppe.

Circa 234.000 uomini in tutto, divisi in modo quasi uguale tra i due schieramenti, combatterono accanitamente per tutta la giornata su un fronte di oltre 20 km, ma la battaglia è nota col nome delle due località in cui si lottò con maggiore accanimento: Solferino e San Martino.

Le premesse

Nel 1858 l'imperatore francese Napoleone III e il primo ministro piemontese Camillo Benso conte di Cavour avevano sottoscritto i cosiddetti «patti di Plombieres», con i quali la Francia si impegnava a intervenire al fianco del Piemonte se questo fosse stato attaccato dall'Austria. L'obiettivo, in caso di conflitto, sarebbe stato uno «stato dell'Alta Italia» comprendente lo stesso Piemonte, la Lombardia e il Veneto, sotto il controllo indiretto della Francia. Nella primavera del 1859 la tensione tra Piemonte e Austria, abilmente orchestrata da Cavour, era giunta al suo culmine e la guerra era effettivamente scoppiata il 27 aprile di quell'anno.
L'esercito francese, prontamente accorso in Italia, si unì a quello piemontese sconfiggendo ben presto gli austriaci nella battaglia di Magenta del 4 giugno e impadronendosi di Milano e di quasi tutta la Lombardia.
Il giovane imperatore austriaco Francesco Giuseppe (aveva solo 29 anni) cercò di correre ai ripari: si precipitò in Italia, destituì l'anziano generale Gyulai che aveva condotto le operazioni fino a quel momento, assunse il comando dell'esercito e ordinò subito di contrattaccare. Le truppe ai suoi ordini, che avevano appena varcato il fiume Mincio, tornarono sui propri passi, occupando il terreno tra l'abitato di San Martino a nord e quello di Medole a sud. Il piano di Francesco Giuseppe si basava sulla convinzione che l'esercito avversario dovesse ancora attraversare il fiume Chiese (che scorre una quindicina circa di chilometri più a ovest del Mincio): l'imperatore contava di piombare sulle truppe franco-piemontesi proprio mentre attraversavano il Chiese.
Quello che non sapeva era che l'esercito alleato aveva già attraversato il fiume e il 23 giugno si trovava ormai a brevissima distanza dalle posizioni austriache. Tuttavia anche Napoleone III e Vittorio Emanuele II erano convinti che l'esercito austriaco fosse ancora oltre il Mincio, e per giunta in ritirata. Fu quindi per entrambi i comandi una totale sorpresa, all'alba del 24 giugno, scoprire di essere così vicini agli avversari: gli eserciti erano ancora in assetto di marcia e nessuno dei due stati maggiori aveva preparato un piano di battaglia. Da un punto di vista tattico perciò la battaglia si risolse, da parte franco piemontese, in un andare all'attacco quasi allo sbaraglio, mentre da parte austriaca si trattò di un tentare di contenere questa forte pressione.
I francesi però avevano alcuni vantaggi: prima di tutto avevano armi molto moderne, come i fucili modello Minié, e soprattutto disponevano di una riserva strategica, la Guardia imperiale creata a suo tempo da Napoleone I, mentre gli austriaci commisero l'errore di non prevedere nessuna seconda linea strategica.
Gli scontri si concentrarono in tre località: a Medole sull'ala destra francese, a Solferino al centro e a San Martino a nord, dove combatterono i piemontesi.


Le fasi della battaglia

Gli scontri cominciarono alle quattro del mattino sul lato sud dello schieramento, attorno al paesino di Medole tenuto dagli austriaci. L'esperto generale francese Adolphe Niel, capo del IV corpo d'armata, si insospettì quando scoprì che a Medole c'era un intero battaglione (mentre tutti credevano che gli austriaci fossero a molti chilometri di distanza) e senza perdere un secondo per chiedere istruzioni a Napoleone (che peraltro a quell'ora stava ancora dormendo a Montichiari) ordinò a una sua divisione l'attacco generale, conquistando il paese verso le sei del mattino. Gli austriaci, passata la sorpresa, cercarono a loro volta di riconquistare l'abitato, ma Niel non aveva perso tempo a trincerarsi rafforzando la sua posizione: per tutta la giornata i suoi 25.000 uomini riuscirono a tenere in scacco ben 50.000 austriaci, che non poterono così partecipare allo scontro principale.

Intanto alle 4.30 del mattino il centro francese, al comando di Napoleone, aveva incontrato gli austriaci vicino a Solferino. Le truppe di Francesco Giuseppe occupavano una forte posizione difensiva, perché Solferino è sui fianchi di una ripida collina di origine morenica, che rappresenta il punto più elevato della zona. Napoleone, che a differenza del suo rivale si trovava al fronte, si rese subito conto della sua importanza e quindi vi concentrò le truppe per occuparlo a tutti i costi. I soldati austriache però resistettero con grande tenacia: Napoleone allora, contro il parere del suo Stato Maggiore, rischiò il tutto per tutto lanciando nella mischia la sua riserva, costituita delle truppe sceltissime della Guardia Imperale. E Solferino cadde, determinando nel corso del pomeriggio la vittoria degli alleati.

Intanto sul lato nord del fronte anche i piemontesi erano entrati in azione, verso le 7.30 del mattino, contro l'ala destra austriaca comandata dal generale Benedeck. I piemontesi erano in superiorità numerica (35.000 uomini circa contro 28.000) ma anche qui gli austriaci potevano godere di una forte posizione difensiva sulla cima delle colline. Le truppe sabaude attaccarono con grande determinazione per tutta la giornata, senza però coordinare gli sforzi (sia per inesperienza sia per l'ostilità reciproca dei vari comandanti). L'unica tattica seguita fu quella dell'attacco frontale, e questo comportò delle perdite gravissime (alla fine i piemontesi persero il doppio degli uomini degli austriaci). Le cariche si susseguirono con grande violenza soprattutto nella località della «Madonna della Scoperta», ma gli austriaci tennero duro. Nel primo pomeriggio di quel giorno assolato Vittorio Emanuele in persona infranse la rigida disciplina dell'esercito e ordinò ai soldati di deporre lo zaino d'ordinanza (del peso di 15 kg) per scalare più facilmente le colline. Neppure questo bastò, perché gli austriaci riuscivano a tenere con facilità le posizioni. Tuttavia la fortissima pressione dei piemontesi impedì al generale Benedeck di inviare un solo uomo in aiuto dei suoi compagni a Solferino, dove le truppe francesi stavano finalmente sfondando. Nel tardo pomeriggio un violento temporale impedì a Napoleone di lanciare l'inseguimento, mentre a San Martino si combatté fino a sera, quando Benedeck si arrese all'evidenza e iniziò anch'egli la ritirata: la battaglia era finita, i franco-piemontesi avevano vinto, e la strada per la nascita dell'Italia era aperta.


Le conseguenze della battaglia
Solferino e San Martino furono l'ultima battaglia della guerra. Napoleone III rimase sconvolto dalle perdite subite dal suo esercito e chiese subito un armistizio agli austriaci, che venne firmato a Villafranca l'11 luglio. Questo però violava i patti di Plombieres, che escludevano appunto qualsiasi armistizio separato con gli austriaci. Cavour si ritenne perciò sciolto dagli altri impegni, in particolare quelli di limitare l'espansione del Piemonte alla sola pianura lombardo-veneta: in questo modo poté accettare nel febbraio del 1860 l'annessione dell'Emilia e della Toscana e nell'ottobre dello stesso anno anche il Regno delle Due Sicilie consegnato da Garibaldi al re Vittorio Emanuele.


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Le frasi celebri
Nel momento più drammatico della battaglia, Vittorio Emanuele rincuorò in piemontese i suoi soldati con la frase diventata poi famosa: «Fioeui, o i piuma San Martin o i auti an fa fé San Martin a nui!» (Figlioli, o prendiamo San Martino, o i nostri avversari ci obbligheranno a "fare San Martino", ossia a traslocare, far fagotto: la tradizione un tempo prevedeva che i traslochi si facessero l'11 novembre).
Sembra che l'imperatore Francesco Giuseppe alla vista del massacro di Solferino abbia eslamato: «Meglio perdere una provincia intera e non rivedere mai più una carneficina del genere!». 

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La tattica dei francesi
I francesi a Medole sfruttarono abilmente la configurazione del terreno. Sul lato settentrionale, dove i campi erano aperti e spogli, schierarono quasi tutta l'artiglieria e la cavalleria: quando i reparti austriaci avanzavano venivano bombardati a lunga distanza e costretti a sparpagliarsi; a quel punto venivano caricati dalla cavalleria e costretti a indietreggiare. Sul lato meridionale dell'abitato invece il terreno era coltivato e la fanteria francese potè sfruttare i fossati di irrigazione come trincee per sparare senza esporsi al tiro nemico.


Nasce la Croce Rossa

Un industriale svizzero, Henry Dunant, si trovava per caso sul campo di battaglia (cercava di parlare con Napoleone III per una questione di affari) e rimase sconvolto dalle sofferenze subite dai soldati e insieme dalla mancanza di una efficace organizzazione di soccorso. Nei giorni immediatamente successivi la battaglia Dunant si impegnò a fondo in prima persona per soccorrere i feriti di entrambi gli schieramenti nella chiesa di Castiglione, aiutato dalle donne del posto. Dunant avrebbe poi commentato così il loro operato: «Nulla le ha disgustate, stancate o scoraggiate e la loro umile dedizione non ha voluto fare i conti né con le fatiche, né con la ripugnanza, né con i sacrifici». Tornato in patria, Dunant scrisse un libretto di denuncia, Souvenir di Solferino, che ebbe un grandissimo successo e in cui venivano descritte le atrocità della battaglia. Il libro conteneva già l'idea di un organismo internazionale per il soccorso dei feriti. Questa intuizione si sviluppò negli anni successivi fin quando nel 1863 veniva firmata da 14 paesi la prima Carta fondamentale che segna l'inizio della Croce Rossa Internazionale.

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