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La battaglia del Volturno


La battaglia del Volturno, largamente sottovalutata dai libri di scuola, è stata in realtà lo scontro decisivo della spedizione dei Mille. Il sovrano borbonico Francesco II infatti aveva deciso di attendere i garibaldini sul terreno a lui più favorevole per rovesciare con una grande battaglia l'esito della campagna. Garibaldi dopo essere sbarcato a Marsala (Trapani) l'11 maggio 1860 con un migliaio di volontari, si era scontrato il 15 dello stesso mese a Calatafini con alcuni reparti dell'esercito borbonico (circa 3.000 uomini) guidati dal generale Landi.

Si era trattato poco più di una grossa scaramuccia, anche perché Landi si era ritirato quasi subito, sorpreso dalla inaspettata capacità tattica degli uomini di Garibaldi, ma aveva assunto immediatamente un enorme significato simbolico. Alla fine di maggio i garibaldini, cresciuti intanto a circa 4.000 uomini, avevano conquistato dopo una battaglia durata tre giorni (27-30 maggio) la città di Palermo. Il 20 luglio a Milazzo, nell'unico scontro in cui le camicie rosse godettero della superiorità numerica, circa 6.000 garibaldini appoggiati da una corvetta sottratta alla flotta napoletana avevano costretto i 2.600 uomini del generale Bosco a rinchiudersi nella fortezza della città. Passati in Calabria con un ardito colpo di mano, i garibaldini avevano risalito la Calabria raccogliendo la resa di numerosi reparti borbonici e insieme rafforzandosi continuamente con volontari locali e altri provenienti dal nord. Il 7 settembre Garibaldi erano entrato a Napoli accolto come un trionfatore, ma le truppe di Francesco II lo aspettavano pochi chilometri più in là.



I piani

Alla fine di settembre i borbonici erano pronti a prendere l'offensiva contro i garibaldini. Le truppe di Francesco II erano concentrate nella città fortificata di Capua, a poco meno di trenta chilometri da Napoli, e controllavano la riva destra del fiume Volturno, che proprio pochi chilometri a est di Capua esce dalle ultime propaggini appenniniche e si distende nella pianura campana. Il grosso delle truppe garibaldine era schierato di fronte alla città, tra le località di San Tammaro e di Sant'Iorio, per una estensione di oltre sei chilometri, con lo scopo di bloccare ai borbonici le strade di accesso verso Napoli.

Il piano dei generali di Francesco II era articolato e sulla carta intelligente. Sfruttando la notevole superiorità numerica le truppe napoletana dovevano dividersi in due gruppi: il grosso (circa 25.000 uomini) uscendo da Capua doveva attaccare direttamente lo schieramento garibaldino, mentre forti aliquote delle esercito (circa 13.000 uomini in tutto) dovevano partire dalle loro basi lungo il Volturno, una quindicina di chilometri a monte, per prendere alle spalle i garibaldini passando attraverso le valli che separano le ripide colline che si trovano in quella zona. Garibaldi però aveva previsto questa possibilità e aveva a sua volta inviato alcuni tra i suoi uomini migliori a presidiare i valichi attraverso cui queste truppe sarebbero dovute passare. La battaglia del Volturno quindi si svolse in due zone nettamente distinte anche se collegate: la pianura tra Capua e Caserta, da una parte, e la vallate retrostanti, dall'altra. 

La battaglia in pianura

All'alba del 1° ottobre i borbonici cominciarono a uscire dalla base di Capua, ancora avvolti dalla nebbia, e avanzarono verso Caserta e contro lo schieramento dei garibaldini suddivisi in due colonne: all'ala sinistra la divisione agli ordini del generale Alfan de Rivera (10.000 uomini) attaccò le posizioni garibaldine a Sant'Angelo di Tifata, tenuta da Medici, mentre al centro la divisione agli ordini del generale Tabacchi (altri 10.000 uomini) investì i reparti attestati davanti Santa Maria Capua Vetere, guidati da Milbitz.

Sin dall'inizio questi attacchi ebbero un certo successo: lo stesso Garibaldi che si era portato prima a Santa Maria, mentre si spostava in carrozza verso Sant'Angelo fu attaccato di sorpresa da un gruppo di napoletani che si erano avvicinati di nascosto sfruttando dei canali asciutti e riuscirono a uccidere il cocchiere e almeno uno dei cavalli. Garibaldi in persona dovette saltare già dalla carrozza e prepararsi a vendere cara la pelle: per fortuna, come lui stesso scrive nelle sue memorie, si trovava vicino a reparti di garibaldini che, vedendo il loro capo in pericolo, intervennero immediatamente caricando alla baionetta i soldati di Francesco II.

Battaglia di Volturno

 Giuseppe Vizzotto Alberti (1862-1931). Combattimenti presso l'arco di Traiano a Santa Maria Capua Vetere, Affresco, Museo di San Martino della Battaglia

Fonte: Wikimedia

La situazione però andava peggiorando: de Rivera aveva individuato con precisione il punto debole dello schieramento garibaldino, ossia il tratto di congiunzione tra i reparti attestati attorno a Sant'Angelo e quelli che difendevano Santa Maria, e lì concentrava i suoi attacchi. Inoltre altri 5000 soldati napoletani, attraversato il Volturno a Triflisco, premevano da nord. Garibaldi arrivò appena in tempo per organizzare un contrattacco e rintuzzare questo pericolo. Per il resto della mattinata osservò l'andamento della battaglia dal punto di osservazione sul campanile della abbazia benedettina poco fuori Sant'Angelo: i napoletani tornarono all'attacco più e più volte, e pur venendo sempre respinti verso le 13 erano sul punto di sfondare le linee di Sant'Angelo, dove il generale Medici era costretto a difendere con le unghie e coi denti un incrocio stradale che rappresentava il fulcro delle sue difese. Perso quello, i napoletani avrebbero spaccato in due il fronte garibaldino e la battaglia sarebbe stata perduta.

Garibaldi capì che era il momento di impiegare le riserve, che fino a quel momento erano rimaste a Caserta, e diede ordine di farle arrivare in tutta fretta (per far prima, alcuni reparti usarono perfino il treno). Alle due, riorganizzati e fatti riposare i reparti, li guidò al contrattacco cercando a sua volta di separare le truppe degli avversari: a differenza di questi ultimi, ci riuscì perfettamente. I napoletani furono infatti colti di sorpresa da questa reazione, persero la coesione tra i reparti e ripiegarono: alle cinque del pomeriggio lo scontro in questa zona poteva considerasi concluso, con i garibaldini che avevano ristabilito la loro zona difensiva.


La battaglia per i passi tra i monti

Ma intanto, sulle colline retrostanti, si erano verificati altri violenti combattimenti. Infatti il brigadiere Giovan Luca von Mechel, di origini svizzere, con 8000 uomini aveva attraversato all'alba il Volturno e aveva cercato di forzare la valle di Maddaloni, difesa da Nino Bixio: se ci fosse riuscito, avrebbe intrappolato Garibaldi tagliandogli la via di ritirata verso Napoli. A partire dalle otto del mattino le truppe di von Mechel avevano investito con violenza le linee di Bixio.

Anche qui i soldati napoletani avevano ottenuto importanti successi iniziali, respingendo i garibaldini sul monte Caro e costringendoli ad abbandonare la loro linea difensiva costituita dalle arcate dell'acquedotto creato da Vanvitelli nel Settecento.

Ma a questo punto, verso mezzogiorno, Von Mechel si fermò. Perché? Nel suo rapporto scrisse: «Mi ero convinto, sebbene la mia truppa fosse vincitrice, che con le poche forze che avevo, di fronte a quelle nemiche, non avrei potuto mantenermi a lungo in questa posizione». Egli, contrariamente agli ordini ricevuti, aveva distaccato un reparto di circa 5000 uomini, al comando del colonnello Giuseppe Ruiz, con l'ordine di passare per una valle secondaria e aspettarlo a Caserta Vecchia: adesso sperava di mettersi in contatto con lui.

Ma la divisione Ruiz era bloccata. A Castel Morrone, ad appena 6 km in linea d'aria da Caserta, un piccolo reparto di 295 uomini, al comando del capitano Pilade Bronzetti, aveva occupato la cima di un ripido colle che era situato proprio in mezzo alla vallata che Ruiz doveva percorrere con i suoi uomini. La sproporzione di forze era schiacciante: il colonnello napoletano verso le 11 della mattina pensò di poter eliminare in poco tempo il reparto garibaldino e quindi ordinò l'attacco contro la postazione difensiva invece di proseguire verso Caserta. Una volta circondata la base della collina i soldati napoletani arrivarono fino a 200 metri dalla cima senza essere disturbati, ma vennero poi inchiodati da un violento fuoco di fucileria. Gli attacchi si susseguirono fino alle tre del pomeriggio, quando finalmente, esaurite le munizioni i garibaldini dovettero arrendersi (nella fase finale del combattimento avevano effettuato anche dei contrattacchi alla baionetta e addirittura si erano difesi facendo rotolare dei massi sugli assalitori): avevano avuto 190 tra morti e feriti, il 64% del totale (anche Pilade Bronzetti era stato ucciso).

Bronzetti

Il capitano Pilade Bronzetti

in una stampa tratta da un libro 

senza data (fine sec. XIX)

(fonte: Wikimedia)

Ma il loro sacrificio aveva salvato la vittoria garibaldina. Von Mechel infatti, non vedendo arrivare Ruiz, si era scoraggiato e si era ritirato da Maddaloni, più o meno proprio nello stesso momento in cui anche le truppe napoletane davanti a Santa Maria e a Sant'Angelo venivano respinte dal contrattacco garibaldino. A sera, Garibaldi poteva inviare a Napoli un telegramma che diceva: «Vittoria su tutta le linea!». In realtà le truppe di Ruiz rimanevano ancora a sud del Volturno, ma erano ormai isolate: il giorno dopo vennero circondate e costrette a ritirarsi anch'esse.

Mappa concettuale

Mappe

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Pilade Bronzetti  Voce del Dizionario Biografico degli Italiani
C. de Martino, La battaglia del Volturno

Porta alla pagina di Google Books dove è disponibile questo testo, tratto dal vol. 10 della Raccolta Rassegna Storica dei Comuni - Anni 1984-88 

Giulio Di Lorenzo, Nuove fonti sulla battaglia del Volturno Il documento, pubblicato negli Archivi dei Beni Culturali italiani, descrive in modo dettagliato lo scontro sostenuto a Maddaloni da Nino Bixio

Note alla pagina

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