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Il fattore religioso

Alla base della rivoluzione inglese del ‘600 oltre alle motivazioni economiche e politiche c’è anche un fattore religioso. Nei primi decenni di questo secolo, infatti, si era progressivamente diffuso il movimento calvinista dei puritani, che si scagliava contro la chiesa anglicana e la voleva purificare dai residui di cattolicesimo ancora presenti, per esempio dallo sfarzo degli addobbi o delle cerimonie. Il movimento puntava inoltre a introdurre elementi di democrazia nella chiesa eliminando la gerarchia vescovile e sostituendo ad essa un sistema presbiteriano, basato su singole comunità composto dai fedeli e dai loro pastori e dirette da consigli (presbiteri). Il malcontento dei Puritani nacque con il rifiuto da parte del re Giacomo I di rimuovere i vescovi anglicani (1604) e crebbe con la salita al trono di suo figlio Carlo I, che nominò primate della Chiesa Anglicana l’Arcivescovo di Canterbury William Laud. Questi non solo colpì duramente il clero anglicano colpevole di simpatie nei confronti dei puritani, ma convinse Carlo I a imporre la chiesa anglicana anche in Scozia, che ormai aveva pienamente assimilato la dottrina calvinista. Il Puritanesimo si diffuse principalmente tra i ceti benestanti, quello borghese e quello nobiliare che si opponevano alla politica accentratrice del nuovo sovrano.

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