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La battaglia di Pavia

Dopo la discesa in Italia del re francese Carlo VIII nel 1494, la penisola era diventata terra di conquista per le due principali monarchie dell'epoca, quella francese e quella spagnola. Carlo VIII era stato costretto a rinunciare alle sue pretese sul trono di Napoli, ma nei primi anni del Cinquecento il nuovo sovrano Enrico XII era tornato a valicare le Alpi per rivendicare il ducato di Milano.

Il suo successore, il ventenne Francesco I, aveva vinto nel 1515 la battaglia di Marignano e per un momento era sembrato che la questione si risolvesse con la divisione dell'Italia in due sfere di influenza: a nord la Francia e a sud la Spagna. Invece dopo il 1519 lo scontro tra la casata francese e quella asburgica, rappresentata da Carlo d'Asburgo, si era riaperto per l'elezione alla carica di imperatore. Aveva vinto Carlo, che grazie all'appoggio dei banchieri tedeschi era diventato imperatore col titolo di Carlo V. Questo smacco aveva rinfocolato nei francesi la voglia di rivalsa in campo militare.
Nel 1523 sembrò che la fortuna girasse a favore dei francesi. Le truppe di Carlo vennero sconfitte in Provenza e Francesco I poté passare in Lombardia occupando Milano nell'ottobre del 1524: da qui si diresse verso Pavia, l'ultima città ancora in mano agli imperiali, ponendo l'assedio il 27 ottobre di quell'anno.



L'assedio di Pavia

Le truppe degli assalitori penetrarono nel grande recinto murario del Parco Visconteo, che si stendeva sul lato nord della città, e da qui iniziarono un accanito bombardamento della città, demolendo tutto il lato settentrionale del castello visconteo, alcune chiese e parecchie abitazioni.
Gli assediati, 5.000 tedeschi e 1.000 spagnoli al comando di Antonio de Leyva, resistettero però validamente in attesa dei rinforzi, che giunsero alla fine del gennaio 1525: era l'esercito del marchese di Pescara e del vicerè di Napoli, forte di 12.000 lanzichenecchi tedeschi mercenari al soldo dell'impero, 8.000 fanti tra spagnoli e italiani e poco più di 2.000 cavalieri.
L'esercito francese era quasi pari per numero di fanti (circa 23.000 di cui 8.000 picchieri svizzeri) ma Francesco I disponeva di più cavalieri (circa 3.000) e soprattutto di un numero maggiore di cannoni (53 contro 17).


L'inferiorità numerica spiega perché il contingente imperiale non abbia cercato subito lo scontro ma si sia limitato a porre l'assedio a sua volta al Parco Visconteo (nel quale, come abbiamo visto, si era sistemato il grosso dell'esercito francese, al riparo dell'alto muro di cinta). Questa situazione di impasse durò circa tre settimane. Se il sovrano francese si trovava intrappolato, i comandanti imperiali doveva fare i conti con l'imminente scadenza del contratto con i lanzichenecchi tedeschi, scaduto il quale queste truppe avrebbero potuto rifiutarsi di combattere. Proprio all'ultimo momento utile, la notte tra il 23 e il 24 febbraio (il contratto scadeva il 24), gli imperiali passarono all'azione: finsero di ritirarsi verso nord ma in realtà, lasciati 5.000 uomini a difendere l'accampamento, si concentrarono presso il lato nord orientale del perimetro del Parco, aprirono una breccia nelle mura nei pressi della località «Due porte» ed entrarono all'interno, cogliendo di sorpresa le truppe francesi di guardia e dilagando nel Parco fino a raggiungere il castello di Mirabello, posto quasi al centro del parco.


Si trattava di una mossa molto rischiosa e quasi avventata: se infatti gli imperiali non fossero riusciti vincitori e avessero dovuto ritirarsi, sarebbero rimasti intrappolati all'interno del Parco col rischio di essere annientati.
Francesco I infatti, svegliato di soprassalto (si dice che fosse in compagnia di una donna) era convinto che si trattasse di una mosse diversiva e non attaccò subito gli avversari, che ebbero così il tempo di schierarsi: sull'ala destra la cavalleria, all'ala sinistra i lanzichenecchi tedeschi e al centro le truppe spagnole, armate di archibugi. I francesi si disposero sul campo in modo un po' affrettato, concentrando la loro artiglieria sull'ala destra, mettendo al centro la fanteria svizzera e disponendo la cavalleria pesante sull'ala sinistra, di fronte a quella spagnola.

La battaglia

Nonostante tutto la prima parte della battaglia fu a favore dei francesi. La loro cavalleria leggera infatti riuscì a sorprendere l'artiglieria imperiale che era rimasta indietro rispetto al resto dello schieramento e che stava ancora valicando a fatica la cinta muraria del Parco visconteo: i serventi ai pezzi si dispersero lasciando molti cannoni in mano al nemico.

L'artiglieria francese nel frattempo aveva aperto il fuoco in modo molto efficace contro la fanteria tedesca, che con i suoi quadrati compatti rappresentava un ottimo bersaglio.

 

colubrina insieme colubrina focone
Esempio di colubrina del XVI secolo, conservata nel castello di Koenigsberg, in Alsazia. Naturalmente i cannoni che combatterono a Pavia doveva essere un po' diversi, se non altro perché dovevano essere montati su affusti con ruote: tuttavia la fotografia dà l'idea del livello raggiunto dalla tecnologia agli inizi di quel secolo (sulla colubrina è riportata la data: 1526) Dettaglio del focone della colubrina: si trattava di un foro di adeguate dimensioni (circa 1,5 cm) che veniva riempiti di polvere fina dopo che l'arma era stata caricata. Al momento dello sparo l'artigliere avvicinava una miccia accesa al focone: la polvere da sparo prendeva fuoco e faceva esplodere la carica principale all'interno. 

 

Insomma, prima ancora che sorgesse il giorno sembrava che le sorti della battaglia fossero già segnate a favore dei francesi e che l'ardimento degli imperiali sarebbe stato duramente punito.

schema

Schema della battaglia (dal sito Associazione Il parco Vecchio)


A questo punto però Francesco I commise un errore imperdonabile: imbevuto di spirito cavalleresco medievale, volle concludere la battaglia con una carica tradizionale di cavalleria pesante contro la cavalleria nemica, ponendosi lui stesso alla guida dei suoi uomini.
La carica ebbe inizialmente successo e i cavalieri francesi furono sul punto di sbaragliare quelli imperiali. Ma il marchese di Pescara spostò rapidamente circa 1.500 archibugieri in un boschetto che fiancheggiava la zona dello scontro tra le cavallerie e ordinò di aprire il fuoco.
La pioggia di pallottole che investì i francesi fu micidiale. I cavalieri non poterono far altro che cercare di far scudo col proprio corpo a quello del re, e caddero uno dopo l'altro. La cavalleria imperiale, rincuorata da quello spettacolo, caricò a sua volta i francesi circondandoli. Francesco I si trovò appiedato e accerchiato e infine catturato: si salvò da morte certa solo per l'intervento diretto del viceré di Napoli.
La battaglia non era ancora finita: i picchieri svizzeri dello schieramento francese erano adesso pronti ad affrontare i lanzichenecchi tedeschi dell'esercito imperiale. Le armi e le tattiche erano simili, ma i tedeschi era motivati dall'imminente scadenza del loro contratto, che li spinse a combattere con maggiore determinazione per strappare un rinnovo al loro «datore di lavoro». Quando poi lo schieramento svizzero stava già ondeggiando, il colpo di grazia venne dalla guarnigione di Pavia, che sentendo i rumori della battaglia aveva organizzato una sortita, e dopo aver sopraffatto le truppe che avrebbero dovuto sorvegliare la città dall'esterno attaccavano gli svizzeri alle spalle.
Fu l'ultimo atto della battaglia: le ultime truppe francesi sbandarono e fuggirono precipitosamente dal campo.

 

pavia

 

L' Invasione del campo francese e fuga delle dame e dei civili al seguito di Francesci I,

arazzo di Bernard van Orley (1491/1492 circa-1542) e William Dermoyen



Le conseguenze

Dopo la battaglia di Pavia Francesco fu tenuto prigioniero per oltre un anno e fu obbligato a firmare l'umiliante pace di Madrid (1526), con la quale il sovrano francese fu costretto a rinunciare alle pretese sull'Italia e la Borgogna. Appena tornato in Italia però denunciò il trattato e riprese la guerra contro Carlo V d'Asburgo.
Le vere conseguenze della battaglia di Pavia stanno dunque nei cambiamenti epocali che essa portò nell'arte della guerra, completando quel processo che era iniziato alla battaglia di Crecy nel 1346 per opera degli arcieri inglesi: l'estromissione dai campi di battaglia della cavalleria come arma decisiva, e quindi la perdita di potere politico della classe aristocratica che forniva i cavalieri. Dopo Pavia la «signora delle battaglie» divenne la fanteria armata di armi da fuoco, che avrebbe mantenuto per secoli questo ruolo.


I protagonisti
Francesco I
Francesco di Valois era salito al trono nel 1515 appena ventunenne. Si era subito scontrato con Carlo d'Asburgo per la carica imperiale (che non era ancora ereditaria ma prevedeva una elezione per scegliere il successore dell'imperatore in caso di morte) ma aveva perso. Aveva iniziato subito una lunga guerra contro la potenza degli Asburgo che accerchiava la Francia, attaccando il ducato di Milano. Dopo la sconfitta di Pavia fu tenuto prigioniero per oltre un anno e costretto a firmare la Pace di Madrid con condizioni durissime che si rifiutò di rispettare una volta liberato. La guerra con gli Asburgo continuò con alterne vicende fino alla pace di Crepy del 1544, con cui Francesco dovette rinunciare definitivamente alla Lombardia e alla sue pretese sull'Italia. Mori di setticemia nel 1547.


Ferrante Francesco D'Avalos
Di origini spagnole, anche se nato a Napoli nel 1490, il conte di Pescara Ferrante D'Avalos si distinse ben presto nelle guerre d'Italia, guidando reparti spagnoli nelle battaglie di Ravenna (1512) e di Vicenza (1513) e quindi tutto l'esercito di Carlo V nella battaglia della Bicocca (1522) e di Pavia (1525). Morì di tubercolosi lo stesso a Milano, di cui era stato nominato governatore.

 

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Il Parco Visconteo
Nel 1361 Galeazzo II Visconti, signore di Milano, dopo aver conquistato Pavia progettò la costruzione di un'ampia area romboidale a nord della città, lunga circa cinque km sul suo asse principale (orientato verso Milano) e con un perimetro di circa 15mila metri, dedicata al divertimento del duca secondo gli ideali tardo medievali. Il Parco era delimitato da un alto muro di mattoni con numerose porte e racchiudeva al proprio interno boschi, cascine, palazzi, mulini e fornaci. Oltre agli animali selvatici era stato creato un serraglio per animali rari ed esotici come leopardi, orsi, babbuini; c'era anche una voliera e una falconiera, per gli indispensabili falchi pellegrini addestrati alla caccia. Numerose le peschiere, tra cui una lunga ben 204 metri. L'asse principale del Parco congiungeva direttamente la città al castello di Mirabello, posto quasi al centro della struttura.

Vedi anche questo approfondimento.

 

Altra descrizione della battaglia

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