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La saga dell'argento americano


Quando gli spagnoli cominciarono l'occupazione dei territori americani, attuarono in primis un'azione fortemente parassitica per il reperimento di risorse: saccheggi, imposizione di ingenti tributi alle tribù sottomesse, mutilamenti di ricchi edifici pur di riuscire ad ottenere grandi quantità in breve tempo furono a dir poco usuali fin dai primi anni del XVI secolo.

Le imprese di Cortez e di Pizarro furono sicuramente fulgidi esempi di una politica di razzia sostanzialmente perpetuata fino allo sfinimento di ciò che si poteva razziare. Ma una politica parassitica ovviamente non può protrarsi all'infinito. Gli spagnoli, volenti o nolenti, una volta impossessatisi con la forza di tutto ciò che potevano ottenere, dovettero dirottare le loro azioni verso lo sfruttamento del suolo. Negli anni presenti fra il 1530 e il 1540 i conquistadores vennero a conoscenza di giacimenti di minerali preziosi presto la costa pacifica: la scarsità di vene estrattive davvero ricche unita ad una giurisdizione non ancora consolidata (da ricordare che soltanto nel 1535 vennero ufficialmente istituiti i vicereami della Nuova Spagna, cioè il Messico attuale, e del Perù) sembrava alludere a una situazione poco soddisfacente. Le cose cambiarono in maniera drastica dalla seconda metà degli anni '40 del XVI secolo.

L'argento del Perù

Nel 1545 nel vicereame di Perù, in particolar modo in prossimità della località di Potosì, vennero identificate delle ricchissime vene di argento presso la cima di un monte. L'anno seguente una spedizione spagnola fondò l'omonima città: l'incremento di popolazione, frutto della fondazione urbana e dell'irresistibile richiamo di ricchezze, coincise anche con uno studio più oculato della regione, tanto che dal 1545 al 1562 vennero scoperti sette filoni argentiferi di straordinaria potenza. Ma questo non era tutto per l'impero di Carlo V: «l'8 settembre del 1546, a nemmeno un anno dalla scoperta di Potosì, un piccolo distaccamento di spagnoli e di ausiliari indiani al comando di Juan de Tolosa scopriva il sito di Zacatecas, a circa 220 chilometri a nord di Città del Messico, dove nel 1548 si rinveniva la presenza di ricchissime vene argentifere». Gli spagnoli così, in meno di due anni, si trovavano in possesso di miniere talmente ricche da essere difficilmente paragonabili a quelle europee, ormai da molto tempo sfruttate.

E per quanto possa sembrare strano, l'argento, ai tempi, aveva molta più importanza dell'oro: infatti il mercato asiatico, raggiunto dagli europei verso la fine del '400, era ricco di materie che interessavano gli europei, i quali però non possedevano prodotti di scambio in grado di interessare gli asiatici. Una situazione simile poteva essere smossa solo se gli europei avessero messo le mani sopra ciò che gli asiatici richiedevano: l'argento appunto, che per motivi culturali era molto richiesto, come per esempio nell'impero cinese, dove l'argento era il minerale atto al pagamento delle tasse e a transizioni di notevole spessore.

L'argento americano arricchì così, quasi inaspettatamente, la Spagna, la quale subito si ingegnò per sfruttare al meglio questa occasione. Tra il 1554 e il 1556 a Zacatecas si incominciò a seguire il metodo di estrazione dell'argento basato sul mercurio.

Questa tecnica, ufficialmente nota dal 1540, anno nel quale tale pratica è rintracciabile nel trattato di Biringuccio La Pirotechnia, venne a conoscenza di un mercante di Siviglia, Bartolomè de Medina, il quale, giunto in America, riuscì a imporla nelle miniere messicane, aumentando così notevolmente la produzione di argento puro. La Spagna possedeva miniere di mercurio a Almadèn (in realtà in possesso dei Függer) e Idria, e poteva così reperire il minerale più facilmente. Ma quando la tecnica si radicò nella prassi metallurgica, arrivando a trasformare anche l'estrazione di Potosì, allora la quantità di mercurio che la Spagna poteva estrarre non poteva soddisfare le richieste americane. Si decise così di convogliare la maggior parte del mercurio verso il Messico, dove la produzione secondo la nuova tecnica era più avanzata. Ma nel 1563 presso Huancavelica, località peruviana non molto distante da Potosì, Amador de Cabrera scopriva un ricca miniera di mercurio, non sfruttata dagli autoctoni per la tossicità del minerale. Il giacimento, che poteva così rifornire Potosì, sebbene attraverso una strada a dir poco impervia dilungata lungo la catena andina, risolse un problema di importanza notevole, portando ad un ulteriore incremento della produzione argentifera.

Carrera de las Indias

Nel mentre di queste scoperte, lo stato iberico cominciava a organizzare al meglio i suoi collegamenti con il nuovo mondo. Si investì nell'ambito marittimo in maniera notevole, tanto da rendere gli spagnoli fra i migliori marinai di tutta l'Europa; nel 1503 si costruì a Siviglia la sede della Casa de la Contrataciòn, rendendo la città portuale l'unico centro ufficialmente adibito allo scambio d'oltreoceano. Ma l'organizzazione migliore si ebbe nelle tratte marittime. Dopo che gli sveltos, navi che operavano singolarmente, cominciarono ad aumentare in maniera sempre più considerevole, nel 1561 si ufficializzò la Carrera de las Indias, con la funzione di convogliare in un unica flotta tutte le navi mercantili che compivano la tratta America-Spagna e viceversa, proteggendole con l'introduzione di due imbarcazioni (la capitana e l'almaranta) atte alla mera difesa del convoglio. Ma una serie di difficoltà, dovute soprattutto alla navigazione dell'oceano Atlantico, non conosciuto ancora così bene dagli europei come il Mediterraneo, portò nel 1564 a modificare la Carrera: da Siviglia partivano verso marzo le navi cosiddette della flotas, le quali avevano come approdo finale Veracrùz, in Messico, dove scaricavano (e caricavano) le merci e si fermavano a svernare. Sempre da Siviglia, partiva invece a agosto il convoglio chiamato dei galeones, che dovevano raggiungere le coste della Tierra de Firme: raggiunta Panama, le merci venivano scaricate e inviate verso il Perù4 e si caricavano le merci che giungevano dal vicereame meridionale. Una volta caricate le navi si muovevano in direzione di Veracrùz, dove svernavano insieme alla flotas, aspettando di tornare insieme in Spagna. Delle merci che dall'America arrivavano in Spagna, seguendo questa pianificazione, almeno il 50% era composto da argento.

Il mercurio

Ma in che modo trasformare l'argento americano? Premettendo che per effettuare pagamenti notevoli verso altri stati anche in Europa si preferiva pagare in pani di argento, la ovvia risposta a questa domanda è trasformarlo in monete. Ma in che tipo di monete? Nel 1497 i re cattolici, Ferdinando e Isabella, emanarono la Prammatica di Medina del Campo, trattato nel quale si faceva riferimento alla monetazione spagnola, incerta dopo l'unione della Castiglia e dell'Aragona; e visto che in tale data non si avevano tracce di ricche miniere in territorio spagnolo, si decretava che, presa come riferimento la moneta castigliana del real5, si coniassero monete che valessero rispettivamente 1, 1/2, 1/4 e 1/8 di real. Quando la situazione mineraria spagnola mutò, ovviamente non fu possibile rimanere con una coniazione simile: fu così che nel 1537 Carlo V permise che fossero coniati pezzi da 1, 2, 4 e 8 real. E fu il pezzo da 8 (il famoso real de a ocho), moneta di grande spessore per contenere una quantità di grani pari a 8 volte quella del real, a diventare, a tutti gli effetti, la prima moneta globale. Non vi è una motivazione esplicita per la quale il real de a ocho venne sempre più richiesto, dal momento che era una moneta mal coniata e difficilmente conteneva l'esatta quantità d'argento che veniva richiesta, ma così fu. E più un pezzo viene chiesto più ovviamente viene coniato e soprattutto scambiato. Se teniamo conto, inoltre, come già detto, che l'argento era un minerale richiestissimo, è facile capire la sua diffusione. Nella seconda metà del XVI secolo e soprattutto nel XVII, tutta l'Europa meridionale accettava i pezzi da otto come moneta corrente, cosa che comunque veniva fatta anche nel Nord, sebbene in maniera più contenuta. Ma fu soprattutto la Cina lo stato che più fu assettato di reales de a ocho: coniati talmente male da poter essere facilmente tagliati, i reales erano perfetti per il pagamento in peso necessario ai sudditi del celeste impero. E se la Cina, stato signore dei prodotti orientali, accettava una moneta straniera, si può così facilmente capire come mai abbiamo prima parlato di “moneta globale”. I pezzi da otto divennero veramente una moneta di importanza storica, tanto da essere citate da autori noti come Stevenson, che parla dei reales nel suo famoso testo L'isola del tesoro, ma anche in epoca recente, per esempio nel film Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo, dove si fa appunto riferimento ai famosi pezzi da otto.

Dove va l'argento?

Eppure la Spagna, patria della prima moneta a circolazione terrestre, non s'arricchì veramente di tutta quella massa d'argento che poté reperire nei suoi possedimenti. Nel 1595 l'ambasciatore veneziano Vendramin presso la corte spagnola scriveva in merito all'argento: «Pare che non senza ragione gli spagnuoli dicano in proposito di questo tesoro che dalle Indie se ne viene in Spagna, che faccia su di loro quell'effetto appunto che la pioggia fa sopra i tetti delle case, la quale se ben vi cade sopra discende poi tutta in basso senza che quelli che primi la ricevano ne abbiano beneficio alcuno». Le motivazioni per questo flusso irresistibile sono varie. In primis da tener conto che circa il 75% dei tesori che arrivavano in Spagna erano di privati cittadini, riducendo quindi in maniera notevole ciò che era effettivamente in possesso del regno. Di questo 25% bisognava sottrarre gli acquisti della corte, soprattutto quelli riferiti alle miniere di Almaden, come già detto sotto il controllo dei banchieri Függer, visti gli ingenti debiti che martoriavano la corona iberica. E i debiti spagnoli sembravano aumentare all'aumentare dell'estrazione argentifera. Altre motivazione da non sottovalutare furono le guerre: contro le Fiandre, soprattutto, la Spagna mobilitò un numero di soldati notevole, e all'aumentare dei militari coincide ovviamente l'aumento del soldo loro dovuto. Ma soprattutto bisogna tener conto di un particolare schema economico: è infatti vero che considerati tre stati, A, B e C, tutti e tre in equilibrio economico, se in uno di questi, mettiamo A, si rompe l'equilibrio, allora ci si trova davanti ad una dinamica interessante. Alla rottura dell'equilibrio coincide una esplosione della produzione monetaria. Ma se il paese non è in grado di aumentare il prodotto lordo secondo i parametri della crescita monetaria allora cominciano a sorgere difficoltà: aumento dei prezzi e, conseguentemente, fuga di minerali preziosi verso B e C, e contemporaneamente aumento dell'esportazione di risorse da B e C verso A. Il modello teorico venne seguito perfettamente dallo stato spagnolo.

Ed è così che arriviamo alla fine della saga dell'argento americano. Estratto da miniere di territori sconosciute per secoli, questo aveva viaggiato lungo praticamente tutte le tratte marittime note nel XVI secolo e oltre, toccando stati europei, africani e, soprattutto, asiatici. Ma l'argento americano, neanche fosse dotato di volontà propria, non volle fermarsi alla Cina, area dove affluì maggiormente. Fu così, infatti, che il colonnello inglese Watson, attratto come tutta la East Indian Company dall'argento in possesso cinese, suggerì di incentivare la produzione di oppio indiano, del quale l'impero britannico avevo il monopolio, e di gettarlo a prezzi abbordabili nel mercato del celeste impero. Nel XVIII e nel XIX secolo, la consumazione in Cina di oppio crebbe in modo abnorme e, mantenendo il monopolio del prodotto, gli inglesi si impossessarono di quell'argento particolarmente girovago, che cambiò completamente la storia del mondo.

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Note alla pagina

Autore: Raffaele Dossena
Data di pubblicazione: 28 gennaio 2013

 

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