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La politica fiorentina ai tempi di Dante

Indice dell'articolo


Enrico VII scese in Italia nell'ottobre 1310, con poche forze che erano del tutto inadeguate al progetto politico che si riprometteva (pacificare l'Italia, costringere alla resa i ribelli e restaurare il potere imperiale riducendo le autonomie comunali).
Enrico VII aveva l'appoggio del Papa, che era adesso Clemente V (ormai trasferitosi ad Avignone), mentre Firenze, ormai guelfa Nera, cercava appoggio nel re di Napoli Roberto d'Angiò.


Per rafforzare le difese Firenze promulgò nel 1311 un'amnistia per far rientrare i Bianchi (dietro pagamento di una tassa): Dante fu escluso insieme ad altri circa 1.500 compagni perché i suoi scritti a favore dell'imperatore l'avevano troppo compromesso.
Enrico fu incoronato imperatore il 29 giugno 1312, ma a quel punto il papa era passato ad appoggiare Roberto d'Angiò, che a sua volta appoggiava Firenze. Enrico quindi nell'autunno dello stesso anno passò ad assediare Firenze, ma inutilmente. L'anno successivo, mentre cercava di attaccare il suo vero rivale (ossia Roberto d'Angiò), Enrico moriva a Buonconvento il 24 agosto.

La morte di Enrico segnò la fine del progetto politico ghibellino e dell'interesse di Dante per la politica. In realtà negli anni successivi si ebbe ancora un'importante conflitto tra Pisa, ora passata sotto il controllo di Uguccione delle Faggiuola, capitano ghibellino, e Firenze, che poteva sempre contare sull'appoggio del re di Napoli: la battaglia decisiva però, combattuta a Montecatini il 29 agosto 1315, fu un aterribile sconfitta per i fiorentini e se Uguccione avesse saputo sfruttare il momento per Firenze si sarebbero aperte prospettive disastrose. Uguccione invece rimase inattivo, e poco dopo fu deposto da un intrigo interno.

Poco dopo il 12 maggio 1317, fu siglata una pace generale tra le città toscane, che permetteva ai fuoriusciti di rientrare in patria: a Firenze però questa clausola non fu applicata ai Bianchi e ai ghibellini, e pertanto Dante rimase in esilio.

 

 

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