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Caterina da Siena nel giudizio di Francesco De Sanctis

 

 

Nel suo capolavoro Storia della letteratura italiana, scritta nel 1870 e data alle stampe nel 1871, a propiziare la nascita della coscienza della nuova Italia frutto del Risorgimento, Francesco De Sanctis dedica a Caterina da Siena cinque specifiche pagine.
Di più, in quest'opera De Sanctis la assume a punto di riferimento, insieme con Dante, della nazione italiana quanto a identità e tradizione culturale di natura linguistica e letteraria, etica-politica e religiosa, di matrice squisitamente cristiana, con citazioni costanti da pagina 166 a pagina 572(1), per un periodo di tempo storico che dal 1200 sale sino al 1500 inoltrato; in buona approssimazione storica, dall'epoca delle repubbliche comunali italiane, scorte nell'estate/autunno del medio evo, sino alla perdita della libertà degli stati italiani nella morsa di Francia e Spagna all'inizio dell'epoca moderna.

Ora, per quanto concerne Caterina da Siena posta così in primo piano, De Sanctis, dopo aver parlato della letteratura religiosa da Domenico Cavalca a Jacopo Passavanti, la presenta così: “ma ecco fra tante vite di santi il santo in persona, scrittore e pittore di sé medesimo, Caterina da Siena” (2). Subito, dunque, Caterina è vista e considerata in unità sostanziale di vita e pensiero, parola scritta e azione.
Ella, prosegue De Sanctis: “...vive una vita di estasi e di visioni e scrive in astrazione, anzi detta con una lucidità di spirito maravigliosa” (3). La conoscenza mistica di ogni cosa, sub specie aeternitatis, scilicet sub specie Christi, nulla toglie alla realtà esistente in tutta la sua effettiva concretezza, se non le apparenze fallaci di chi vi sia incarcerato per, astraendosi da queste, poterne estrarre la vera sostanza, con una penetrazione intellettuale e spirituale, capace di illuminarla meravigliosamente.
Conoscenza mistica, dunque, quale distanza critica dalla “cattività” dell' “immediatezza dell'immediato” - per la quale il qui e ora si impone come il dovunque e sempre, il tutto e subito - e lucidità intellettuale e spirituale, capacità di guardare e vedere la vera sostanza delle cose, sono, pure per De Sanctis, l'una condizione dell'altra.
Il grande scrittore irpino/partenopeo, padre della moderna critica letteraria italiana di matrice idealistica e storicistica, ha presente nella sua Letteratura quasi esclusivamente il corpus delle “381 Lettere cateriniane”. Infatti osserva che Caterina “scrive a papi, a principi, a re e regine, come alla madre, a fratelli, a frati e suore, dall'altezza della sua santità, con lo stesso tono di amorevole superiorità” (4).
Qui vengono in piena luce sia la destinazione universale della comunicazione veritativa dell' epistolario della Senese, la quale si rivolge sempre a una singola persona in carne e ossa al di là di ogni differenza di stato e grado, sia la scelta di timbro e tono di voce, attenta a riferirsi a
ciascuno – in qualunque condizione si trovi, compresa quella di peccato mortale – come creatura redenta dal sangue di Cristo; sempre in signorilità amica e fraterna, propria della carità intellettuale che sa parlare a ognuno come singolo: conoscendolo, amandolo e comprendendolo in Dio, e, insieme, conoscendo e amando Dio, in e per lui. Mediazione, propria di ogni rapporto con il prossimo: tramite necessario per il “cognoscimento di Dio in noi e di noi in Dio”.
In forza di tale inserzione nella carita di Gesù Cristo che tutto vince, Caterina: “...Nelle più intricate faccende prende il suo partito risolutamente, consigliando e quasi comandando quella condotta che le pare più conforme alla dottrina di Cristo” (5).
Dunque Caterina non esita ad entrare negli intricati intrecci delle umane cose e ad esercitare il carisma spirituale del discernimento e del consiglio, il quale si fa precetto e giudizio pratico in ogni situazione, secondo il pensiero di Cristo, dottrina e insegnamento incontrovertibile di verità; pensiero capace di generare virtù intellettuali e morali, cardinali e teologali, in grado di sostenere in ogni tentazione e di vincere il cimento di ogni prova in cui all'uomo accada di trovarsi.
Caterina, infatti, una volta illuminata dalla dottrina di Cristo, non patisce né dubbi né scrupoli, né si ferma all'ipotetico parere probabilistico e casuistico, ma va dritta al non ipotetico e indiscutibile nucleo della realtà in questione.
Una volta che si sia chiarito in lei il giudizio secondo il Vangelo di Gesù Cristo, il suo spirito va diritto alla vera sostanza delle cose, tanto che, osserva De Sanctis:
“...Le dottrine più astruse e mentali le sono così chiare e sicure come le cose che vede e tocca” (6).
Il suo “sapere” secondo Cristo si attua nel puro e semplice “vedere” con gli occhi semplici dell'intelletto illuminati dalla pupilla della fede, onde le cose “sono tratte fuori dal nascondimento”. Scoperta della realtà e verità delle cose per le quali Caterina: “ha la visione dell'astratto e lo rende come corpo, anzi fa del corpo la luce e la faccia di quello” (7).
In Lei il pensiero, da intelligenza dell'intelligibile nel sensibile, si fa immaginazione simbolica dell'intelligibile medesimo, e tale immaginazione trascendentale funge da “necessario ingrediente” conoscitivo della sintesi fra i primi due: il sensibile dell'intelligibile, l'intelligibile del sensibile (8). A partire da tale sintesi, sensoriale e intellettuale, si costruisce la metafora – di cui il pensiero di Caterina è ricco -, intesa non tanto come mera figura retorica del dire, quanto piuttosto e anzitutto come figura logica e ontologica del pensare, conoscere, esprimere e rivelare l'essere.
Metafora, che va e “porta oltre”, trasferisce l'immediatezza dell'immediato significante, all'ulteriore significato delle cose tutte, intellettualmente e spiritualmente intenzionato, nella loro concreta e vera sostanza (9).
E' questo un punto di portata strategica e speculativa essenziale e decisivo per entrare nel pensiero intellettuale e spirituale cateriniano per stile, fonti, esiti e frutti estetici ed etici, metafisici, mistici e spirituali.
Nel suo uso ed abuso di immagini, ben poco c'è di superfluo o di estrinsecamente ornamentale, ritualistico e cerimonioso. Ella mira al nucleo referenziale dell'immagine impiegata, per esprimere un diverso, più profondo e non meno reale livello di realtà: per andare, oltre la buccia, alla polpa e al succo della medesima.
E' vero, come nota De Sanctis, che lo stile di Caterina lavora mediante ripetizioni, a volte ridondanti e faticose, ma fa ciò per guadagnare aderenza di pensiero a realtà da esprimere e rivelare, concisione pertinente e adeguata di lingua, parola e scrittura rispetto al referente intenzionato.
Equazione intelletto/realtà, in vista di un “discorso breve”, atto a concretarsi in una formula sintetica, che dica ed indichi il molto col poco, il massimo col minimo, il tutto col nonnulla; consapevole, con Francesco d'Assisi, che, come insegna san Paolo: “concisa fu la parola del Signore su questa terra” (10).
Tale lavorio di ricerca di pensiero e di espressione essenziali, rende - ben lo nota De Sanctis - a volte macchinosa e faragginosa la prosa di Caterina; ma tale difetto ci pare possa considerarsi felix culpa: il necessario scotto da pagare alla fatica di imagine e concetto, che, alla fine, felicemente ci ripaga col riverberarne a pieno il contenuto significativo e farcelo gustare in tutta la sua pregnanza reale.
E' un procedere, questo del farsi e disfarsi per rifarsi del linguaggio di Caterina, che richiama le ripetizioni bibliche o dei santi padri della chiesa occidentale e orientale, da Lei conosciuti attraverso le leggende dei padri del deserto.
Come osserva De Sanctis,“il fare biblico...e un po' il vezzo dei tempi ...è pure forma naturale della sua mente” (11). Infatti: ”Vivendo in ispirito, le cose dello spirito le si affacciano palpabili e visibili come materia, e così come vede Cristo e angioli, vede le idee e i pensieri. E' una regione spirituale, divenuta per lungo uso così familiare, che ne ha fatto il suo mondo e il suo corpo” (12). Per De Sanctis lo spirito è certo la forma “pneumatica” o spirituale del pensiero umano, che supera, conservandoli sublimati – per usare un linguaggio più paolino che neoplatonico, lontano anni luce da cuore e mente di Caterina -, i due gradini precedenti della forma “ilica” o naturale e di quella “psichica” o coscienziale del medesimo, per riuscire a cogliere la realtà in sé, considerata nella concretezza dello spirito: lo Spirito Santo, il vero spirito assoluto per l'intelletto d'amore di Caterina.
Forma pneumatica, per cruciale e fedele esercizio, fattasi in Lei abito mentale e disposizione connaturale, onde le idee si calano nel reale significandolo in pienezza, e facendone segno significante un determinato significato: l'ideale si fa così più reale del reale, naturalisticamente considerato, cioè isolato e fuori di sé, riconoscendo in esso il suo significato vero e proprio.
Questo processo genera in Caterina: “chiarezza d'intuizione, accompagnata con la squisita sensibilità e la perfetta sincerità della fede che le fanno trovare forme delicate e peregrine” – nel senso di umili e quotidiane – “degne di un artista” (13).
L'ideale calato nel reale, per fruire di una formula cara a De Sanctis, costituisce il mondo di Caterina: un mondo trasfigurato e trapassato dallo spirito, mediante l'intuizione propria della pro – creatività (14) artistica della poesia, che fa da sfondo permanente anche a momenti impoetici, che però, talvolta, si illuminano in autentica e vera poesia.
Parrebbe esservi, così, pure in Caterina, per il nostro provvedutissimo lettor critico, un alternarsi di poesia e non poesia, in analogia con quanto sostenuto da Benedetto Croce a proposito della Commedia di Dante (15).
Le Lettere di Caterina” rappresentano, ad avviso di De Sanctis, né più né meno che “il codice d'amore della cristianità” (16). Amore, per il quale “la perfezione è 'morire a sè stesso', secondo la sua frase energica” (17), precisa De Sancti: morire alla contraddittoria volontà d'assoluta autoaffermazione del proprio io, vertice di egoismo e di assoluto narcisismo, che impone l'io individuale a vertice di tutto; l'io come Dio, assolutizzandolo, in forza della mortifera e diabolica “nuvola” dell'amor proprio, capace di obnubilare l'occhio dell'intelletto. Radice di ogni male, l'amor proprio, che “concepusce”, “parturisce” e “notrica” tutti gli umani, troppo umani, affetti terreni, posti contraddittoriamente come universali ed eterni nella loro particolarità e contingenza (18 ).
Si tratta invece di “tutto riferire a Dio, di tutto fare olocausto a Dio”: bruciare tutto l'umano al fuoco rigenerante di Dio, vivificandolo con l'annegarlo nel sangue vitale e salvifico del Suo Unigenito Figliuolo Gesù Cristo; catartica immersione vitale in Gesù Cristo, per ritrovare in Lui il riferimento di ogni nostro atto di vivere e pensare, conoscere, scegliere e agire; e, ancora, volere, desiderare e sperare il Bene Vero, infinito o senza fine.
Sacrificare tutto il creato a Dio significa fare sacra e santa ogni creatura, riconoscendola nel suo proprio ordine creaturale e redentivo, all'interno del provvidenziale disegno originario d'economia cristiana di salvezza. Significa insomma: mettere ogni cosa al proprio vero e dovuto posto, perchè tutto sia così come deve essere.
Pensare e vivere così nulla nega della concretezza creaturale umana e cosmica; chè, nota, con genialità umana e cristiana, De Sanctis, l'amore di Caterina “verso Cristo ha tutte le tenerezze di un amore di donna, che si sfoga a quel modo, lei inconscia”(19).
L'esser inconscia non significa qui incoscienza e inconsapevolezza, ma il livello spirituale più profondo del pensiero di Caterina: il suo “inconscio” come “sovraconscio spirituale”, per dirla con felice nozione e locuzione di Jacques Maritain (20); intelletto di vero e affetto, volontà e desiderio di bene, che Ella ben sa donati da quell'Altro da lei che la costituisce “in intimior intimo sui”.
Lei, che vive naturalmente innestata nel pensiero e nella vita sovrannaturale di Gesù Cristo, persona divinamente umana e umanamente divina, più concretamente esistente di qualsiasi altra persona, in quanto Figlio unigenito del Dio vivente.

NOTE AL CAPITOLO 4

1. L'edizione qui di riferimento è Francesco De Sanctis, Storia della Letteratura Italiana, a cura di Gianfranco Contini, TEA, Torino 1989.
2. Op. cit. p. 166.
3. ibidem.
4. ibidem.
5. ibidem.
6. ibidem.
7. ibidem.
8. Sul tema dell'immaginazione trascendentale, come necessario ingrediente nella sintesi fra livello sensibile e intelligibile della conoscenza umana, si veda di Virgilio Melchiorre, Analogia e analisi trascendentale – Linee per una nuova lettura di Kant, Mursia, Milano 1991.
9. Sul medesimo tema si tengano presenti, sempre di Virgilio Melchiorre, opere quali: L'Immaginazione simbolica – Saggio di antropologia filosofica, Il Mulino, Bologna 1972; La via analogica, Vita e Pensiero, Milano 1996; Dialettica del senso – percorsi di fenomenologia ontologica, Vita e Pensiero, Milano 2002.
10. Citazione, questa, che abbiamo trovato in Tullio De Mauro, Capire le parole, Laterza, Bari 1999, p.149.
11. F. De Sanctis, op. cit. p. 166.
12. ibidem.
13. ibidem.
14. La dimensione generativa e procreativa di vita, pensiero e parola di Caterina è ben lumeggiata nello studio di Giuseppe Colombo, Fondamenti antropologici della relazione di fede e della mistica, in AAVV, Filosofia e mistica, Vita e Pensiero, Milano 2011, pp. 41 – 62.
15. Alternarsi di struttura e poesia, caratteristico del pensiero estetico e della critica letteraria crociana, sino a farne luogo comune, talora abusato.
16. F. De Sanctis, op. cit. p. 167.
17. F. De Sanctis, ibidem.
18. L' assolutizzazione indebita di un particolare, è la fonte, teoretica ed etica, di ogni contraddizione di natura sia teoretica che pratica.
19. F. De. Sanctis, op. cit. ibidem.
20. Su tale nozione, Maritain ha sempre molto lavorato, soprattutto in scritti quali: L'intuizione creativa nell'arte e nella poesia, Morcelliana, Brescia 1957 e Approches sans entraves, scritti di filosofia cristiana, Città Nuova, Roma 1977, volume 1; 1978 volume 2. Sul pensiero di Maritain, è necessario tener sempre presente l'opera di uno studioso, il quale ha dedicato la vita intera a scoprire, su consiglio di Giorgio La Pira, le molte vene d'oro presenti nel pensiero maritainiano: Piero Viotto. Di questi, in particolare, si veda Jacques Maritain – Dizionario delle opere, Città Nuova, Roma 2003. In paricolare, in questa autentica summa enciclopedica del pensiero maritainiano, si veda la voce Inconscio, in tutti i suoi riferimenti, a pagina 450 del libro di Viotto nella sezione Apparati e appendice. Ancora di Piero Viotto si veda Jacques Maritain, Laterza, Bari 2000. In particolare l'estetica e la poetica alle pp. 155 e seguenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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