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Burckhardt e la crisi dello stato moderno

La principale e più duratura creazione della storia moderna è secondo Burckhardt il grande Stato nazionale burocratizzato. A proposito della natura e dei compiti del grande Stato, di cui quello moderno rappresenterebbe una particolare concrezione, si può leggere nelle Considerazioni sulla storia universale:

Il grande Stato esiste nella storia per il raggiungimento di grandi fini esterni, per mantenere e garantire determinate culture che altrimenti tramonterebbero, per far progredire quelle parti passive della popolazione che, abbandonate a se stesse come piccoli stati, deperirebbero, e per la pacifica evoluzione di grandi forze collettive (CSU, p. 42).

L’assunzione di tali compiti da parte del grande Stato non è mai qualcosa di indolore. Lungo il processo nel corso del quale esso si costituisce, «la violenza è sempre il prius. Sulla sua origine –continua Burckhardt – non abbiamo perplessità, perché nasce da sé a causa della disuguaglianza delle capacità umane. Può darsi che spesso lo Stato non sia stato altro che la sua sistematizzazione» (CSU, p. 40).  La naturale disuguaglianza tra gli uomini è ciò che sta all’origine del processo estremamente violento di fusione che sta a sua volta alla base di ogni fondazione statuale. «Una folgore fonde molti metalli in uno nuovo, per esempio due più forti e uno più debole o viceversa». In tal caso la naturale disuguaglianza tra uomini o tra stirpi è propriamente ciò che, una volta dominata e “sistematizzata”, conferisce a uno Stato la sua peculiare forza. Così ad esempio si sarebbero riunite «le tre tribù doriche e le tre stirpi gotiche». Tali fusioni, accompagnate spesso da violenze terribili, sono ciò da cui deriva, scaturendo da elementi diversi e in lotta tra loro, quello slancio tipico dei popoli capaci di dar corso a una storia. Il punto decisivo per Burckhardt è che «qualunque sia l’origine di uno Stato (“la sintesi politica di un popolo”), esso potrà dimostrare la propria vitalità soltanto se si trasformerà la violenza in forza». In tal senso il valore che uno Stato viene ad assumere, ad esempio agli occhi dei propri cittadini, è legato al fatto di costituire la «rocca del diritto», di garantire cioè, tra le altre cose, che la disuguaglianza non degeneri mai in semplice prevaricazione.
Poste tali premesse, si tratta di comprendere, per valutare l’effettiva crisi dello Stato moderno, se e in quale misura esso sia stato capace di trasformare la violenza delle lotte di conquista, da cui esso è scaturito, in autentica forza, in maniera da mostrarsi cioè capace di adempiere ai propri compiti e di forgiare quindi una storia di portata veramente universale. In altri termini si tratta di chiedersi, sulla scorta dei punti indicati da Burckhardt nel brano appena citato: 1. Se il grande Stato moderno sia stato capace di porsi grandi fini esterni, fini cioè capaci di superare, proprio nel momento dell’imposizione della propria forza all’esterno, ogni impulso meramente egoistico e di andare quindi al di là della pura e semplice volontà d’ingrandimento 2. Se sia stato capace di mantenere e garantire l’autonomia delle culture 3. Se sia riuscito a far progredire le parti passive della popolazione e a renderle quindi veramente attive 4. Se sia stato capace di sviluppare la pacifica evoluzione di grandi forze collettive.
È indubbio che lo Stato moderno si sia proposto di adempiere, di volta in volta e secondo determinate prospettive, i compiti propri di ogni grande Stato. Ciò che tuttavia appare peculiare allo Stato moderno, e alla politica dei suoi governanti, è, agli occhi di Burckhardt, un particolare slittamento, ovvero il fatto che ogni fine o compito dello Stato, in particolare proprio quei fini e quei compiti che in passato rendevano grande uno Stato e che ponevano la sua azione al servizio della civiltà, vengono ora subordinati a quello che appare sempre più essere l’unico vero fine: la potenza e il suo continuo sovrapotenziamento sempre più fine a se stesso.
Tale critica non investe il primo sorgere della coscienza nazionale in epoca medioevale, in cui appunto nasce, grazie alle prime fusioni delle grandi stirpi, l’idea stessa di nazione (non ancora asservita all’idea di potenza), quanto piuttosto lo Stato moderno centralizzato, i cui primi modelli furono le tirannie rinascimentali e lo stato assoluto di Luigi XIV e in cui per la prima volta l’idea stessa di nazionalità viene completamente asservita a un progetto di pura e semplice potenza. Tutti gli altri fini, tra cui quello della realizzazione di un relativo stato di uguaglianza e di parità di diritti, pensati in termini di uguali opportunità in vista di un generalizzato accrescimento, diretto o indiretto, della potenza dello Stato, appaiono come conseguenza ed espletamento del potere assoluto, e ciò fino a giungere di fatto all’abdicazione dell’individuo dinanzi alla ragion di stato o dinanzi alle esigenze di una crescita produttiva generalizzata (o «provvidenza generale»).

Lo Stato feudale del Medioevo si risolve nello Stato moderno centralizzato, che per allora vuole anzitutto il potere (assolutismo) e poi, in seguito, si pone come Stato di diritto egualitario, come istituto di opportunità e di provvidenza generale, con l’abdicazione dell’individuo, eccetera. Un nuovo concetto di potere statale sorge con le tirannidi italiane; esso ha i suoi modelli anche in Francia, ed ora si realizza in tutti gli Stati dell’Europa occidentale [...] (LSE, p. 222)

Il tratto caratteristico della politica che scaturisce da questo nuovo concetto di potere statale è di essere una politica di conquista e di annessione, derivante non dai popoli, ma direttamente dai gabinetti dei governi, tra i quale sembra vigere, nella loro corsa verso la potenza, una forma di «palpabile orgoglio satanico». Riferendosi in particolare alla storia dei secoli XVII e XVIII, Burckhardt scrive:

La politica europea e il preteso equilibrio hanno questa caratteristica: che si desidera l’espansione, ma non ancora in nome delle nazioni, bensì per ora soltanto per acquistare altri sudditi e altre entrate (LSE, p. 238).

Certo non è possibile negare il consolidarsi, in epoca moderna, dell’idea stessa di nazionalità, quest’ultima assume però una sfumatura del tutto particolare, che Burckhardt rende parlando in questo caso di un «ideale di volontà nazionale» (corsivo nostro), al quale diventa per così dire connaturato il suo affermarsi all’esterno, e ciò in maniera tale per cui «lo Stato nazionale non può mai essere troppo o abbastanza potente». In vista vi è infatti innanzitutto il suo costante sovrapotenziamento. «La conseguenza – aggiunge Burckhardt – è il militarismo». Lo Stato certo «deve corrispondere a questa nazionalità», ma a sua volta quest’ultima «deve servirgli – ed esso a lei – come mezzo ulteriore di agglomerazione». Stato e nazionalità devono potersi corrispondere all’insegna di un reciproco potenziamento che ha in vista innanzitutto se stesso e il suo ulteriore incremento. Gli stessi sudditi, equiparati in un certo qual modo all’ammontare delle entrate finanziarie, diventano strumento di tale processo d’espansione. In altri termini, lo Stato non è più in grado, nel corrispondere ai propri compiti, di elevarsi al di sopra di se stesso all’insegna di una superiore unità, ma agisce solo ed esclusivamente in vista del proprio ingrandimento. Il potere viene cioè a costituirsi in quanto essenzialmente autoriferito. È in tal senso che Burckhardt ad esempio interpreta l’affermazione di Luigi XIV “l’état c’est moi”. A proposito di questo monarca, egli scrive:

È tipica di Luigi una frase che fece pervenire a Massimiliano Emanuele di Baviera: il principe elettore sfrutti per il proprio ingrandimento, “che è il fine più bello e più degno di un principe”, le occasioni offertegli dalla fortuna (LSE, p. 281).

L’elemento emblematico dell’idea di sovranità in senso moderno è quello di non avere più alcun fine esterno a se stesso, e lì dove un fine di tal genere sembri in effetti presentarsi, sotto forma ad esempio di fine rivolto contro un nemico esterno, ciò non accade in vista di un consolidamento della civiltà del popolo, ma solo in vista di un ingrandimento fine a se stesso. Secondo Burckhardt lo Stato moderno centralizzato viene quindi a un certo punto del tutto meno al compito di ogni vero grande Stato, a quel compito che appunto conferisce a esso la propria peculiare grandezza, la quale rimane separata da un abisso rispetto al concetto di semplice estensione dei confini. Esso non è in effetti più in grado di «raggiungere grandi fini esterni», malgrado e anzi proprio a causa dell’illimitato accrescersi della sua potenza. Tutto ciò influisce negativamente anche sull’altro grande compito dello Stato, quello cioè di «sviluppare la pacifica evoluzione di grandi forze collettive».
In epoca moderna «all’interno lo Stato ha centralizzato tutta la forza e il diritto», ma è proprio nel momento in cui esso si rivolge all’esterno che esso mostra, per così dire, il vero carattere del suo potere, ovvero la sua interna debolezza e l’inadeguatezza a costituire, anche al suo interno, un ordinato sviluppo sociale. Il dispiegarsi del potere statale assume il volto della escalation militare, di cui Burckhardt descrive in modo mirabile e ancora attuale la logica interna:

Vicini più deboli vengono sottomessi e annessi, e in qualche modo insomma resi dipendenti, non perché possano diventare nemici, giacché questa è la preoccupazione minore, ma affinché altri non li prenda o se ne serva politicamente: si asservisce il possibile alleato politico di un nemico. E una volta giunti su questa china, non v’è più modo di arrestarsi: tutto diviene giustificabile giacché «limitandosi a stare a guardare non si arriverebbe a nulla, ma si sarebbe presto divorati da altri ribaldi», e «anche gli altri fanno così».
Il secondo passo è che atti simili vengono compiuti in anticipo, senza un particolare pretesto, secondo la massima: «Impadroniamocene a tempo, così risparmieremo una pericolosa futura guerra». Infine si genera una permanente cupidigia d’ingrandimento: si prende quel che si trova a portata di mano e che è possibile arraffare, specialmente “indispensabili” fasce costiere, e nel far ciò si sfruttano tutte le debolezze, i mali interni e i nemici della vittima. […]
I misfatti devono avvenire, se possibile, con naturalezza, essendo esteticamente orribile l’effetto dei cavilli giuridici e delle recriminazioni d’ambo le parti. […]
Ecco ancora la grande e indiretta giustificazione: che, cioè, all’insaputa di colui che ha agito, quella sua particolare azione ha promosso grandi fini storici universali, per il momento ancora lontani.
Così ragionano specialmente i posteri che sanno che i vantaggi della propria epoca sono fondati sul passato. Ma sorgono in risposta questi interrogativi: che ne sappiamo noi dei fini? E se questi fini esistessero, non potrebbero essere raggiunti anche per altra via? E il crollo della moralità generale attraverso il crimine non rappresenta proprio nulla?  (CSU, pp. 43-44)

Ciò che colpisce in questo brano è l’emergere di una nozione di fine del tutto peculiare e per molti versi inaudita. Da una parte il fine viene oramai concepito soltanto in vista dell’acquisizione di potenza, presentata magari in termini di un maggiore benessere sociale, di cui saranno in particolare le future generazioni a godere (così almeno si presume); dall’altro esso appare tuttavia qualcosa di sempre meno consistente in se stesso, qualcosa che non risulta cioè più dettato da un’interna possibilità di compiutezza, dalla compiutezza derivante cioè dal peculiare carattere dell’opera di cui ci si prefigge la creazione, ma viene fatto rientrare in un calcolo nel quale diviene rilevante, quale guida dell’azione, quel che è in procinto di fare il proprio diretto concorrente. Il fine, malgrado sia volto all’acquisizione della potenza assoluta, non appare più in se stesso qualcosa di assoluto, esso non appare più qualcosa di interamente raccolto nella tensione, ad esso peculiare, diretta alla realizzazione di qualcosa di compiuto; perdendo completamente il carattere proprio dell’“in-sé”, il fine perde al contempo ogni riferimento a ciò che a esso conferisce la sua propria dignità: l’opera in quanto tale. Ora il fine sembra farsi completamente relativo, ossia in tutto e per tutto strategico, in modo tale da poter essere meglio inserito e dissolto all’interno di quel genere del tutto particolare di computazione degli effetti in cui consiste ogni real politik. A quest’ultima sembra connaturata una pulsione verso l’escalation, e ciò spesso contro le sue stesse intenzioni. In vista della conquista del potere si perde di vista quale sia il vero significato del fine, per cui questo non giunge mai ad appagarsi nel raggiungimento di questo o quel risultato. È in tal senso del tutto lecita la domanda di Burckhardt: che ne sappiamo noi dei fini? Ciò significa: sappiamo noi ancora cosa sia un autentico fine della storia universale? Non è ogni fine già diventato un puro e semplice strumento diretto a una sempre maggiore espansione del potere? È di per sé evidente che lì dove abbia avuto luogo una tale trasformazione, diviene anche impossibile adempiere al compito di «sviluppare una pacifica evoluzione di grandi forze collettive».
Appare ora più chiaro in che senso, a partire da una tale logica del potere – rispetto alla quale viene sempre più a orientarsi l’agire del grande Stato moderno – ogni altro fine che lo Stato può proporsi, per quanto possa presentarsi sotto una veste ideale – quale ad esempio la parità e l’uguaglianza dei diritti – appaia di fatto agli occhi di Burckhardt come in un certo qual modo subordinato, non certo irrilevante o inutile, ma privo oramai di quella forza che possa permettere la fondazione di una umanità autenticamente storica, di un’umanità cioè ancora capace di una autentica tradizione, ossia di un futuro che non costituisca la semplice ripetizione di schemi unilateralmente volti all’accrescimento della potenza materiale.
Sempre nelle Lezioni sulla storia d’Europa Burckhardt enumera una serie di «virtù» dello Stato moderno, sulla base delle quali esso «pretende di essere uno Stato di diritto» (corsivo nostro). Tra queste virtù vi è riconosciuta, sul piano economico, «l’abolizione di ogni opprimente signoria intermedia», ma ciò in vista esclusivamente della «protezione degli interessi materiali»; sul piano etico viene riconosciuta come conquista sociale la «tolleranza» (soprattutto sul piano religioso), ma questo «in virtù dell’indifferentismo e dello spirito burocratico, e per la gelosia con cui lo Stato difende il suo potere esclusivo»; sul piano sociale viene riconosciuto all’uomo moderno il merito di aver raggiunto un «raffinamento della sua vita privata e dei suoi piaceri», ma in tutto ciò «come uomo privato egli guadagna, ma come cittadino decade». 
Il fatto che l’uomo come cittadino decada è per Burckhardt strettamente collegato al fenomeno della centralizzazione tipico dello Stato moderno. Il singolo, nella misura in cui finisce con l’affidarsi in tutto e per tutto allo Stato (come di fatto accadde a partire dal XVII secolo alla classe nobiliare nei confronti della monarchia francese), viene gradualmente privato della propria responsabilità e iniziativa: «la graduale assuefazione a una tutela completa finisce per uccidere ogni iniziativa: si attende tutto dallo Stato, per cui al primo spostamento dei rapporti di forza, si pretende tutto da esso, e gli si accolla tutto». 
Questa tendenza a generare un atteggiamento passivo nel cittadino viene secondo Burckhardt a consolidarsi, malgrado le apparenze, proprio nel momento in cui, una volta fatta emergere quale unica e vera istanza della società la spinta all’accrescimento della potenza economica e territoriale, il potere viene assunto nelle mani della borghesia imprenditoriale, la quale, da una parte, pretende che all’interno lo Stato si limiti a eliminare ogni barriera alla propria attività economica, compresa ogni genere di resistenza sociale, e, dall’altra, che all’esterno esso accresca a dismisura la propria potenza, al fine di garantire mercati sempre più ampi. Soprattutto all’interno, la borghesia accolla allo Stato amministrativo e poliziesco quel compito che dovrebbe essere proprio di una classe dirigente attiva, quello cioè di «far progredire le parti passive della popolazione» e impedire il loro deperire e degradarsi, compito che di fatto non viene neppure intrapreso, limitandosi la borghesia a pretendere che lo Stato garantisca una stabilità politica e sociale ricorrendo dove è il caso alla forza e alla violenza.
Nell’analisi di Burckhardt l’uomo del suo tempo, anche il borghese attivo socialmente, si estranea di fatto sempre più come cittadino per dedicarsi esclusivamente a un affarismo sempre più sfrenato. In tal senso lo Stato burocratizzato, invece di far progredire le parti passive della società rendendole in senso forte attive quali forze plasmatrici di storia e di tradizione, di fatto fa leva sulla passività generalizzata allo scopo, da una parte, di spingere verso lo sfruttamento delle classi più deboli, mentre, dall’altra, allo scopo di promuovere nella classe borghese il massimo grado di attivismo, allo scopo di potenziare al massimo macchina burocratica che di fatto prende spesso il sopravvento anche sulla società civile.
Quanto negativamente Burckhardt giudicasse questa forma moderna di Stato, lo si può chiaramente desumere dal seguente brano. Come «complemento ridicolo e penoso», e quindi come logica conseguenza, della corsa forsennata verso l’acquisizione di livelli sempre più elevati di potenza:

[…] lo Stato fa i ben noti debiti per la politica, le guerre e gli altri fini elevati e i “progressi”, ossia anticipa le prestazioni del futuro, perché in parte agirebbe anche a vantaggio di questo. Si presume che il suddetto futuro onorerà perpetuamente questo stato di cose. Lo Stato ha imparato dai commercianti e dagli industriali a sfruttare il credito: esso si fa forte del fatto che la nazione non potrà mai lasciarlo fallire.
Accanto a tutti gli impostori, lo Stato si pone ora come impostore principe (LSE, p. 241).

Il massima grado di impostura del progetto statale di pura potenza viene raggiunto, secondo Burckhardt, quando lo Stato e i suoi governanti avanzano la pretesa di pianificare il futuro anche per le generazioni ancora a venire, dando per scontato il fatto che esse non possano che approvare il loro operato, e non si fanno perciò nessuno scrupolo a investire anche le future risorse, con l’irresponsabile sicurezza di chi sa che in ogni caso mai nessuno potrà in futuro rivolgersi ai passati governanti al fine di protestare un debito che assomiglia molto a una cambiale emessa a vuoto. Ogni altra futura risorsa, indispensabile a ogni nuova generazione per trovarsi nelle condizioni di riprogettare liberamente il proprio futuro, viene in anticipo ipotecata e assorbita all’interno di quell’unico progetto informato al puro e semplice accrescimento della potenza economica.

 

Testi citati

Lezioni sulla storia d’Europa, Boringhieri, Torino, 1959 (LSE)
Considerazioni sulla storia universale, SE, Milano, 2002 (CSU)

 

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