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La tecnica nel medioevo e nel rinascimento

Intorno al Mille dopo Cristo ha inizio una serie di cambiamenti che trasformano la civiltà occidentale, da mediterranea che era durante il periodo dell'antichità, in civiltà compiutamente europea. Il primo e più evidente di questi cambiamenti è l'espansione demografica della popolazione europea. Anche se è difficile dare cifre esatte di questo fenomeno, esso si è accompagnato a tutta una serie di fenomeni sociali, politici, economici di lunga durata che hanno cambiato definitivamente il volto della civiltà occidentale. Le cause che hanno innescato o almeno favorito questo mutamento epocale sono molteplici e di vario tipo. Se gli storici sono incerti nell'indicare l'ordine e il peso di tali cause, un ruolo di primo piano è stato certamente svolto dalla tecnologia, sia pure arretrata e incerta come quella del X-XI secolo. L'introduzione dell'aratro a versoio, l'invenzione di un nuovo tipo di collare da tiro per i cavalli e i bovini, la pratica di una diversi ripartizione delle coltivazioni in uno stesso campo sono solo alcuni degli eventi che si verificano in questo periodo, e vengono indicati da tutti gli storici tra le condizioni essenziali per poter generare quel surplus nella produzione alimentare, da cui sarebbe partita da un lato la crescita demografica (che presto avrebbe rinforzato e moltiplicato i cambiamenti in atto nell'agricoltura, moltiplicando i campi messi a coltura) e dall'altro la rinascita delle città, vero motore della nuova Europa in quanto centro e acceleratore di scambi commerciali e culturali.
Queste poche invenzioni però, insieme a qualche altra (come il mulino, o la bussola) non sarebbero state sufficienti da sole a modificare il corso della storia senza l'apporto di fattori più profondi. Alcune di queste macchine inoltre, come per esempio il mulino, erano già note alla fine del periodo romano, eppure si diffondono e vengono usate in modo sistematico solo a partire dal Medioevo. Cosa cambia tra il periodo dell'antichità classica e quello medievale e moderno?
Nel periodo attorno al 1000 nasce e comincia a diffondersi un atteggiamento complessivo nei confronti della natura molto diverso da quello della antichità classica. La cultura greca concepiva infatti il sapere essenzialmente come una contemplazione dell'esistente, che non può venir realmente trasformato dall'uomo perché tutte le possibilità realizzabili sono già inscritte nella struttura dell'essere: il sapiente è proprio colui che meglio degli altri riesce a scorgere questo logos immutabile (siano esse le idee di Platone o le forme di Aristotele) sotto il fluttuante velo del divenire. La cultura latina, nonostante il suo pragmatismo e la sua concretezza, non riuscì o non volle rovesciare questa impostazione, che fondamentalmente corrispondeva alla struttura della società mediterranea: il sapere inteso come contemplazione infatti spettava al ristretto gruppo della classe egemone, mentre la «prassi», ossia l'azione umile, quotidiana e ripetitiva era riservata ai membri delle classi inferiori o addirittura agli schiavi.
Con la rinascita del Mille comincia a svilupparsi un atteggiamento di dominio nei confronti della natura, che va controllata, plasmata, sottoposta ai progetti e alle intenzioni dell'uomo. Un ruolo importante in questo cambiamento è giocato certamente dalla religione. Il Dio cristiano infatti è rigidamente trascendente e quindi completamente staccato dal mondo naturale, «totalmente altro» rispetto ad esso: l'uomo può quindi impegnarsi nella trasformazione della realtà empirica senza i vincoli delle religioni animistiche, nelle quali un certo animale, un albero o un fiume sono intoccabili perché abitati da un dio o essi stessi dei. Certamente il Cristianesimo da solo non basta a spiegare la nascita della tecnica in Europa, ma la sua presenza è stata una delle condizioni perché questo potesse avvenire. Nella Bibbia Dio stesso assegna esplicitamente agli uomini il compito di trasformare il mondo: «Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Gen 1, 28).
Uno dei segni più precoci e interessanti di questo lungo processo di trasformazione dell'atteggiamento complessivo nei confronti della natura è il cambiamento, inizialmente confuso e inconsapevole, del modo di concepire lo spazio e il tempo. Fino a quel momento nelle società fondamentalmente agricole che erano apparse nell'area mediterranea ed europea spazio e tempo erano dimensioni elementari della vita, nelle quali istintivamente l'esistenza umana si plasmava sui ritmi e gli schemi della natura: ci si alzava e ci si coricava col sole, mangiando quando si aveva fame e riposandosi quando si era stanchi. Questi comportamenti naturalmente restavano validi per la stragrande maggioranze degli europei (e anche dei non europei), ma piccoli gruppi di persone (come i monaci benedettini o i marinai delle repubbliche marinare italiane) cominciano a oggettivare il tempo e lo spazio per poterli usare meglio. L'invenzione dell'orologio meccanico e l'introduzione della carta nautica piana (che non a caso sono quasi contemporanei) furono gli strumenti con i quali questo dominio del tempo e dello spazio diventò possibile, almeno in linea di principio e anche se ci sarebbero voluti secoli perché l'atteggiamento di una ristretta minoranza diventasse patrimonio dell'intera società.
Tuttavia lo sviluppo della tecnologia  non fu continuo, e una delle cause della grande crisi del Trecento fu proprio che non ci furono scoperte e invenzioni nuove in grado di sostenere lo sviluppo demografico iniziato tre secoli prima: la popolazione europea si trovò quindi «sbilanciata», troppo cresciuta per le risorse disponibili, e andò incontro a una intensa crisi malthusiana . Lo sviluppo della tecnologia fu frenato tra l'altro dal fatto che le basi teoriche rimasero per secoli quelle contenute nei paradigmi epistemologici (insiemi di principi, presupposti, definizioni che vengono accettati da una determinata comunità di scienziati) seguiti nell'antichità. In particolare l'idea della distinzione tra i moti circolari (qualitativamente perfetti e riservati agli astri celesti) e quelli rettilinei (gli unici possibili sulla  terra) e poi quella, di origine tipicamente aristotelica, tra moti naturali e moti violenti, avrebbe per molto tempo impedito di applicare allo studio della natura molte conoscenze già acquisite (per esempio quelle sulle coniche, in particolare la parabola). Un altro punto intoccabile del paradigma epistemologico aristotelico era quello secondo cui il moto è possibile solo in presenza di un causa in atto (ossia effettivamente agente in ogni istante del movimento stesso). L'effetto combinato di questi paradigmi per esempio rese impossibile per oltre tre secoli la comprensione della traiettoria seguita dalle palle da cannone. Un altro importate fattore di ritardo fu il fatto che venne ereditata dal passato la netta distinzione tra sapere teorico (codificato nelle cosiddette «arti liberali») e prassi concreta, cui abbiamo già accennato.
Città e sovrani, principi e mercanti però dovevano affrontare e risolvere i concreti problemi posti dalla guerra, dal commercio, dall'agricoltura, dalle attività minerarie, dalle costruzioni e dalla navigazione. In tutti questi campi l'esigenza di efficacia, in vista del successo, divenne sempre più imperiosa. Ci si rivolse perciò sempre più spesso ad artigiani specializzati ed esperti di vario genere: quelli che oggi chiameremmo «tecnici» e che spesso nel medioevo e nel rinascimento venivano indicati con la parola «meccanici».
L'uso e la storia di questo termine sono particolarmente istruttivi: «meccanica» infatti deriva dal greco mhcanaomai, che originariamente ha il significato di «ingannare» (una eco di tale valenza negativa si ritrova ancora oggi nell'italiano «macchinazione»). Una «macchina» per il mondo culturale greco è uno strumento per «ingannare» la natura, violare le sue leggi, riuscire a fare quello che in natura non è o non sarebbe possibile. L'esempio classico di macchina in questo senso è la leva, che permette di sollevare «contro natura» un grosso peso con poca fatica. Il «deus ex machina» della tragedia classica  era l'intervento decisivo di un dio che risolveva una intricata vicenda drammatica arrivando sul palco del teatro calato dall'alto  grazie a una specie di gru, ossia agli «effetti speciali» dell'epoca. Questo spiega perché il termine «meccanico» e tutti i suoi derivati venivano usati originariamente, in senso spregiativo, per indicare coloro che operavano a livello manuale senza alcuna preparazione teorica e per così dire «ingannavano» sia la natura sia gli altri uomini, dal momento che non sapevano rendere ragione delle cause di ciò che stavano facendo.
Almeno all'inizio la separazione tra i «meccanici» e i «dotti», cioè coloro che conoscevano le cause delle cose in base alle teorie del loro tempo, era totale: per un intellettuale era considerato degradante occuparsi di questioni pratiche, mentre se un artigiano cercava di affrontare un problema teorico veniva accusato di una indebita invasione di campo. Tuttavia l'esigenza pratica di risolvere certi problemi particolari portò gradualmente al superamento di questi steccati culturali.
In una prima fase, tra il Quattrocento e il Cinquecento, ci fu  una progressiva integrazione della figura dello scienziato e di quella del tecnico, soprattutto in Italia. Anche se non siamo informati su tutti i passaggi che hanno portato a questa fondamentale trasformazione, possiamo però indicare alcuni episodi particolarmente significativi che illustrano il senso profondo di questo cambiamento culturale. Uno dei primi campi in cui avvenne questa trasformazione è quello dell'arte, perché in essa le nuove intuizioni tecniche potevano fondersi con i principi estetici, filosofici e teologici dando vita a una nuova e unitaria visione del mondo.
Leon Battista Alberti, uno dei primi umanisti italiani, scrisse nel 1436 il trattato Della pittura nel quale per la prima volta si sosteneva che un pittore non poteva più permettersi di essere solo un bravo artigiano, cioè una persona in grado di eseguire un lavoro (in questo caso un quadro) senza alcuna preparazione teorica: al contrario, dovendo conoscere l'uso della prospettiva, doveva studiare la geometria e trasformarsi così in qualche modo in uno scienziato:

Piacemi il pittore sia dotto in quanto e' possa in tutte l'arti liberali, ma imprima desidero sappi geometria... I nostri dirozzamenti, da i quali si esprime tutta la perfetta arte di dipigniere, saranno intesi facile dal geometra, ma a chi sia ignorante in geometria né intenderà quelle né alcun'altra ragione di dipingniere: pertanto affermo sia necessario al pittore inprendere geometria 

La fusione tra la figura dello scienziato «teorico» e dell'artigiano puramente «pratico» in un'unica persona si realizzò di fatto nei decenni successivi anche in campi differenti, ma sempre collegati in qualche modo all'arte, per esempio nelle botteghe degli orafi, dei pittori, degli scultori fiorentini e toscani.

Alcune di queste botteghe, come quella del Ghiberti durante la preparazione della porte del Battistero, si trasformavano in veri e propri laboratori industriali. In questi laboratori, che sono insieme officine e botteghe d'arte, e non nelle scuole, si formano i pittori e gli scultori, gli ingegneri e i tecnici, i costruttori di macchine. Qui, accanto all'arte di tagliare le pietre e di colare il bronzo, accanto alla pittura e alla scultura, venivano insegnati i rudimenti dell'anatomia e dell'ottica, il calcolo, la prospettiva e la geometria, venivano progettati la costruzione di volte e lo scavo dei canali. Il sapere empirico di "uomini senza lettere" come Brunelleschi e Leonardo ha alle spalle un ambiente di questo tipo 

Proprio Leonardo da Vinci (1452-1519) è indicato come colui che, grazie al suo genio, avrebbe saputo superare la mentalità che contrapponeva le «arti liberali» alle «arti meccaniche» e viene indicato come colui che ha portato a compimento questa prima fase di integrazione tra dimensione tecnica e dimensione teorica. Pittore, scrittore, scultore, egli fu anche architetto, inventore, ingegnere, studioso di anatomia: nei suoi celebri Codici inventò e disegnò un gran numero di macchine, raffigurando con grandissimo realismo il corpo umano.
Tuttavia la ricerca di Leonardo non possedeva la sistematicità della scienza moderna e soprattutto non puntava al dominio effettivo della natura: le sue macchine, quasi tutte rimaste a livello di semplice progetto, erano per lui solo la dimostrazione dell'intelligenza e della genialità umane, quasi dei giocattoli che nel migliore dei casi dovevano stupire i principi durante le feste, e non degli strumenti di lavoro destinati a migliorare le condizioni dell'uomo.
Inoltre, quando Leonardo polemizzava vivacemente con quanti disprezzavano le arti cosiddette «meccaniche», cioè tutte le forme di sapere non teoriche, tra cui veniva annoverata anche la pittura, in contrapposizione alle «arti liberali», il suo vero obiettivo era quello di far rientrare anche la pittura e la scultura nel gruppo delle arti liberali, non di trasformare la valutazione che veniva data dalla cultura del tempo alle «arti meccaniche» in quanto tali.
La svolta veramente decisiva nella cultura occidentale si ebbe quando la tecnica in quanto tale cominciò a essere valutata positivamente anche dagli intellettuali, per il potere che consegna a chi la sa utilizzare: un passaggio che si verificò compiutamente solo nel XVII secolo.

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