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Notte d'inferno

La costa azzurrina dell’Istria appariva dritta di prua, a qualche miglio di distanza, allungandosi poi verso sud fino a scomparire nella lieve foschia che quel mattino del febbraio del 1347 si stendeva sull’Adriatico. Il nobile veneziano Andrea Contarini, patrono di una galea da mercato della Serenissima, salì sul piccolo ponte di poppa della sua nave e si guardò rapidamente attorno. Il sole cominciava appena a scaldare la pelle dei marinai che stavano da tempo lavorando ai mille lavori a bordo di una nave in mare: qualcuno rassettava delle cime, un gruppo puliva il ponte, il remer, cioè il mastro remaio, stava già riparando un remo alternando colpi di martello e di pialla. Solo un gruppo di rematori, ancora senza lavoro, impigriva seduto o sdraiato sui suoi banchi: il leggero scirocco del giorno prima aveva retto per tutta la notte e le grandi vele della Contarina, come candide ali di gabbiano, avevano spinto la nave attraverso il verde mare. Di prua si vedevano le altre due galee della muda, ossia del convoglio: tutto andava per il meglio.

Contarini salutò il suo comito, che gli riferì brevemente la notte appena trascorsa: i due uomini si chinarono poi un momento sulla bussola per controllare la rotta. Tra non molto, se il vento non fosse caduto, sarebbero arrivati a Parenzo, la prima tappa di tutti i viaggi. Contarini aveva perso il conto delle volte in cui aveva fatto scalo in questa città, ma pensò ugualmente alla descrizione che ne faceva il portolano: “il detto Parenzo è terra picciola, e ha scogli 3. L’intrata del detto porto è per ostro, lasciando i detti scogli dalla banda di garbino vuolsi accostare al detto scoglio per il capo della terra, perché in bocca è una secca che ha piè quattro d’acqua sotto…”.Contarini stava già pensando a come sfruttare la sosta nel porto istriano, quando un improvviso clamore di levò dalla prua della nave: urla profonde, bestemmie, e già si vedevano volare pugni e calci. Ecco la prima rissa, pensò Contarini cercando di restare impassibile mentre il comito si slanciava con alcuni marinai a separare i contendenti prima che tirassero fuori i coltelli. Ben presto tornò trascinandosi dietro due uomini già ubriachi: uno di loro, a quanto pareva, aveva cercato di portare via il vino dell’altro, che si era difeso energicamente. Contarini ordinò di frustarli e assistette immobile mentre la punizione veniva eseguita immediatamente sotto i suoi occhi. La galea intanto continuava la sua corsa nell’acqua, avvolta nella musica di cigolii che sempre accompagna una nave in buona salute. Il gruppetto di mercanti che si erano imbarcati sulla Contarina cominciarono a discutere animatamente sul prezzo delle spezie che avrebbero dovuto contrattare una volta arrivati nel porto di Alessandria. Contarini non aveva voglia di starli a sentire, e poi il vento cominciava a calare: chiamò presso di sé il comito per fargli orientare meglio le grandi antenne che reggevano le vele latine della galea. Ma neanche questo fu sufficiente e pian piano, col vento che si smorzava, anche la Contarina finì per restare immobile a beccheggiare dolcemente. Una qualunque nave a vela adesso sarebbe rimasta immobile per chissà quanto tempo: le galee invece non avevano questi problemi. I rematori guardavano di sottecchi Contarini, aspettando i suoi ordini. Il patronus attese più che poté, ma quando fu chiaro che le altre due galee, approfittando di qualche refolo superstite, si stavano allontanando troppo, con un sospiro ordinò di mettere in acqua i remi. Il primo quartiere, cioè i rematori seduti sui primi banchi da prua, cominciò il suo monotono e faticoso lavoro: dopo qualche tempo sarebbe stato sostituito dagli uomini a centronave e poi da quelli di poppa, e così via a rotazione. Pian piano la Contarina prese un po’ di velocità, e si diresse verso il porto di Parenzo.



La costa dell’Istria stava sparendo a poppavia. Le tre galee da mercato risalivano con le loro grandi vele il pigro scirocco di sud-est. Il vento cadde di colpo. Contarini e gli altri marinai esperti dell’Adriatico cominciarono a sentirsi inquieti e a guardarsi attorno, mentre i mercanti cominciarono come loro solito a borbottare per il tempo che si stava perdendo. Alte nel cielo sopra di loro candide e sottili ragnatele di nuvole sembravano spazzate via da una mano invisibile; sul mare invece solo una cappa greve e gli eterni scricchiolii della galea. Fu uno dei rematori ad avvistare per primo il colpo di bora, una striscia d’acqua nera per il vento che l’agitava e che piombava addosso alle tre navi come una furia. Mentre gli uomini, eccitatissimi, si indicavano l’un l’altro il pericolo, Contarini balzò verso la corsia della galea ordinando di far virare la nave verso il mare aperto, per prendere il vento in piena poppa, e di ammainare gli artimoni, le grandi vele triangolari da bel tempo, realizzate con ben 53 strisce di tessuto, che avevano fino quel momento spinto la nave come ali di gabbiano. Grazie a Dio e a san Marco le antenne di mezzana e di trinchetto, con le loro vaste vele, erano già scese sul ponte quando il vento colpi la nave con la forza di un cavaliere lanciato al galoppo in un torneo. Tutto sembrò accendersi di una vita propria, nuova e selvaggia. La vela di maestra, ancora issata a metà, si gonfiò con un colpo simile a quello che fa la saetta quando cade vicino. Tutta la nave sobbalzò, e poi sbandò come schiacciata da una mano invisibile e gigantesca, tuffando nelle onde la fiancata di sinistra, tra un rotolio di casse e di bauli sistemati sul ponte e nella stiva. Mentre tutti i rematori, tra imprecazioni e bestemmie, cercavano di arrampicarsi verso la parte più alta della nave, Contarini urlò di tagliare quella maledetta scotta che teneva legate la nave e la vela. Per un momento che gli sembrò infinito non accadde nulla. I timonieri accanto a lui, incuranti delle punizioni che a norma di regolamento Contarini avrebbe potuto infliggere loro, bestemmiavano come turchi senza riuscire più a controllare la nave, che stava tagliando le onde a una velocità pazzesca. Il vento frustava ogni cosa. Gli spruzzi e la schiuma riempivano l’aria. Contarini e tutti gli uomini sul ponte di poppa avevano gli abiti inzuppati. Il vento strappava dalle sartìe, i grossi cavi che a gruppi di dodici sorreggevano gli alberi, un fischio acuto e stridulo che gelava il sangue dei mercanti, poco avvezzi a queste situazioni. Finalmente qualcuno, più deciso o disperato degli altri, riuscì a tagliare la scotta. Contarini vide la grande vela, non più trattenuta, distendersi nel vento come un’immensa bandiera. In un attimo, mentre gli uomini cercavano di ammainare il pennone, venne stracciata dalle raffiche che si inseguivano senza tregua. La Contarina, non più oppressa dalla mano invisibile, si raddrizzò pian piano e lentamente riprese la rotta che le imponevano i timonieri. Finalmente Contarini poté guardarsi attorno: le altre due galee erano una di qua e l’altra di là, a qualche centinaia di passi dalla Contarina, e ancora chiaramente in difficoltà. Contarini cercò di avvicinarsi alla capitana, sfruttando tutti i salti di vento. Ci vollero due intere clessidre perché le tre galee riuscissero a riavvicinarsi. Man mano che le navi, ammainate tutte le vele, si allontanavano dalla costa le onde diventavano sempre più alte.Da ognuna di esse si staccavano lunghe strisce di schiuma, che facevano il mare tutto coperto di bianco. Cadeva la notte, ma nessuno dormì. I timonieri per governare si regolavano sulla bussola, illuminata dalla tremolante luce di una lampada a olio, e si sforzavano di non perdere di vista i fanali delle altre navi. Di mangiare, neanche parlarne. L’alba sorse livida, con un cielo pieno di nuvole basse e cariche di pioggia. Contarini, dopo una notte intera passata sul ponte, scese nella cabina di poppa insieme al comito e alla luce tremolante di una lampada che ballava impazzita tirò fuori la carta del Golfo. Anche se non si trattava di una carta di quei famosi disegnatori, il genovese Petrus Visconte o il maiorchese Angelino Dulcert, che andavano per la maggiore, era ugualmente un prodotto di ottima fattura. Su una sottile pergamena l’artigiano veneziano aveva disegnato con cura il profilo delle coste del Golfo, che qualcuno chissà perché chiamava anche mare Adriatico. In basso una miniatura rappresentava Venezia: a sinistra si sgranava la costa dalmata, con la sua corona di isole dipinte di verde e di rosso; a destra scorreva la costa italiana. Contarini e il suo comito non avevano bisogno di aguzzare gli occhi per vedere, lungo quest’ultima costa, la fila di crocette che indicavano le secche e i pericolosi bassifondi sabbiosi. La carta era completamente coperta da una ragnatela di linee che sarebbe apparsa caotica allo sguardo di un terraiolo: i due marinai sapevano distinguervi invece a colpo d’occhio le sedici rose dei venti, collocate sapientemente attorno al profilo del Golfo, ciascuna al centro di 32 linee disposte a raggiera. I nomi dei porti erano scritti sulla terraferma, per non ostacolare il lavoro che i due uomini stavano per compiere. Una rosa dei venti riportava, con una freccia rivolta verso il lato inferiore della carta, la direzione di tramontana. La Contarina aveva navigato tutta la notte col vento in poppa, per ostro verso scirocco, percorrendo circa quattro miglia a ogni clessidra. Aiutandosi con una riga e con le linee tracciate sulla carta, i due uomini ricostruirono laboriosamente la rotta della nave e poi calcolarono la distanza che aveva percorso da quando il colpo di bora li aveva colpiti a largo della costa istriana. Alla fine Contarini con un ago bucò la carta per segnare la posizione della galea. Il risultato lo allarmò: erano troppo vicini alla costa italiana, quasi nei pressi della nobile città di Ancona. Contarini tornò sul ponte. Di prua non si vedeva ancora nulla. Eppure Contarini sapeva dai suoi calcoli che la costa era solo poche miglia lontana e che tra mezza clessidra, se non avesse cambiato rotta, la sua galea avrebbe corso il rischio di sfasciarsi sulla spiaggia. Contarini guardò nervosamente la capitana: erano il suo pilota e il suo capitano a dover prendere le decisioni più importanti. Ma anche lì si doveva essere giunti alle stesse conclusioni: apparve infatti una bandiera, mentre a prua compariva il piccolo triangolo bianco di una vela. Contarini non aspettava altro per ordinare di issare sull’albero di prua il papaphigo, la piccola vela triangolare che veniva usata solo durante le tempeste. L’artimone era stato sciolto dall’antenna già il giorno prima: ora, al suo posto, venne solidamente fissata la nuova vela. Appena tutto fu pronto i marinai in fila tirarono il cavo che fece salire il pennone sull’albero. Subito la Contarina sembrò svegliarsi, come riscuotendosi dal torpore in cui era piombata nel corso della notte, e cominciò ad addentare le onde invece di lasciarsene sbatacchiare. “Cinque rombi a sinistra!”, ordinò il comito ai timonieri, che si gettarono sui lunghi remi sporgenti a poppa e sul timone centrale per far virare la nave di circa 55 gradi verso la nuova rotta. Il convoglio prese a navigare verso scirocco, parallelamente alla costa ancora invisibile. Poiché le navi adesso prendevano il vento di fianco, avanzavano rollando e beccheggiando, scosse duramente da prua a poppa dalle onde che le colpivano al traverso. Uno dopo l’altro, i mercanti uscirono dalla camera granda in cui si erano chiusi durante la notte e si precipitarono verso il bordo della galea per vomitare quel poco che avevano ancora nello stomaco. Contarini li vide e ridendo ordinò di distribuire qualcosa da mangiare (in realtà, gli uomini non poterono avere altro che un po’ di galletta, mezza fradicia di acqua salmastra). Pian piano però, mentre il sole avanzava nel cielo e le navi sul mare, il vento diventò sempre più favorevole e meno impetuoso Verso mezzogiorno le navi poterono cambiare le vele e rimettere gli artimoni a tutti gli alberi. A pomeriggio inoltrato il cielo si aprì un momento e il sole fece capolino, basso sull’orizzonte: in quel momento le vedette avvistarono la costa. Si trattava della scogliera esterna dell’isola Incoronata, come si scoprì poco dopo: una formidabile muraglia bianca verticale, che si stende per un paio di miglia. Al di là dell’isola si apre un arcipelago fittissimo di isole, con canali tortuosi ma protetti da qualsiasi vento. Un ancoraggio perfetto: ma bisogna arrivarci prima di notte, pensò Contarini: chi ha il coraggio di infilarsi nel canale senza vedere nulla? Gli sarebbe toccata un’altra notte in mare. Per fortuna le galee riuscirono a doppiare il capo con l’ultima luce del giorno, e gettarono l’ancora nella prima ansa che trovarono. Fu meglio così. La notte il vento tornò a soffiare impetuoso, stracciando le nuvole che correvano appena sopra le colline degli isolotti. Le galee rimasero abbarbicate alle loro ancore per tre giorni e tre notti, fin quando il vento non saltò a libeccio: allora partirono e con una breve navigazione riuscirono ad arrivare nel porto di Sebenico. Qui dovettero riparare i danni, curare i feriti, seppellire i primi morti (un paio di rematori, gente di terra, non abbastanza forte, si erano ammalati di febbri ed erano morti). Ci volle una settimana prima di poter riprendere il mare. Ora i mercanti, che durante la tempesta avrebbero pagato per poter essere in terraferma, spingevano per salpare l’ancora. Finalmente il vento era favorevole: le galee partirono e rapidamente di spinsero verso sud. Nonostante la fretta, non si poteva non fare scalo a Ragusa, dopo aver costeggiato le ultime isole dalmate. Poi di nuovo in mare, senza soste questa volta, fino a Corfù. Da lì, una volte ricostituite le scorte di acqua e di viveri, via fino a Modone, sulla punta sud occidentale del Peloponneso, scivolando lungo le coste dirupate di Leucade e passando veloci vicino alle alte montagne di Cefalonia. Prima di arrivare a Modone, però, una tempesta da scirocco li ricacciò indietro fino a Zante: un’altra settimana andò persa così. Finalmente ripresero il mare e come Dio volle passarono capo Matapan e il terribile capo Malea senza avere problemi. Erano partiti da Venezia da un mese quando sbarcarono a Candia, nell’isola di Creta. Il tempo rimase favorevole e l’ultimo tratto del viaggio, fino a Rodi, da qui a Cipro e quindi ad Alessandria, fu senza scosse. Il tre aprile, dopo quarantadue giorni di viaggio, le galee veneziane gettarono l’ancora nel porto interno di Alessandria.

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