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Per pavimento il mare, per soffitto il cielo


Il nobile veneziano Antonio Loredan, patronus di una grande galea da mercato della Serenissima, dalla poppa estrema della sua nave osservava attentamente le due galee che lo precedevano nel difficile passaggio della Fossa, il tortuoso e stretto canale che, tra grandi banchi di sabbia, collegava la laguna di Venezia con il mare Adriatico. La brezza di mare, in questa limpida mattina di febbraio del 1347, aveva già spazzato l'umidità della notte; la marea, tornando al mare, generava una debole corrente che aiutava le pesanti navi a liberarsi dall'abbraccio della terra. I rematori si alzavano ritmicamente in piedi e gettandosi con tutto il loro peso all'indietro e ricadendo sulle loro panche tiravano a sé i lunghi remi che facevano avanzare la galea. Loredan lasciò che la sua mente tornasse per un attimo al momento in cui aveva avuto la certezza di aver vinto la gara per l'incanto, cioè il noleggio, della galea su cui si trovava ora e di avere quindi la possibilità di un lungo e fruttuoso viaggio in Oriente. La muda, o convoglio, di cui faceva parte la nave di Loredan era infatti diretta ad Alessandria d'Egitto, questa famosa città che soltanto l'anno prima le galee veneziane avevano ricominciato a visitare. Il viaggio era stato minuziosamente progammato dal Senato veneziano che come al solito aveva fissato la data della partenza, la rotta, le soste, i noli per le merci... tutto o quasi, insomma. Loredan tornò al presente. La laguna brulicava di vita. Stormi di gabbiani ruotavano attorno alle barche intente alla pesca. Lungo i canali, dalla parte di Malamocco, si vedeva avanzare dietro alle dune del Lido una fila di grandi vele colorate, piene di brezza. Erano dei burchi a pieno carico: Loredan riusciva a immaginarne lo scafo nero, completamente sommerso, con solo la prua che sporgeva dall'acqua. Alcuni sandolini, barchette agili e veloci come certi insetti di laguna, guizzavano con i loro remi davanti alle pesanti navi da carico. Quattro o cinque batele, piccole  e leggere, si affrettavano di qua e di là spinte dalle loro grandi vele al terzo. Ma c'erano anche navi più grosse. Ecco una tareta, col suo scafo basso e lungo una ventina di metri e le sue vele triangolari. che cercava anch'essa di uscire dalla laguna. Ma era in difficoltà, si vedeva chiaramente, e si stava avvicinando troppo alla galea di Loredan. Il comito dovette intervenire, facendo accostare la nave di un punto o due, lanciando una voce irata alla tareta. La tareta puggiò anch'essa e si lasciò sfilare di poppa alla galea. Qui si vede perché le galee da mercato sono le migliori navi da trasporto al mondo, pensò Loredan. Quella tareta è in difficoltà perché può andare solo a vela: con la brezza di mare che c'è adesso, e che porta verso l'interno della laguna, non riuscirà mai a prendere il largo. Il suo equipaggio avrebbe dovuto salpare già da tempo, per sfruttare la marea calante quando era più veloce e riusciva a essere più forte del vento. Adesso invece con tutta probabilità dovrà ancorarsi e aspettare la prossima marea, come ha già fatto quell'alta e massiccia buzonave sotto il forte di san Niccolò, oppure sperare che il vento cambi. Le tre maestose galee da mercato invece, una dietro l'altra, avanzavano controvento a forza di remi: una preziosa giornata guadagnata. Finalmente il mare aperto, il golfo di Venezia, si aprì davanti alle tre navi. Loredan diede ordine di fermare i remi e di issare le vele. Le due lunghe e pesanti antenne salirono una dopo l'altra lungo gli alberi e gli artimoni, le grandi vele triangolari usate col bel tempo, si gonfiarono di vento e cominciarono a far muovere la nave. I rematori ritirarono i loro lunghi e pesanti attrezzi (i più lunghi pesavano quasi quanto un uomo!) e si prepararono a lasciarsi portare dal vento.
Già, i rematori, eterno problema di ogni Patronus. Loredan guardò il pavimento del mare e il soffitto del cielo, come diceva quel proverbio veneziano che tanto gli piaceva, e respirò a fondo l'aria fresca che veniva dal mare. La galea, sbandando sotto una leggera raffica, fendeva ormai l'acqua con un canto ruscellante da prua. In coperta gli uomini cominciavano a parlottare tra di loro, seduti o sdraiati sui loro banchi. Il ponte,  visto da dove si trovava Loredan, era come un vasto rettangolo, lungo e stretto, delimitato ai lati dalle travi del posticcio su cui era fissati i remi e chiuso a prua dalla arrembata. Lo spazio era completamente riempito dai banchi per i rematori, disposti diagonalmente per impedire che a ogni colpo di remi gli uomini si intralciassero formando un groviglio inestricabile. Al centro, lungo tutto il ponte, correva una stretta passerella leggermente sopraelevata che consentiva di spostarsi rapidamente da prua a poppa, dove lo scafo si rialzava a formare un secondo, piccolo ponte, coperto in parte da una tenda: lì si trovava appunto Loredan insieme agli altri ufficiali al comando della nave. A poppa dell'albero maestro, sulla destra, si trovava la rudimentale cucina. Anche se i ranghi della galea non erano completi, la nave già nereggiava di uomini. Niente a che vedere  con le tarete o le buzonavi o quelle ultime novità, quelle cocche di cui molti dicevano così bene: quelle sì che erano navi poco "abitate", venti o trenta uomini al massimo. Era quello il trucco per guadagnare anche senza trasportare seta o spezie: pochi uomini, poche spese. Ma anche poca sicurezza: se incappavano in una galea nemica, avevano ben poche speranze di salvarsi. Invece le galee da mercato erano ben armate, perché  trasportavano le merci più preziose: erano talmente simili alle navi da guerra che talvolta venivano aggregate alle squadre militari della Serenissima. Per questo avevano bisogno di uomini, e dovevano essere uomini liberi. Loredan  ricordava di aver incontrato da poco un mercante milanese che, chissà perché, era convinto che i rematori fossero schiavi! Forse non riusciva a immaginare che una persona potesse scegliere liberamente una vita così dura. Eppure per molti abitanti della laguna era una esistenza normale. Anzi, pensava Loredan, il problema era proprio che sulle galee da mercato si stava troppo tranquilli: tutti sapevano che molti marinai si impegnavano a imbarcarsi, e spesso ritiravano anche i tre mesi di paga anticipata che spettavano loro, e poi sparivano quando scoprivano che non si andava a far razzia di ricche navi genovesi o musulmane. Sì, certo, il doge Andrea Dandolo, che era zio di un cugino di terzo grado di Loredan, aveva fatto inserire tra le leggi della Serenissima una norma che permetteva di sbattere in carcere quei delinquenti: ma non bastava di certo a risolvere la questione. Insomma, trovare buoni rematori a Venezia era un problema, e con questa osservazione Loredan tornò cupamente al punto di partenza. Gli ufficiali incaricati del reclutamento, con i loro banchi schierati in piazza San Marco e carichi di monete, erano riusciti, lavorando fino all'ultimo momento, a fornire solo un centinaio di uomini, invece dei centocinquanta che gli servivano per portare la sua nave alla piena efficienza. E che uomini! Gli ufficiali avevano dovuto accettare tutti quelli che si erano presentati, anche quelli che, nei bei tempi andati, sarebbero stati cacciati di malomodo. Una ventina erano condannati per debiti che avevano accettato di scambiare il carcere con la galea; altri erano noti ubriaconi; alcuni erano già malati, spinti dalla disperazione a trovare un imbarco; altri ancora erano famosi tra gli ufficiali delle galee da mercato per l'abitudine di tagliare la corda appena possibile. Ed erano comunque pochi, troppo dannatamente pochi. Ancora una volta, si diceva Loredan, avrebbe dovuto interzare in Dalmazia, cioè arruolare della gente dell'Istria, di Spalato o di Zara per riuscire ad avere tre uomini per ogni banco. L'unica fortuna, si consolava il Patronus, era che il giorno della partenza cadeva di martedì. Martedì, giovedì e domenica, secondo la tradizione, si distribuiva carne: e molti, Loredan era pronto a scommetterci un grosso, erano rimasti a bordo solo per questo. Gli altri giorni c'era minestra, fatta con carni di maiale e fagioli, e Loredan si chiedeva se il suo nostromo aveva già scelto i tre uomini che, uno a prua, uno a poppa e l'ultimo a mezza nave, l'avrebbero distribuita al resto dell'equipaggio. La distribuzione della minestra era una faccenda delicata, perché c'era sempre qualcuno che si lamentava di presunte ingiustizie, e spesso si rischiava la rissa. Pane e formaggio, per fortuna, venivano dati una volta sola alla settimana.
I ragionamenti di Loredan vennero interrotti dal sopracomitus, che veniva a riferire di un problema di topi nella stiva. Ma insomma, di che cosa si lamentavano gli uomini da remo? pensò Loredan in un momento di stizza mentre seguendo il sopracomitus si dirigeva verso il grande boccaporto che portava nella stiva. I loro compagni imbarcati sulle galee sottili da guerra, quelli sì che dovevano remare! Invece loro, quelli delle galee da mercato, in pratica dovevano piegare la schiena quasi solo all'uscita e all'entrata dai porti. È vero che prendevano solo 8 lire di salario al mese, ma lui, Loredan, aveva provveduto a pagare in anticipo i tre mesi di paga previsti per legge: e poi, buon Dio, dove lo mettiamo tutto il contrabbando di merci più o meno preziose che notoriamente tutti o quasi i rematori esercitavano? Sotto i banchi, nei loro sacchi, proprio in questo momento, praticamente sotto i suoi occhi, si trovavano chissà quanti merci, ben più di quelle che le norme consentivano. I marinai avrebbero cercato di venderle in qualche scalo in Adriatico o nell'Egeo o addirittura in Palestina. Se qualcuno avesse voluto prendere alla lettera le norme contro questi traffici clandestini, avrebbe potuto denunciare metà dell'equipaggio agli ufficiali doganali. E poi? I marinai conoscevano bene i loro diritti. Avrebbero protestato a gran voce contro gli incauti che avessero tentato di frugare sotto i banchi.  D'altra parte anche il sopracomitus e lui stesso, Loredan, godevano di diritti simili, e ne approfittavano ampiamente. Perciò la cosa migliore era chiudere un occhio.   Intanto i due uomini erano giunti nel gran ventre della nave. La galea aveva qualche annetto alle spalle e, anche se era stata pulita accuratamente prima della partenza, là sotto la puzza di acqua marcia, di orina, di topo era già forte. Alla fine del viaggio sarebbe stata insopportabile. Rapidamente i due uomini raggiunsero la cala delle ancore, dove venivano conservate le molte ancore (la galea ne trasportava in tutto tredici) e i cavi che i regolamenti navali prevedevano. Senza una parola il sopracomitus si chinò e mostrò a Loredan il cavo rosicchiato che era stato scoperto da un marinaio. Loredan annuì con una smorfia. Il sopracomitus comunicò a un marinaio che li aveva seguiti l'ordine di vuotare la cala, di assicurarsi che non ci fossero aperture da cui potessero entrare i roditori e di rimettere ancore e cavi al loro posto. Un duro lavoro, pensò Loredan mentre riattraversava rapidamente la stiva.
Quando tornò sul ponte di poppa, la costa era già una striscia indistinta verso nord, e ben presto sparì del tutto alla vista. Le navi avanzavano verso oriente, dirette verso l'Istria, con la brezza di mare che soffiava da sud. Loredan decise di dare un'occhiata alla carta nautica e alla bussola. Srotolò sul tavolo della sua cabina la sottile pergamena che riproduceva il Golfo di Venezia, cioè il mare Adriatico, e guardò pensosamente il disegno della costa,  la grande rosa disegnata in mezzo al mare da sedici linee che nascendo da un punto ben preciso si dirigivano verso altrettante direzioni: 74 miglia dalla bocca della laguna fino a Parenzo, rotta est una quarta sud, esattamente la rotta che le tre galee stavano seguendo. Con questo vento voleva dire un giorno e mezzo di navigazione. Loredan arrotolò la carta e si stese a riposare un momento. Il viaggio era appena cominciato.

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