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Un nuovo modo di fare la guerra

Lo sviluppo della tecnologia ha da sempre condizionato la realizzazione di nuovi tipi di armi e ha quindi condizionato profondamente il modo di fare la guerra. Come spesso accade nella storia della tecnica, piccoli dettagli finiscono per avere conseguenze incalcolabili. La differenza fondamentale tra gli eserciti dell'antichità e quelli dell'alto medioevo è che mentre i primi erano prevalentemente basati sulla fanteria (con pochissime eccezioni), i secondi si basavano essenzialmente sulla cavalleria. Questo cambiamento era stato reso possibile dall'introduzione, nel IX-X secolo, della sella moderna, delle staffe e dei ferri inchiodati agli zoccoli dei cavalli. I cavalieri greci e romani, che non conoscevano questi accessori, sedevano in modo relativamente instabile sulla cavalcatura: le loro armi quindi potevano essere solo il giavellotto o (nel caso delle truppe orientali) l'arco, e il loro impiego tattico durante una battaglia si limitava di solito all'esplorazione prima dello scontro e all'inseguimento del nemico in caso di vittoria (tecnicamente si parla perciò di cavalleria leggera). I cavalieri medievali invece, grazie alla sella e alle staffe, formavano una massa compatta con il loro cavallo, da cui difficilmente potevano venire sbalzati: in combattimento potevano perciò usare una nuova arma, la lancia, effettuando micidiali cariche capaci di spazzare via qualunque schieramento di fanteria (cavalleria pesante). Il predominio tattico sul campo di battaglia della cavalleria corrispondeva, sul piano sociale, al dominio della nobiltà, l'unica classe i cui membri potevano permettersi di mantenere un cavallo e di procurarsi la costosa armatura.


La storia militare del medioevo è relativamente povera di grandi battaglie. Le guerre erano in realtà un susseguirsi di scorrerie in territorio avversario, concentrate nel periodo estivo, durante le quali chi veniva assalito trovava rifugio nei castelli. L'assedio perciò rappresentava una componente essenziale della pratica militare medievale. Per attaccare una fortificazione si usavano per lo più macchine già note dall'antichità: torre mobili per poter portare gli attaccanti in cima alle mura nemiche, arieti (a volte protetti da una specie di tetto) per sfondare le porte, catapulte per lanciare proiettili al di là delle mura. In quest'ultimo settore una novità tipicamente medievale fu il trabocco, diffusosi dopo il 1250 e basato su un principio diverso da quello delle catapulte dell'antichità. Mentre la catapulte sfruttavano l'elasticità di una matassa di corda o di crine attorcigliata, nella quale veniva inserito il piede del braccio che ospitava all'altra estremità il proiettile (di solito una pietra di una trentina di kg), il trabocco era costituito da una lunga asta, imperniata al centro e con un pesante contrappeso a una delle estremità. L'altra estremità dell'asta, che ospitava in una tasca aperta il proiettile da lanciare, veniva abbassata con dei cavi fin quasi a toccare il suolo: al momento del tiro i cavi venivano mollati e il contrappeso liberava bruscamente l'energia potenziale che aveva accumulato in fase di sollevamento. Una versione più evoluta presentava un contrappeso incernierato in modo da poter sfruttare meglio il braccio di leva. Il vantaggio rispetto alla catapulta era la semplicità di funzionamento e la possibilità di lanciare proiettili più pesanti (tra l'altro, potevano essere lanciati oltre le mura cadaveri infetti di animali per diffondere il contagio tra i difensori, in una sorta di primitiva guerra batteriologica).


Dopo il 1000 tornò a diffondersi la balestra, arma già nota in Cina nel 500 a.C. e presente anche negli eserciti romani con un modello trasportato su carro. Essenzialmente la balestra è un arco tenuto in posizione orizzontale, cui è fissato un fusto in legno sul quale si trova un meccanismo che permette di tendere la corda e di rilasciarla al momento voluto. Il vantaggio fondamentale rispetto all'arco consiste quindi nel fatto che il balestriere è in grado di tenere l'arma in posizione di carica senza alcuno sforzo aspettando il momento opportuno per il tiro. Inoltre la balestra permette di prendere la mira più o meno come gli attuali fucili, usando la punta della freccia (detta verrettone o  quadrella) come mirino. Col passare del tempo furono introdotti meccanismi di ricarica sempre più efficaci (a leva, a manovella o a ingranaggi) che permettevano di costruire balestre così potenti da poter lanciare frecce di metallo in grado di perforare qualsiasi armatura. La balestra diventò un'arma così micidiale che già nel 1139 papa Innocenzo II ne proibì (inutilmente) l'uso contro i cristiani.


Il limite della balestra consisteva in una cadenza di tiro piuttosto bassa (da uno a quattro verrettoni al minuto a seconda del sistema di caricamento), mentre un arciere allenato, al contrario, poteva tirare fino a sei frecce al minuto (o addirittura 12 con minor precisione). Queste due armi si trovarono direttamente a confronto nella battaglia di Crecy, combattuta nel 1346 durante la guerra dei Cent'anni,. L'esercito inglese disponeva di forti reparti di arcieri, mentre quello francese comprendeva 6000 balestrieri mercenari genovesi. Quando all'inizio della battaglia i balestrieri attaccarono le linee nemiche, schierate in cima a una collina, furono letteralmente massacrati dal tiro a ripetizione degli arcieri inglesi, quasi prima ancora di poter rispondere a loro volta. La battaglia di Crecy rappresentò la consacrazione dell'arco sulla balestra, ma fu anche il primo episodio bellico importante in cui venne usato (da parte degli inglesi) un cannone, sia pure con risultati solo psicologici.
La polvere da sparo, già nota in Cina, si diffuse in Europa nel XIII secolo: Ruggero Bacone nel 1242 propose una formula che consisteva in una parte di zolfo, sei di salnitro e due e carbone di legna. All'inizio del XIV secolo veniva già usata per lanciare proiettili con rudimentali cannoni a forma di vaso, le cui prime testimonianze sicure risalgono al 1324. I primi cannoni avevano ovviamente una utilità bellica assai limitata: erano pesanti, poco precisi e molto fragili. Da momento infatti  che non esistevano ancora tecniche di fusione adatte a realizzarli in un pezzo unico, venivano costruiti saldando insieme lunghe doghe di ferro e nonostante fossero rinforzati da cerchi dello stesso materiale fissati all'esterno scoppiavano spesso al momento del tiro. Tuttavia negli assedi queste limitazioni non erano particolarmente gravi, dal momento che assalendo una fortificazione non è necessario manovrare rapidamente, e quindi i primi grandi successi dell'artiglieria si ebbero in questo campo: nel 1415, sempre durante la Guerra dei Cent'anni, gli inglesi conquistarono la città di Harfleur dopo un bombardamento ininterrotto durato 27 giorni che riuscì ad abbattere un tratto di mura vicino a una porta.


Nei decenni successivi si costruirono cannoni sempre più grandi, nella speranza di ottenere risultati migliori negli assedi: all'inizio del XV secolo i cannoni più grandi potevano già sparare palle del peso di 200 libbre (80 kg), ma già nel 1453 fu realizzato un cannone lungo 8 metri e capace di tirare palle in pietra del peso di 400 kg. L'arma fu utilizzata durante l'assedio di Costantinopoli, le cui mura, ritenute imprendibili, erano state progettate prima dell'avvento dell'artiglieria. Il sultano turco Maometto II, quando decise di attaccare la capitale dell'impero bizantino, organizzò un intensissimo bombardamento, concentrato sui punti più deboli delle fortificazioni nemiche. Anche se i cannoni più grandi non potevano sparare più di sei-sette colpi al giorno, nel giro di sei settimane i turchi aprirono numerose brecce nella cinta di mura, demolendo i terrapieni che i difensori avevano frettolosamente innalzato per riparare i danni del tiro nemico. Dopo due tentativi falliti, il terzo assalto turco ebbe ragione delle ultime resistenze e Costantinopoli cadde.
Oltre che più grandi, le armi da fuoco diventarono anche più piccole, trasformandosi in armi individuali: gli archibugi, apparsi sulla fine del XV secolo. Si trattava in origine di armi pesanti anche 15 kg, che dovevano sparare appoggiate a una forcella. Erano rigidamente ad avancarica: i soldati dovevano introdurre dalla bocca dell'arma prima la polvere (presa da una apposita fiaschetta), poi la palla e infine un piccolo stoppaccio per tenere fermo il tutto. La parte posteriore della canna (culatta) aveva un forellino che la metteva in comunicazione con un piccolo scodellino esterno, nel quale il soldato, prima di sparare, versava un altro po' di povere. Tirando il grilletto si faceva scattare una molla che avvicinava un pezzo di miccia accesa allo scodellino, la cui polvere, incendiandosi, raggiungeva attraverso il forellino la polvere schiacciata in fondo alla canna e la faceva esplodere. Nonostante questa procedura di sparo macchinosa, gli archibugi di rivelarono ben presto delle armi micidiali, sia per la loro gittata sia per la capacità di penetrazione delle loro pallottole. I primi a capirlo furono gli spagnoli, che nel corso del Cinquecento basarono il loro esercito proprio su reparti di archibugieri: il predominio sul campo di battaglia passava ora alla fanteria.
Nonostante i brillanti risultati ottenuti negli assedi, i cannoni del XIV, XV e XVI secolo erano ancora troppo pesanti per essere usati in campo aperto. Il peso invece non rappresentava un ostacolo insuperabile per le navi, che cominciarono quasi subito a imbarcare le nuove armi: già nel 1336 le navi che attaccarono Anversa avevano a bordo dei cannoni, e due anni dopo galee genovesi al servizio del re di Francia avevano a bordo delle rudimentali armi da fuoco. Furono però le navi a vela, non le galee, a trarre i maggiori benefici da questa novità tecnica, perché una volta dotate di artiglieria si trasformarono in vere fortezze galleggianti acquisendo di colpo una netta superiorità sulle galee. Su queste ultime infatti si potevano sistemare solo pochi cannoni a prua, dal momento che le fiancate erano occupate dai remi; sulle navi a vela invece i cannoni potevano essere sistemati lungo tutto la fiancata e sui casseri. Dopo il 1500 si cominciò anche ad aprire dei portelloni nel fianco delle navi, in corrispondenza dei ponti interni, per installare delle vere e proprie batterie, e la superiorità delle navi a vela sulle galee divenne ancora più marcata. Nel 1587 avvenne un episodio che sancì definitivamente il tramonto della galea come nave da guerra: il noto corsare inglese sir Francis Drake penetrò con una sola nave nella rada esterna del porto spagnolo di Cadice, dove si stava allestendo la spedizione che avrebbe dovuto portare alla conquista dell'Inghilterra, e respinse da solo per una intera giornata gli attacchi di una intera squadra di galee.  

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