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La pace e la guerra nel medioevo

Indice dell'articolo

LA PACE E LA GUERRA NEL MEDIOEVO

nelll'analisi di Georges Duby

Il concetto della pace

Nell'alto medioevo, e da secoli immemorabili, la guerra è considerata cosa buona. Intorno all'anno Mille, improvvisamente, essa venne considerata cattiva, sconvolgendo la mentalità di tutte le popolazioni germaniche. Questo profondo cambiamento di mentalità era dovuto alla pressione della Chiesa : "Buona, giusta e normale era la pace: la pace era l'ordine delle cose, la pace era Dio stesso".1 Prima contraddizione: la Chiesa, reprimendo il gusto della guerra, riduceva anche il piacere del donare, e iniziava il lungo e perdente patteggiamento con il profitto.Seconda contraddizione: per realizzare la pace di Dio bisogna lottare, e quindi fare di nuovo la guerra. "Condotta con questa mira, la guerra ridiventa giusta"2. Dio tuttavia si è scelto dei "luogotenenti" sulla terra, incaricati prima di tutto di mantenere la pace e di realizzare la giustizia: sono i re. La loro azione militare, quando è diretta ai fini riconosciuti dalla Chiesa, è consacrata da essa. Nel sud della Francia, però, il potere regio è troppo debole per poter imporre questa pace, e altrettanto debole è il potere dei conti. I disordini quindi dilagano e contro di essi nasce il movimento della "pace di Dio". Nelle assemblee per la pace di Dio si forma la visione tripartita della società che confina la guerra alla classe dei cavalieri. Per poter in qualche modo intervenire anche su quella classe sociale, la Chiesa cominciò a trasferire ad essa parte delle prerogative prima riservata esclusivamente ai sovrani: nasce così la cavalleria. La pace di Dio, infine, tende a diventare la pace del Papa, che rafforza con i suoi decreti e le sue scomuniche i risultati ottenuti con la pace di Dio. Proprio perché al sud della Francia il potere dei conti e dei baroni era più debole, quella regione fu la fucina dei movimenti eretici e rivoluzionari (tra di essi quello degli albigesi).

Il concetto della guerra

La guerra è essenzialmente legata al denaro: è "un mezzo, il migliore, di guadagnare monete, questi oggetti ancora così rari tra gli ornamenti dei signorotti dei paesi"3. Teoricamente partecipare alla guerra del signore era un obbligo feudale: tuttavia i vassalli più renitenti, a partire dagli inizi del XII secolo  (1127 in Fiandra), potevano riscattare la loro partecipazione pagando una quota in denaro che serviva a compensare i feudatari più fedeli, incitandoli a fornire un aiuto più massiccio. "La mancanza degli uni permetteva ai principi di mostrarsi più generosi con gli altri, e per conseguenza di essere meglio serviti"4.

La paga viene considerata come un beneficium qualunque, e perciò può inserirsi nella morale della cavalleria senza deformarla. Lo scandalo cominciò quando quel denaro cominciò a servire per pagare uomini non nobili, degli avventurieri che offrivano i proprio servizi a chi li pagava meglio (e perciò di solito ai grandi principi).  Questi uomini si collocano all'esterno delle regole feudali, e questo si riflette anche nel modo di combattere: a differenza dei cavalieri, in battaglia mirano a uccidere, e non solo a fare prigionieri. Sono perciò insieme temuti, odiati e ricercati. 

Il secondo aspetto che caratterizza la guerra nel XII secolo è il torneo. Le sue origini sono oscure: la data da ricordare è il 1130, quando il papa condannò questa pratica perché comportava il rischio di morte per i cavalieri. In realtà questo interdetto non ebbe grande efficacia, perché si scontrava con una reale esigenza: "il torneo serviva all'addestramento della cavalleria nella pratica... della scherma con la lancia" . Inoltre era lo sfogo più logico per i cavalieri che la politica di pace del loro principe lasciava disoccupati per gran parte del tempo. Per Duby, infine, erano "una specie di danze rituali della pace ritrovata"5.

I tornei si svolgono soprattutto nelle regioni della Francia del nord (quelle più controllate dai principi), ma generalmente nelle zone di confine delle medesime. In effetti questa marginalità "geografica" rispecchia la condizione sociale dei partecipanti, che attraversano per lo più quel periodo intermedio tra gli anni di apprendistato e la condizione di vassallo accasato con la piena responsabilità del feudo. In altre parole "riguarda propriamente giovani già adulti, già cavalieri, ma ai quali gli anziani del lignaggio non vogliono o non possono dar moglie, che quindi non sono ancora... sistemati tra i seniores, che non hanno alcuna indipendenza economica."

I tornei sono poi un'importante occasione per far circolare il denaro accumulato dai principi, che cercano di acquistare i servizi di chi si era distinto in queste prove, i quali a loro volta dovevano prepararsi procurandosi cavallo e armatura.I tornei non venivano combattuti come si vede nei film, uno contro uno nella "lizza", ma sembra rigorosamente tra due schieramenti molto numerosi, in campo aperto, senza limiti di spazio. Ciascun schieramento si compone di gruppi compatti di venti-trenta uomini: la conroi. una formazione chiusa così compatta che, si dice, un guanto lanciato in aria cadendo toccherebbe per forza un cavallo o un cavaliere. "Tra la loro lance non può correre il vento"6. Lo scopo è catturare prigionieri, per cui si chiederà poi un lauto riscatto. Il torneo è perciò "un'attività molto redditizia, il solo luogo dove i cavalieri possono arricchirsi in fretta come i mercanti"7.

Contemporaneamente però: a)si consolida la morale cavalleresca che impone di essere liberali, per distinguersi dagli odiati e avidi mercanti, e b) nasce l'abitudine di indicare un "vincitore" del torneo: da qui lentamente il combattimento diventa un fatto personale, di abilità individuale. Così i cavalieri si contrapponevano ai cottereaux, cioè ai mercenari abili ma che miravano solo al risultato senza rischiare la pelle.

La sola differenza tra il torneo e la guerra è l'intenzione: la guerra non è un divertimento, ma è motivata dalla necessità di costringere il nemico ad accettare le risoluzioni dei concili o dei tribunali feudali.La guerra è prima di tutto saccheggio e devastazione delle terre del nemico, con lo scopo di acquisire bottino da spartirsi. Ogni azione di ampio respiro rischia sempre di abortire per la dispersione delle forze vincitrici in cerca di bottino. Il bottino migliore resta sempre un cavaliere del campo avversario, per cui esigere un riscatto.

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