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La società inglese durante la Rivoluzione industriale


In Inghilterra, dai tempi della Gloriosa rivoluzione (1688), il potere era detenuto dai grandi proprietari terrieri alleati coi grandi mercanti, che attuarono una politica economica volta alla difesa del mercato interno da possibili intrusioni straniere. Si trattava di un sistema paternalistico e tendenzialmente statico, in cui a tutti erano garantiti certi diritti basilari, ma che imponeva nello stesso tempo precisi doveri, tra cui l'accettazione della scala sociale. L'introduzione delle macchine nel sistema produttivo trasformò completamente questo quadro.
Alcune categorie sociali (come i piccoli proprietari coltivatori, i fittavoli di origine feudale, i piccoli contadini, o cottager, e gli allevatori di bestiame che sopravvivevano grazie all'esistenza di "campi aperti", su cui esercitare liberamente la loro attività) finirono per scomparire; altre (come i potentissimi mercanti-imprenditori del settore della lana) videro grandemente ridotta la loro importanza; altre ancora (come la nobiltà terriera) mantennero sostanzialmente le posizioni tradizionali.
La vera novità fu rappresentata dalla borghesia industriale, che si impose presto come gruppo sociale dominante, in conflitto con i ceti tradizionalmente detentori del potere. I prodotti industriali raggiunsero ben presto un alto livello qualitativo e vennero realizzati in grandi quantità e a prezzi molto bassi, così da non dover più temere alcun confronto con i prodotti esteri. Il mercato interno non aveva più bisogno di una politica di protezione, e i nuovi ricchi si fecero fautori di una politica economica aggressiva, che danneggiava gli interessi dei produttori tradizionali: lo scontro tra i due gruppi divenne così inevitabile e fu una delle caratteristiche della vita sociale di ogni paese industrializzato nel corso dell'Ottocento.


Il contrasto di fondo tra la nuova borghesia industriale ed i ceti tradizionalmente dominanti era destinato col passare del tempo ad acutizzarsi e a spostarsi anche sul piano politico, concretizzandosi (in Inghilterra ma anche in tutti i paesi che si industrializzarono nel corso dell'Ottocento) nello scontro per i dazi sul grano. Gli industriali infatti avevano interesse a mantenere il prezzo della farina il più basso possibile (perché ciò riduceva il costo della vita per gli operai e quindi permetteva agli imprenditori di abbassare i salari) e perciò volevano eliminare, o almeno ridurre, i dazi sul grano, che sarebbe stato così importato a prezzi minori; i proprietari terrieri, al contrario, avevano tutto l'interesse al mantenimento, ed anzi al rafforzamento, dei dazi, perché in questo modo il grano importato dall'estero non sarebbe stato concorrenziale con quello prodotto nella madrepatria. In Inghilterra questa lunga guerra si concluse nel 1846 con la vittoria del partito degli industriali e l'abolizione del dazio sul grano.
I primi industriali erano per la grandissima maggioranza piccoli proprietari terrieri, imprenditori nel campo dell'industria domestica, mercanti particolarmente audaci, che avevano saputo sfruttare la congiuntura favorevole. Tuttavia, nonostante il peso economico che acquistarono molto rapidamente, gli industriali dovettero attendere la riforma elettorale del 1832 per poter ottenere anche un effettivo peso politico.

Contemporaneamente alla classe degli industriali compariva anche, ma non senza difficoltà, quella del proletariato industriale. Il lavoro in fabbrica infatti, nei primi tempi, non era affatto considerato favorevolmente dagli operai, che cercavano in tutti i modi di evitarlo.
Una delle condizioni che resero possibile la nascita della classe operaia fu la crescita demografica registrata in Inghilterra a partire dal 1750: se la popolazione inglese (senza contare la Scozia) alla fine del Seicento era di circa 5.500.000 abitanti, a metà del Settecento era già di 6.500.000 e nel 1801 (data del primo censimento ufficiale, con dati largamente attendibili) era di ben 9.265.000. Le spiegazioni di questo fenomeno vanno cercate nella diminuzione della mortalità, che a sua volta era dovuta a un intreccio di numerosi fattori:
- maggiori disponibilità alimentari;
- sensibile sviluppo delle strutture igieniche, soprattutto nelle città;
- miglioramento della cura della persona;
- progressi della medicina (per esempio, la vaccinazione contro il vaiolo).
Inoltre, questa popolazione in continua crescita si concentrava sempre di più nelle città: i centri con più di 5000 abitanti erano circa il 13% del totale nel 1701 e almeno il 25% un secolo dopo.

Nonostante questo sensibile incremento demografico, ancora dopo il 1750 vi era tuttavia oggettiva scarsità di manodopera industriale, dovuta anche al fatto che i lavoratori del sistema tradizionale a domicilio vivevano in condizioni nettamente migliori di quelli delle fabbriche e non accettavano le offerte che venivano dai primi imprenditori (soprattutto nel campo del cotone). Questi ultimi, dopo qualche tentativo fallito di usare il lavoro forzato, tentarono in alcuni casi di conquistare la manodopera con salari più elevati, premi d'ingaggio, garanzia di alloggio e di scuole per i figli.
Inizialmente la forza-lavoro per le fabbriche era reclutata tra la massa di poveri, vagabondi e minorenni ospitati nelle workhouses britanniche, per lo più donne e bambini, spesso letteralmente "comprati" con regolari contratti che li obbligavano a restare in genere per sette anni nelle fabbriche, in cambio di salari ridottissimi e sottoposti a ritmi di lavoro che arrivavano alle 14-16 ore giornaliere.
Una volta avviato, però, il sistema industriale riuscì rapidamente a imporsi: la politica delle "recinzioni parlamentari", in base alle quali ogni anno veniva sottratta agli usi comuni e chiusa una quantità sempre crescente di terre, comportò un sensibile peggioramento delle condizioni di vita degli strati più deboli delle popolazioni contadine, che furono costrette così a cercare un lavoro in città; nello stesso tempo il tradizionale sistema di produzione a domicilio, sia nel campo della lana sia in quello del cotone, entrò in crisi. Si creò così una situazione in cui divenne assolutamente indispensabile, soprattutto nelle città, avere entrate di tipo monetario (l'unico modo per avere quello che non si poteva più raccogliere direttamente in natura era acquistarlo col denaro), e ciò spinse un numero sempre maggiore di persone a trasferirsi nei grandi centri industriali e ad accettare il lavoro di fabbrica.

Le condizioni in cui si trovarono gli operai erano terribili. Gli imprenditori e gli industriali delle prime generazioni, spinti anche dalla feroce concorrenza, cercavano di risparmiare dovunque fosse possibile e pretendevano di ottenere dagli operai tutto il lavoro che questi potevano dare. Il risultato furono orari di lavoro lunghissimi in ambienti malsani, troppo piccoli, sovraffollati. Nella prima fase dell'industrializzazione il personale di fabbrica era spesso formato da donne e bambini, che venivano pagati ancora meno dei loro colleghi maschi e adulti e che, si pensava, essendo più piccoli e più agili, si potevano adattare meglio al tipo di lavoro richiesto per azionare le macchine.
Per quanto durissima, la condizione di quanti lavoravano nelle fabbriche era comunque migliore di quella dei minatori, che dovevano affrontare sottoterra, per quattordici-sedici ore al giorno, il pesantissimo lavoro di estrarre a mano il minerale e di portarlo in superficie .
L'alimentazione degli operai era del tutto insufficiente e si limitava a volte ad un solo pasto al giorno. Le condizioni delle abitazioni, infine, non erano certo migliori: interi quartieri delle città industriali erano costituiti da catapecchie costruite nel minor spazio possibile, su strade strettissime, senza luce né aria e praticamente senza servizi igienici. In assenza di ogni controllo e in nome del "libero mercato" questi quartieri erano sede della più sfrenata speculazione ed il contrasto con i quartieri borghesi era assolutamente stridente. Le condizioni di vita degli strati inferiori della popolazione erano rese ancora più difficili, infine, dall'innalzamento dei prezzi dei beni di prima necessità causato dalla crisi economica che seguì il periodo delle guerre napoleoniche.


Gli operai, nonostante tutto e sia pure molto lentamente, acquisirono la coscienza della loro nuova condizione e, ancor più lentamente, si organizzarono per ottenere condizioni di lavoro più umane. Già prima che si imponesse il sistema industriale erano esistite organizzazioni di lavoratori e si erano verificate agitazioni di operai. Queste associazioni si diffusero sempre di più a partire dalla metà del secolo, e lo sciopero come azione di lotta divenne sempre più frequente.
La comparsa delle macchine modificò radicalmente il mondo del lavoro e le sue regole. Le macchine furono quasi subito indicate come responsabili dei licenziamenti nei settori tradizionali. Nonostante già nel 1769 venisse emanata una legge che puniva con la morte i responsabili delle distruzioni di macchinari, i decenni successivi furono costellati di assalti alle filande e ad altre fabbriche, mentre la protesta contro le macchine si organizzò nel movimento luddista (dal nome del suo leader, Ned Ludd) che nel 1811-1812 insorse non solo contro telai e filatrici ma anche contro le merci degli imprenditori.
Il fronte degli industriali reagì con la repressione, ma anche incoraggiando le cosiddette Friendly Societies (rese obbligatorie da una legge del 1793), associazioni di tipo mutualistico contro la disoccupazione e gli infortuni e che funzionavano grazie ai versamenti dei soci. La loro crescita fu rapida: nel 1796 erano 3240 e nel 1801 almeno 5095.
Sul piano legislativo l'episodio più importante fu l'approvazione nel 1799-1800 dei Combinations Acts da parte del Parlamento inglese. Si trattava di leggi che proibivano ogni forma di associazionismo tra operai.


Con l'approvazione dei Combinations Acts (1799-1800) il Parlamento appoggiava di fatto gli interessi degli industriali: da quel momento infatti (come denunciava una petizione di operai e artigiani di Liverpool) "un lavoratore non potrà scambiarsi neppure una parola con un suo compagno di lavoro intorno a una questione di lavoro senza esporsi a persecuzioni".
Gli operai inglesi, nella loro lotta per conquistare migliori condizioni di vita e di lavoro, dovettero subire una dura repressione (uno degli episodi più sanguinosi fu il cosiddetto "massacro di Peterloo" del 1819).
I Combinations Acts furono aboliti solo nel 1824-25, quando i lavoratori inglesi, dopo durissime lotte, riuscirono a conquistare il diritto di associazione, di riunione e di sciopero. Nacque così il primo sindacalismo moderno (le Trades Unions), che sarebbe sfociato nel 1851 nella creazione della Amalgamated Society of Engineers, l'"Associazione unitaria dei lavoratori metalmeccanici", caratterizzata dal fatto di riunire solo gli operai che svolgevano quel determinato mestiere. Qualche anno prima, intorno al 1840, aveva avuto una certa diffusione il movimento di protesta noto come "cartismo"; esso si basava su una carta che conteneva sei richieste:
- il suffragio universale;
- parlamenti annuali;
- la abolizione dei requisiti di censo previsti dalla legge per poter essere eletti al Parlamento;
- il voto segreto;
- la concessione di uno stipendio ai deputati (in modo che potessero partecipare ai lavori anche coloro che avevano bisogno di lavorare per vivere);
- collegi elettorali uguali tra loro.
Nonostante qualche effimero successo il movimento cartista fallì.

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