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Singapore

 


Testo

La piccola città-stato di Singapore, posta su un’isola all’estremità della penisola della Malacca, nel sud-est asiatico, è un interessante laboratorio in cui si sperimentano nuovi modelli di convivenza tra vecchio e nuovo e tra culture diversissime l’una dall’altra, in un mix di ricchezza e autoritarismo «morbido». I risultati sono sorprendenti: secondo un’indagine del 2008 del Worldwide Centers of Commerce Index, Singapore è la quarta città più importante al mondo dopo Londra, New York e Tokyo.

 

La storia

Per comprendere la realtà di Singapore oggi è indispensabile percorrerne rapidamente la storia. La nascita della «Città del Leone» (questo il significato del nome) viene ufficialmente attribuita all’inglese sir Stamford Raffles, che acquistò tutta l’isola dai principi malesi nel 1819 per conto della Compagnia delle Indie Orientali, anche se insediamenti sull’isola esistevano da tempi molto più antichi. In effetti Singapore si trova in una posizione strategica che le permette di controllare sia lo stretto della Malacca sia soprattutto il vicino stretto della Sonda, principale via di comunicazione tra l’oceano Indiano e il mar Cinese meridionale, e funge da punto di interscambio tra il sistema di comunicazione che fa capo ai porti cinesi, quello che si estende verso l’Indonesia e quello che la collega all’India e all’Europa attraverso l’oceano Indiano. Il fatto di essere un’isola rendeva facile la difesa, e sulla costa meridionale si aprivano delle comode baie per ospitare le navi europee. Singapore rimase quindi ininterrottamente in mano agli inglesi fino alla seconda guerra mondiale, quando fu occupata dai giapponesi; dopo il conflitto nacque un movimento nazionalista che ottenne l’indipendenza nel 1959. Al potere salì Lee Kuan Yew, un avvocato di origini cinesi, che tenne la carica di primo ministro per oltre trent’anni. La popolazione di Singapore infatti è composta per tre quarti di cinesi, discendenti degli immigrati ai tempi della Compagnia delle Indie britannica, e per il resto di malesi (15%), indiani, tamil e pakistani. La convivenza non è stata sempre facile, al punto che, dopo l’indipendenza, per un breve periodo la città è stata unita alla vicina Confederazione malese (Malaysia), ma ne è stata ben presto espulsa per i sospetti che gli stati a maggioranza malese nutrivano nei confronti dei cinesi.

 

L’aspetto odierno

Da quel momento Singapore ha dovuto fare da sola, superando le difficoltà dovute al fatto di essere totalmente priva di risorse naturali: l’isola infatti non ha spazi per l’agricoltura e l’allevamento, e non dispone di risorse nel sottosuolo. Tradizionalmente la sua ricchezza si basa sul settore terziario, in particolare sul traffico del porto, che è ai primissimi posti al mondo per quantità di merci e di container che passano sulle sue banchine, e sulla produzione nel campo dell’elettronica. Il commercio è stato però affiancato negli ultimi decenni dalla finanza, che si è concentrata nel cosiddetto «Financial district» situato nella parte centrale della città affacciata sul porto: il governo ha seguito infatti una politica fiscale così favorevole da riuscire a richiamare notevoli capitali esteri (non a caso nell’indagine 2008 del Worldwide Centers of Commerce la città è risultata la prima al mondo per facilità d’impresa). Tutto ciò ha trasformato l’aspetto di Singapore: accanto alle casupole dei quartieri tradizionali, come «Chinatown», «Little India» e «Arabic district» (che ospitano, come è intuitivo, soprattutto membri dei rispettivi gruppi etnici) sono sorti altissimi e modernissimi grattacieli, che danno al centro della città una skyline paragonabile a quella di New York o di altre metropoli occidentali. Una delle caratteristiche della Singapore degli ultimi anni è stata la frenetica corsa al cambiamento, legata alla necessità di sfruttare al massimo il poco spazio disponibile: case, palazzi, uffici vengono a intervalli di pochi anni abbattuti e ricostruiti più grandi e più alti, al punto che è stato necessario introdurre un’apposita legge per proteggere i pochissimi edifici che ancora testimoniavano del passato della città e mantenere intatti i quartieri tradizionali. Questa tumultuosa crescita non ha impedito tuttavia di mantenere ampi spazi verdi, sotto forma sia di parchi cittadini sia di giardini botanici, così che l’aspetto complessivo della città appare molto vivibile.

 

Il prezzo da pagare

Il successo e la crescita della città dipendono in ultima analisi dalla pace sociale e dall’equilibrio tra le varie componenti. Per questo il governo, passato nelle mani del figlio di Lee Kuan Yew, si preoccupa di disinnescare e tenere sotto controllo le possibili tensioni appellandosi a una costellazione di valori di ispirazione confuciana (sottomissione alla famiglia, obbedienza alle autorità, impegno sul lavoro) mescolati ai valori occidentali del consumismo. Il conformismo esteriore viene cercato con insistenza attraverso continue e capillari campagne di persuasione, che invitano tutti a un comportamento «corretto»: si va dal tenere pulite le strade (chi butta un chewing-gum per terra viene punito con una multa da 150 dollari, col risultato che Singapore è una città pulitissima) fino al divieto assoluto di commerciare droga (reato che viene punito con la pena di morte!). Si tratta in un certo senso di una forma di «neo-assolutismo illuminato»: la libertà di stampa e di espressione è limitata, l’opposizione politica non esiste e criticare il governo può costare l’arresto, ma in compenso la popolazione può contare su un elevato livello di istruzione, sull’assistenza sanitaria paragonabile agli standard occidentali e su alloggi di buona qualità forniti dal governo.




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