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Il mondo visto con gli occhi dei Romani

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Il sistema fluviale padano nella rappresentazione della Tabula Peutingeriana

TabulaPeutingeriana_milano

Porzione della Tabula Peutingeriana che raffigura la regione dell'Italia settentrionale tra Pavia e Piacenza


“Niente è così confuso come la rete fluviale e la disposizione dei luoghi di questa regione”1: l’espressione di sconforto di Hans Philipp è un’introduzione efficace ai molti problemi che pone l’immagine dell’Italia settentrionale contenuta nei segmenti II, III e IV della Tabula Peutingeriana.
È nota con questo nome, che le deriva da un passato proprietario, l’umanista tedesco Konrad Peutinger, la copia medioevale, oggi conservata alla Biblioteca Nazionale di Vienna, di un documento cartografico d’età romana, databile forse al IV sec. d. C.2 Si tratta del massimo esempio pervenutoci di quegli itineraria picta che, secondo Flavio Vegezio Renato, autore nel IV sec. d. C. di un trattato sull’arte militare, dovevano far parte dell’equipaggiamento di ogni buon generale: “un comandante deve anzitutto possedere itinerari il più possibile dettagliati di tutte le regioni, in cui si svolge la guerra, così da conoscere bene non solo le distanze in miglia fra i luoghi, ma anche la qualità delle strade che li collegano; importa, inoltre, che possa esaminare, attraverso una descrizione fedele, le scorciatoie, le deviazioni, i monti, i fiumi. I comandanti più accorti affermano addirittura di avere posseduto, delle province loro affidate, itinerari non soltanto ricchi di note (itineraria adnotata), ma anche disegnati (itineraria picta), così, al momento di mettersi in marcia, potevano scegliere il percorso in base non solo a quanto sapevano, ma anche a quanto vedevano”3.
La Tabula, che si compone di undici fogli o segmenti di pergamena, uniti in un rotolo lungo quasi sette metri e largo poco più di trenta centimetri, descrive l’intero mondo conosciuto dagli antichi, dalle colonne d’Ercole (ma il segmento iniziale, dedicato alla Spagna, alla Britannia e all’Africa occidentale, andò perduto già prima della stesura della copia medioevale) fino alla remota Cina, ricordata con il nome di Sera maior. Il disegnatore concentra l’attenzione sullo sviluppo della rete stradale, rappresentata come un fitto reticolo di linee di colore rosso, con la puntuale indicazione dei centri che sorgono lungo i percorsi viari e delle distanze che corrono tra una località e l’altra, ma non trascura gli elementi fisici più significativi ai fini del quadro itinerario, attribuendo particolare rilievo all’aspetto idrografico. I corsi fluviali sono raffigurati da linee ondulate di colore verde, in forma convenzionale e simbolica, senza alcun intento di descrizione realistica. I nomi, che appaiono solitamente vicino alla sorgente o alla foce del fiume, sono scritti in rosso e preceduti dall’abbreviazione fl(uvius).
La Tabula offre una testimonianza di eccezionale interesse, ma sarebbe sbagliato ritenerla una “fonte quasi inesauribile di belle immagini, senza problemi”4. La sproporzione fra le dimensioni del supporto ha infatti determinato un’accentuata deformazione del disegno cartografico in senso longitudinale, tale da compromettere la leggibilità dell’insieme. Quanto poi all’immagine dell’Italia settentrionale, le difficoltà di interpretazione sono aggravate dai numerosi errori commessi dall’autore dell’originale o dal copista medioevale sia nella collocazione dei centri urbani sia nella descrizione del sistema viario. Il quadro che ne risulta è, secondo Pierluigi Tozzi, “di tale approssimazione da ingenerare continui dubbi e da sollevare problemi piuttosto che risolverli”5.
All’interno della rappresentazione della regione padana, un ruolo di coordinata fondamentale spetta al corso del Po, che nasce vicino al passo del Monginevro e sfocia in Adriatico con tre rami: due, poco distanti tra loro, passano sopra Ravenna; il terzo, più settentrionale, finisce in mare nei pressi della stazione stradale di VII Maria (identificata con la località Fornaci di Loreo, nel basso Polesine), lungo la via che da Ravenna conduceva ad Altino.
In prossimità del fiume sono delineati tre grandi assi viari: la via Aemilia, da Rimini a Piacenza, che si salda “in unità concettuale e grafica”6 con la via che da Piacenza muove verso Pavia, Vercelli, Ivrea, Aosta, fino ai passi del Piccolo e del Gran S. Bernardo; la via che collega il passo dello Spluga a Como e Milano, proseguendo per Cremona, Mantova, Ostiglia, fino a Ravenna; la via pedemontana che unisce Como, Bergamo, Brescia e Verona, si allaccia quindi alla via Postumia e continua in direzione di Aquileia. Accanto a questi tre assi principali, si segnala un percorso litoraneo adriatico che in parte coincide con l’andamento della via Popillia nel primo tratto da Rimini alla stazione di Hadriani (S. Basilio - Ariano Vecchio), ma da qui se ne discosta per seguire un tracciato prossimo al mare, che corre quasi parallelo alla linea di costa fino ad Altino7.
Nel disegno della Tabula, il Po riceve 32 affluenti, numero vicino a quello di 30 menzionato da Plinio il Vecchio nella Storia naturale ed entrato poi nella tradizione8. Gli affluenti di sinistra provengono quasi tutti dalla catena alpina: solo tre di essi nascono da un lago, mentre in un caso si può parlare di derivazione da un altro corso d’acqua. Tutti gli affluenti di destra discendono dagli Appennini9.
Molti degli idronimi che compaiono sulla Tabula non risultano documentati altrove e sorge il sospetto che dietro i più bizzarri si celino grossolani errori di trascrizione del copista. La posizione dei corsi fluviali in rapporto a località e a strade suscita, inoltre, interrogativi frequenti sulle possibili identificazioni. Eppure, nonostante le imprecisioni e le lacune, si intravede una ricchezza di informazioni che trova pochi confronti nel panorama delle testimonianze antiche. È facile capirne la ragione se si considera che, come tutte le scelte cartografiche operate dal compilatore, anche la rappresentazione del sistema idrografico padano risponde a finalità itinerarie. La rete fluviale deriva nella Tabula vita e significato dalla sua intersezione con la rete stradale: corsi d’acqua di modesta e anche di minima importanza si meritano un citazione perché attraversati da strade o in stretto contatto con luoghi di tappa e di sosta.
È piuttosto comune il caso di stazioni stradali che acquistano il nome dal fiume presso il quale sorgono: si vedranno in seguito gli esempi, relativi alla regione padana, di Lambrum, Mino e Maio Meduaco, Isex fl. e Silarum fl., cui vanno aggiunti quelli di Ad Padum (nei pressi di Mirabello S. Bernardino, qualche chilometro ad ovest di Codogno), lungo la strada da Pavia a Piacenza, e di Sacis ad Padum (forse da localizzare presso la grande necropoli di Spina, nella parte meridionale della Valle Trebba), lungo la via Popillia. Altre volte il nome di una stazione “denuncia la presenza di un fiume, il cui corso però non è segnato sulla Tabula”10: sempre all’interno della regione qui considerata si può ricordare il caso di Sinnum fl. (Castel Bolognese), lungo la via Aemilia, che richiama evidentemente il fiume Senio.
Per quanto concerne la viabilità fluviale, l’unico collegamento testimoniato con certezza dalla Tabula in Italia settentrionale è quello per Padum fra Ostiglia e Ravenna, segnato con un segmento rosso, secondo la stessa modalità con la quale sono indicati i percorsi stradali, ma senza che siano citati né scali né distanze. Alcuni commentatori hanno tentato di attribuire un significato alla sottile linea rossa che accompagna il corso di altri fiumi della regione11. Secondo Luciano Bosio, “questo segno distintivo potrebbe far pensare alla presenza qui di un percorso fluviale, anche se per alcuni ciò può sollevare perplessità e dubbi, data la loro attuale scarsa e difficile navigabilità”. Come riconosce però lo stesso Bosio, “tale segno rosso non si ritrova nella maggioranza dei corsi d’acqua presenti sull’intera Tabula, nemmeno in quelli, come il Danubio o il Nilo, largamente famosi per i traffici lungo il loro corso”12.
Nelle pagine che seguono esaminerò uno ad uno gli affluenti del Po che figurano sulla Tabula, elencandoli secondo la successione delle confluenze (dall’origine alla foce del Po) riportata nel disegno, e tenterò di affrontare i problemi sollevati dalla rappresentazione di ciascuno, primo fra tutti e basilare quello dell’identificazione. Per la lettura, spesso controversa, degli idronimi e dei toponimi mi sono avvalso dell’ancora indispensabile edizione ad opera di Konrad Miller13.





Il fl. Fevos attraversa la via che collega Briançon a Torino, fra le stazioni di Martis (Oulx) e di Segusione (Susa). La via è disegnata sulla riva destra del Po, così come la città di Torino, che appare ad una certa distanza dal fiume. La confusione geografica genera una fondamentale contraddizione: i fiumi Fevos, Latis e Jala, rappresentati come affluenti di destra, si trovano in rapporto con località situate in realtà sulla sinistra del Po. Impossibile quindi avanzare un’ipotesi plausibile di identificazione.

Il fl. Orsus confluisce nel Po in prossimità della stazione di Arebrigium (Arvier), lungo la strada che scende dal Piccolo S. Bernardo in direzione di Aosta. Dall’idronimo sembrerebbe il fiume Orco, che pure ha origine molto più a sud di Aosta, presso il colle del Nivolet, sul Gran Paradiso, e sfocia a monte di Chivasso.

Il fl. Latis attraversa il tratto stradale fra Susa e Finibus (Avigliana). Secondo Miller si tratta del torrente Chisone, che nasce sul monte Appenna e scorre a sud di Susa, confluendo nel torrente Pellice poco prima che questo sbocchi nel Po14. Secondo Hans Philipp, che riprende un’ipotesi di Konrad Mannert, bisogna invece riconoscere nel Latis il torrente Maira, affluente di destra del Po, che sfocia a monte di Carmagnola15. Le differenti proposte di identificazione riflettono la contraddizione che ho segnalato sopra nel caso del fiume Fevos.

Un fiume senza nome nasce dal lacus Nenus e sfocia all’altezza di Aosta, che nel disegno è collocata sul Po. Il nome del lago, secondo una teoria di antica data, va corretto in Poenus, sulla base della testimonianza di Tolomeo, che menziona un “lago Pennino” (Poinína límne) come luogo di origine del “fiume Dora”16. Potremmo allora riconoscere nel lacus Nenus il laghetto del Gran S. Bernardo, dal quale fuoriesce un piccolo affluente della Dora Baltea, chiamato Dora del Gran S. Bernardo. Sulle ragioni di questa presenza Luciano Bosio ha espresso considerazioni molto opportune: “penso che l’indicazione di questo piccolissimo specchio d’acqua sia stata determinata non tanto dal fiume che ne deriva quanto dalla grande strada alpina che lo incontrava al valico del Gran S. Bernardo, facendone un preciso punto di riferimento per i viaggiatori e determinandone anche il nome”17. È però probabile, data la connessione con Aosta, che il disegnatore abbia inteso raffigurare nell’emissario del lacus Nenus la stessa Dora Baltea.

Il fl. Jala incontra la via da Briançon a Torino poco dopo la località di Avigliana. Secondo Philipp si tratterebbe dello Iactus citato da Plinio il Vecchio18 in un elenco dei principali affluenti di destra del Po e andrebbe identificato con il torrente Mellea, che riversa le sue acque nel Maira19. Altri hanno riconosciuto nello Jala lo stesso Maira oppure il Sangone, un torrente che scorre a sud di Avigliana e sfocia nel Po alle porte di Torino20. Valgono per lo Jala le stesse osservazioni fatte a proposito del Fevos e del Latis.

Il fl. Betuctelum finisce nel Po ad occidente di Vitricio (Verrès, in Valle d’Aosta), stazione lungo la strada che scende dal passo del Gran S. Bernardo in direzione di Pavia. È senz’altro da identificare con uno dei corsi d’acqua che si gettano nella Dora Baltea nei paraggi di Verrès: Miller propone il Lys, Christian Hülsen lo Chalamy, Bosio, con maggiore plausibilità, l’Evançon21.

Il fl. Varusa, che scorre ad oriente di Torino, è identificato da Miller, sulla base della vicinanza onomastica, con il torrente Varaita, un affluente di destra del Po, che ha origine non lontano dal Monviso e sfocia a monte di Carmagnola22. Altri pensano al torrente Stura, che, a differenza del Varaita, sfocia nel Po a valle di Torino, come il fiume della Tabula23.

Un lungo corso d’acqua senza nome nasce dal lacus Clisius e confluisce nel Po, dopo avere incontrato ad occidente di Ivrea le due strade che collegano la città ad Aosta e a Torino. L’antica ipotesi di identificare il lacus Clisius con il lago di Lugano (Ceresius), nonostante l’autorevole avallo di Theodor Mommsen24, non si accorda affatto alla disposizione del luoghi sulla Tabula. Molti commentatori sostengono che nello specchio d’acqua si debba riconoscere il lago di Viverone, il più grande dei bacini lacustri dell’anfiteatro di Ivrea25. Hülsen ritiene, invece, che il Clisius fosse anticamente formato dalle acque del torrente Lys nell’alta valle di Gressoney26. Più convincente l’interpretazione di Bosio, che riconosce nel fiume senza nome il Lys e nel Clisius il piccolo lago di Gabiet, il cui emissario si immette nel Lys a Gressoney27. Gli errori commessi dal disegnatore nella descrizione dei corsi della Dora Baltea, dell’Evançon e del Lys, che abbiamo proposto di riconoscere rispettivamente nell’emissario del lacus Nenus, nel Betuctelum e nell’emissario del lacus Clisius, sono spiegati da Bosio in questi termini: “se noi prendiamo in considerazione questi tre fiumi, possiamo osservare che il primo di questi (Dora Baltea) è condotto in modo puntuale fino ad Aosta, il secondo (Evançon) raggiunge in maniera precisa Verrès e il terzo (Lys) scorre esattamente ad occidente di Ivrea; l’errore consiste nell’averli fatti scendere separatamente nel Po. Ma se noi proviamo a immaginare il tratto del Po da Augusta Praetoria (Aosta) alla foce del Lys come la continuazione del corso della Dora Baltea, allora il quadro idrografico, rappresentato da questi tre fiumi, si rivela preciso. Infatti l’Evançon e il Lys diventano, come è nella realtà, due affluenti della Dora Baltea, il cui punto d’incontro con il Po verrebbe a trovarsi dove è segnata la foce del Lys. Gli errori di posizione, nei quali è incorsa la Tabula, sono perciò da ricercarsi nell’impreciso corso del Po che, portato qui a toccare Aosta anziché Torino, ha condizionato l’esattezza di ogni ulteriore discorso idrografico”28.

Nel breve corso del fl. Bersula, Miller vede rappresentata la Stura di Demonte o la Bormida, mentre Maria Vittoria Antico Gallina avanza l’ipotesi del torrente Versa, un affluente del Tanaro, che scorre ad oriente di Asti29.

Il fl. Odubria passa vicino a Voghera, che sorge lungo la via Postumia. La connessione con tale centro suggerisce l’identificazione con il fiume Staffora, conosciuto dagli antichi con il nome di Hira.

Il fl. Victium incontra la via che collega Pavia ai passi alpini del Piccolo e del Gran S. Bernardo, fra Vercelli e Cozzo, in Lomellina. L’idronimo è stato accostato alla località di Victimulae, che le fonti antiche ricordano nel Vercellese. Secondo Heinrich Nissen e Miller si tratterebbe del Cervo, secondo Luigi Pareti dell’Elvo, entrambi affluenti del Sesia, in cui si riversano poco a nord di Vercelli30. Il disegno della Tabula richiama piuttosto il tracciato del Sesia stesso (Sesites per gli antichi), che nel suo corso inferiore sfiora Vercelli e raggiunge il Po qualche chilometro a sud-ovest di Cozzo, intersecando la strada romana tra i due centri. Il Sesia ebbe in età romana un certo rilievo itinerario, in quanto attraversato dalle grandi strade che muovevano da Pavia in direzione dei passi alpini occidentali. Al fiume potrebbe essere stato quindi attribuito per errore il nome di un modesto tributario.

Il fl. Hadra incontra la via Postumia fra le stazioni di Voghera e di Cameliomagus (nei pressi di Broni). I commentatori, attratti dalla somiglianza dei nomi, vi hanno riconosciuto quasi tutti l’Arda, che confluisce nel Po dopo Cremona, molto più ad oriente rispetto alla posizione del fiume della Tabula31. Mi sembra preferibile pensare al torrente Coppa, che si immette nel Po in prossimità di Bressana - Bottarone, o comunque ad un altro torrente della zona di Casteggio, al quale forse è stato trasferito il nome di uno dei due affluenti di destra del Po che, senza alcuna indicazione, il disegnatore fa sfociare vicino a Piacenza.

Il lungo corso del fl. Novaria finisce nel Po ad occidente di Lomello, stazione lungo la strada fra Torino e Pavia. La connessione con Lomello e quella con Novara, implicita nell’idronimo, portano alla conclusione che si tratti dell’Agogna (Agunia).

Il fl. Ticenum attraversa le vie che partono da Como in direzione di Bergamo e di Milano e, dopo essere entrato e uscito da un grande lago, sfocia poco a valle di Pavia, raffigurata sulle rive del Po. Se nel fiume è facilmente riconoscibile il Ticino, il bacino lacustre sembra mescolare elementi del lago Maggiore e del lago di Como. Lungo una strada che lo costeggia si succedono infatti le stazioni di Cunuaureu (il passo dello Spluga), Tarvessedo (Madesimo oppure Campodolcino), Chiavenna e Como, mentre una seconda strada, proveniente da Arbor felix (Arbon, sul lago di Costanza) e passante per Coira, si arresta alle soglie del lago, con un’indicazione di distanza (60 miglia), che corrisponde alla lunghezza attribuita dalle fonti antiche al Lario. Sulla scorretta associazione deve aver pesato l’importanza viaria che il Ticino e il lago di Como rivestivano in età romana.

Il fl. Ambrum nasce da un piccolo lago disegnato vicino a Bergamo, attraversa il tratto stradale Milano - Lodi Vecchio e si immette nel Po fra le stazioni di Quadrata (nelle vicinanze di Ospedaletto Lodigiano) e ad Padum (Mirabello S. Bernadino), lungo la via da Pavia a Piacenza. Nel fiume e nel lago sono certamente da riconoscere il Lambro e l’Eupilis, formato in età antica dagli odierni laghetti brianzoli di Alserio e di Pusiano o Eupili. La Tabula e altre fonti itinerarie attestano l’esistenza di una stazione stradale che prende dal fiume il nome Lambrum, ma nel disegno essa non appare contigua al corso d’acqua. Scrive Bosio: “talora un fiume e la stazione stradale corrispondente si trovano alquanto distanti; questa imprecisione può spesso spiegarsi con il particolare sviluppo di un percorso stradale, che ha condizionato l’esattezza del discorso cartografico”32.

Nello stesso punto in cui l’Ambrum confluisce nel Po da sinistra, il disegnatore ha fatto convergere da destra altri due corsi d’acqua, il più occidentale denominato fl. Nigella, il più orientale senza nome. Secondo Tozzi, “il risultato di tale concentrazione fluviale in un solo punto (fatto del tutto singolare nella Tabula) deve avere sconcertato il disegnatore, che mostra di avere ritoccato uno dei due affluenti di destra (quello anonimo)”33. Sulle rive del Nigella termina bruscamente la via da Cameliomagus, probabilmente perché il disegnatore non sapeva come farle superare il complesso nodo fluviale tracciato ad occidente di Piacenza, collocata scorrettamente sulla sinistra del Po. Ancora sulla destra del Po, un terzo fiume senza nome, dal corso molto breve, sfocia dirimpetto a Piacenza. Miller, ritenendo che il disegno della Tabula riproduca fedelmente la reale successione degli affluenti di destra del Po che scorrono nel piacentino, ipotizza che il Nigella e i due fiumi anonimi corrispondano rispettivamente al Tidone, alla Trebbia e al Nure34. Nel caso del più orientale dei tre corsi d’acqua, il rapporto con Piacenza farebbe pensare, tuttavia, alla Trebbia più che al Nure.

Il fl. Ubartum incontra la via pedemontana fra Bergamo e Leuceris (forse Lecco) e confluisce nel Po presso Cremona. Un fiume anonimo, dal corso pressappoco orizzontale, congiunge l’Ambrum all’Ubartum. Il disegno ha subito evidenti correzioni, tanto da indurre il sospetto che il corso d’acqua, in una prima stesura, uscisse dal grande lago connesso poi, nella redazione definitiva, al Ticenum. Miller ritiene che al fiume senza nome appartenga il tratto inferiore dell’Ubartum, identificando quindi i due corsi d’acqua con l’Adda e con il Brembo35.

Il fl. Rigonum attraversa la via Aemilia fra le località di Fiorenzuola e di Fidenza, sfociando nel Po di fronte a Cremona. Secondo Philipp sarebbe il Riglio, affluente del Chiavenna, che a sua volta confluisce nel Po presso Corso. Secondo Miller, si tratterebbe invece del Recchio, affluente del Taro36.

Il fl. Umatia scorre ad ovest di Brescia e si immette nel Po a valle di Cremona. La sua identità è controversa: si sono fatti i nomi dell’Oglio, del Naviglio di Cremona, del Serio e dell’Imagna, affluente del Brembo37. Mi sembra significativo il legame con Brescia, che rende probabile l’ipotesi del Mella.

Il fl. Paala, che passa vicino a Parma, è verosimilmente il fiume Parma.

Il fl. Cleusis nasce da un isolato gruppo di monti a nord di Trento, attraversa i tratti stradali Trento – Verona, Peschiera del Garda – Verona, Cremona – Beloriaco (= Bedriacum, Calvatone), prima di finire il suo corso nel Po. È senza dubbio il Chiese.

Il fl. Saternum incontra la via Aemilia fra Parma e Tannetum (Taneto). Il nome del fiume richiama quello del Santerno (Vatrenus o Vaternus nelle fonti antiche), che ha però una posizione molto più orientale, mentre il suo tracciato sembra coincidere con il corso dell’Enza.

Il fl. Animo nasce dagli Appennini presso Modena e attraversa la strada fra Calvatone e Mantova, che il disegnatore colloca sulla destra del Po, a una certa distanza dal fiume. Se il nome corrisponde a quello antico del fiume Lamone, il corso del fiume della Tabula ricorda piuttosto quello del Secchia. Il disegnatore ha evidentemente confuso la successione degli affluenti di destra del Po, attribuendo i nomi degli odierni Santerno e Lamone a fiumi dal corso molto più occidentale. Una simile trasposizione ho rilevato nel caso dell’Hadra.

Il fl. Afesia scorre ad oriente di Verona, incrociando le vie che muovono dalla città in direzione di Vicenza e di Ostiglia, quest’ultima disegnata sulla destra del Po. È senza dubbio l’Adige, che gli antichi conoscevano come affluente del Po38.

Il corso superiore di un fiume senza nome, sulla destra del Po, è articolato in due rami, uno dei quali (quello orientale) ha origine presso Bologna. Il fiume incrocia le strade che si dirigono ad Ostiglia da Mantova e da Verona, tracciate erroneamente lungo la riva destra del Po. Miller suppone che si tratti del Reno con il suo affluente Lavino, noto agli storici greci e romani per un episodio delle guerre civili39. Le acque del Reno, che anticamente si riversavano nel corso principale del Po, furono convogliate nell’alveo del Po di Primaro in età moderna e il fiume venne così ad intercettare gli ultimi affluenti di destra del Po.

Il fl. Meduacum scorre ad occidente di Padova. Distanti dal fiume, lungo il percorso litoraneo adriatico che collega Altino a Ravenna, sono segnate le stazioni stradali di Maio Meduaco (Sambruson) e di Mino Meduaco (Lova). La ramificazione dell’antico corso inferiore del Brenta non è rappresentata, come sempre sulla Tabula, dalla simbolica linea ondulata di colore verde, bensì suggerita dalla citazione delle due poste stradali, situate allo sbocco in mare dei due Meduaci, il maior, settentrionale, e il minor, meridionale.

Il fl. Licenna incontra le strade fra Oderzo e Concordia e fra Padova e Altino, gettandosi nel Po presso quest’ultimo centro. La Livenza, conosciuta dagli antichi come Liquentia, che oggi sbocca nel mare Adriatico vicino a S. Margherita di Caorle, ma fino a non molti secoli fa aveva la foce circa sette chilometri più ad ovest, in località Equile S. Croce, figura sulla Tabula come il più orientale degli affluenti di sinistra del Po. “L’evidente errore” -scrive Bosio- “può spiegarsi con il parallelismo con gli altri due corsi d’acqua alla destra e alla sinistra del Licenna e precisamente con il Meduacum e il Tiliabinte. Per essere più chiaro, il compilatore ha disegnati questi tre fiumi paralleli fra loro, con direzione nord – sud, senza preoccuparsi di dove questi andavano a sfociare, tanto più che ciò non pregiudicava la stesura del reticolo viario”40.

Il fl. Isex attraversa la via Aemilia fra le stazioni di Isex fl., che dal fiume prende il nome, e di Claterna (Ozzano). Si tratta sicuramente del fiume Idice.

Anche per l’ultimo affluente di destra del Po disegnato sulla Tabula, il fl. Silarum, che scorre ad occidente della stazione stradale di Silarum fl. (Castel S. Pietro), lungo la via Aemilia, l’identificazione con il fiume Sillaro è certa.





1 Philipp 1914b.
2  Cfr. A. – M. Levi 1967; Bosio 1983; Tabula 2003.
3  Veg. Epit. III. 6. 4.
4  Tozzi 1995, p. 22.
5   Tozzi 1995, p. 23. Cfr. anche Tozzi 1998b, pp. 258-259.
6 Tozzi 1995, p. 24.
7   Per i problemi relativi alla via Popillia a alla variante litoranea della Peutingeriana cfr. Bosio 1970, pp. 43-49; Uggeri 1975, pp. 160-164; Tozzi 1987, pp. 45-46; Bosio 1991, pp. 64-67; Maccagnani 1994, pp. 96-99.
8   Cfr. Plin. Nat. hist. III. 114; Solin. II. 25; Mart. Cap. VI. 640; Isid. Etym. XIII. 21. 26.
9  Per l’idrografia dell’Italia settentrionale nella descrizione della Tabula cfr. Bargnesi 1998; Calzolari 2003a, p. 54.
10  Bosio 1983, p. 60.
11  Antico Gallina 1995, pp. 409-410, scorge la linea rossa lungo il corso del Latis, dello Jala, del Ticenum, dell’Ambrum, del Licenna e di alcuni dei numerosi fiumi che, secondo il disegno della Tabula, sfociano nel mar Ligure.
12  Bosio 1983, p. 61.
13 sort0 Miller 1916, cc. 386-388. Sull’edizione di Miller cfr. Calzolari 2003b.
14  Cfr. Miller 1916, c. 386.
15  Cfr. Philipp 1914a.
16  Ptol. Geogr. III. 1. 20.
17  Bosio 1983, p. 69. Cfr. anche Bosio 1994, pp. 71-72.
18  Cfr. Plin. Nat. hist. III. 118.
19  Cfr. Philipp 1914a.
20  Cfr. Antico Gallina 1995, p. 409.
21  Cfr. Miller 1916, c. 387; Hülsen 1897; Bosio 1994, pp. 72-73.
22 Cfr. Miller 1916, c. 387.
23  Cfr. Scherling 1955.
24  Cfr. CIL, V, p. 559.
25  Cfr. Nissen 1883, p. 182; Miller 1916, c. 387; Gribaudi 1928, p. 221.
26  Cfr. Hülsen 1900.
27   Cfr. Bosio 1994, pp. 73-76.
28  Bosio 1994, pp. 75-76.
29   Cfr. Miller 1916, c. 387; Antico Gallina 1995, p. 409.
30  Cfr. Nissen 1902, p. 175, Miller 1916, c. 387; Pareti 1952, p. 303.
31   Cfr. Weiss 1912; Miller 1916, c. 387.
32   Bosio 1983, p. 60.
33   Tozzi 1995, p. 25.
34   Cfr. Miller 1916, c. 387.
35    Cfr. Miller 1916, c. 387.
36    Cfr. Philipp 1914b; Miller 1916, c. 387.
37    Cfr. Miller 1916, c. 387; Radke 1961; TIR 1966, p. 136.
38    Cfr. Plin. Nat. hist. III. 121; Vib. Seq. 11; Serv. ad Aen. IX. 676.
39    Cfr. Miller 1916, c. 388.
40   Cfr.  Bosio 1973, c. 43.





















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