Get Adobe Flash player

L’alcol nella società moderna



Intro

Tra la fine del Seicento e la metà del Settecento si assistette in Europa, parallelamente all’aumento dei consumi di caffè e tè, alla rapidissima diffusione dell’acquavite, nome generico con cui venivano indicate tutte i liquori ad alta gradazione alcolica. Il fenomeno in alcuni paesi e soprattutto in Inghilterra fu così netto ed evidente che certi storici parlano di «epidemia di acquavite» e di «catastrofe sociale». Per comprendere le ragioni e il significato di questo episodio è necessario inquadrare storicamente il consumo delle bevande alcoliche.

Il vino e la birra

Per molti millenni l’umanità, almeno nell’area del Mediterraneo, ha bevuto bevande alcoliche a bassa gradazione, ottenute semplicemente per la fermentazione naturale degli zuccheri a opera dei lieviti (i quali cessano di essere attivi a concentrazioni di alcol superiori ai 16°). Le principali bevande di questo tipo erano la birra e il vino: la prima era nota già attorno al 3.000 a.C. agli abitanti dell’Egitto e della Mesopotamia, mentre è possibile che il vino sia stato ricavato addirittura attorno al 6.000 a.C. nella zona dell’attuale Armenia.


L’ampia diffusione di birra e vino nell’antichità, nel medioevo e nell’età moderna era giustificata da una ragione sanitaria molto forte: quasi sempre le risorse idriche disponibili nei pressi degli agglomerati urbani erano inquinate, per lo più da rifiuti organici di varia natura, e quindi chi beveva acqua pura correva il serio rischio di ammalarsi di ogni tipo di malattia gastrointestinale. I consumi di bevande alcoliche col tempo acquistarono una connotazione sociale piuttosto marcata:

mentre il vino era diffuso soprattutto presso le classi sociali più agiate,

la birra era bevuta essenzialmente dai contadini, dagli operai e in genere da coloro che appartenevano alle classi sociali meno abbienti.

Questo era vero soprattutto nelle regioni dell’Europa centro-settentrionale, dove la birra (che spesso veniva prodotta in casa a partire dal luppolo) contribuiva in maniera significativa all’apporto calorico quotidiano. Naturalmente il consumo elevato di queste bevande portava i consumatori a vivere tutte le forme dell’ebbrezza, dal semplice euforia fino alla vera e propria ubriacatura, ma queste conseguenze venivano considerate accettabili di fronte ai rischi per la salute rappresentati dal consumo di acqua.


In ogni caso, il consumo di birra e vino era regolato da riti collettivi ben precisi, che affondavano le loro radici in rituali magici di un lontano passato tribale. Prima di tutto non si beveva mai da soli ma in gruppo; in secondo luogo quando qualcuno del gruppo invitava a bere (per esempio proponendo un brindisi, se si trovava a tavola, oppure offrendo da bere, se si trovava in un’osteria) a nessuno era concesso rifiutare, e anzi ciascuno era tenuto a ripetere a sua volta l’offerta, fino  a quando tutti i membri del gruppo non fossero crollati ubriachi.


I borghesi a partire dal Seicento cominciarono però a sviluppare un’«etica della sobrietà» legata sia alle convinzioni religiose, sia alle trasformazioni economiche, sia alla disponibilità di nuove bevande non alcoliche come il caffè e il tè, che venivano prodotti bollendo (e quindi sterilizzando) l’acqua e che, non a caso, erano consumati seguendo dei riti completamente diversi, basati sull’uso di servizi di tazzine e piattini appositamente dedicati a questo scopo. Le classi sociali inferiori invece continuarono a mantenere e anzi sviluppare le consuetudini tradizionali legate al bere alcolici (soprattutto birra), concentrandole in locali specifici come l’osteria o la taverna.

 



La scoperta dei superalcolici

Intorno al 700 d.C. gli alchimisti arabi avevano trovato il modo di superare il limite imposto dalla natura, sfruttando il fatto che il punto di ebollizione dell’alcol è di soli 78° C, contro i 100° C dell’acqua: essi avevano scoperto che facendo bollire una soluzione in cui sono mescolati insieme acqua ed alcol, si produce un vapore che contiene più alcol volatile che vapor acqueo: facendo condensare tale vapore in un recipiente apposito si otterrà un liquido con un tasso alcolico molto superiore a quello della miscela di partenza.

 

Funzionamento del un processo di distillazione

 

 

Per esempio un vino od una birra con un tasso alcolico dell’8%, se lavorato con un semplice alambicco tradizionale dà un distillato con il 20% di alcol. Il contenuto alcolico può essere ulteriormente aumentato per mezzo di altre nuove distillazioni che concentrano maggiormente l’alcol e riducono il volume totale del liquido.

 

Presentazione semplificata della produzione artigianale della grappa

 

Un'altra presentazione di come si distilla la grappa


Come avviene sempre con un prodotto alimentare nuovo, all’inizio questi nuovi “superalcolici” venivano impiegati con scopi farmacologici in virtù delle loro supposte virtù terapeutiche, soprattutto perché sembrava che aiutassero il paziente a sopportare meglio il dolore e gli restituivano un certo tono vitale: non c’è quindi da stupirsi se in Europa i metodi di distillazione vennero inizialmente introdotti presso la Scuola Salernitana e da qui si diffusero gradualmente in tutta Europa. Come sempre però essi persero col tempo l’aura di «medicina» e iniziarono a essere consumati come semplici bevande assumendo il nome generico di «acquavite», dal latino aqua vitae, ossia «acqua della vita». Ma il loro consumo si impennò solo tra il Seicento e il Settecento, trasformandosi in Inghilterra per qualche decennio in una terribile piaga sociale, prima di tornare a livelli più contenuti. L’eccezionale crescita dei consumi di alcolici (in particolare gin, un distillato di probabile origine olandese) in questo paese fu dovuto in parte al basso costo di produzione, in parte alla politica fiscale del governo (che per contrastare l’importazione di superalcolici dai paesi cattolici produttori di vino detassò la produzione di gin) e infine alle trasformazioni sociali in corso in quegli anni in Gran Bretagna.



Cosa vuol dire bere l’acquavite

Dal punto di vista sociale, l’acquavite è l’esatto opposto del caffè, e la sua diffusione trasforma l’esperienza dell’ubriacarsi in modo simmetrico a quello in cui il caffè trasforma la sobrietà. Infatti, mentre il vino e la birra grazie al loro tasso alcolico relativamente modesto possono essere bevuti a lunghe sorsate e impiegano parecchio tempo a fare effetto, l’acquavite deve essere ingollata tutta d’un fiato e agisce in tempi molto più brevi, provocando rapidamente un forte stato di stordimento. La «velocità» con cui i superalcolici agiscono li rende un simbolo perfetto della industrializzazione che stava prendendo piede proprio in quegli anni.
Le forme tradizionali del bere erano essenzialmente collettive e prevedevano momenti di conversazione e di socializzazione intesi a rafforzare i legami tra gli individui. Esse però sono inadatte ai nuovi liquori: chi beve l’acquavite lo fa da solo, per estraniarsi il più rapidamente possibile da una situazione umana e sociale insopportabile. Non a caso infatti l’abitudine di bere questi distillati alcolici si diffuse soprattutto nelle classi socialmente più deboli, per esempio nella massa dei contadini sradicati dalle campagne inglesi durante la Rivoluzione Industriale e costretti a trasferirsi nelle città.
In Inghilterra, una delle zone più colpite dalla piaga dell’alcolismo, si beveva soprattutto gin. Di fronte a questa emergenza la reazione fu duplice: da un lato coloro che si ricollegavano alla tradizione puritana predicavano l’astinenza totale, all’altro quanti avevano una visione più pragmatica e realistica non solo non ritenevano negativo un moderato consumo di alcol ma addirittura lo incoraggiavano. Questo spiega la caratteristica contrapposizione, tipica di questo periodo, tra l’acquavite considerata «cattiva» e la birra considerata «buona», che traspare per esempio dalle stampe di Hogarth.



Gin Lane di William Hogarth Beeer street di William Hogarth
"Gin Lane", di William Hogarth (1751) "Beer Street" di William Hogarth (1751)




























 

 

Per un commento dettagliato (in inglese) delle stampe di Hogarth clicca qui

Questo sito fa uso di cookies di terze parti (Google e Histats) oltre che di cookies tecnici necessari al funzionamento del sito . Per proseguire la navigazione accettate esplicitamente l'uso dei cookies cliccando su "Avanti". Per avere maggiori informazioni (tra cui l'elenco dei cookies) cliccate su "Informazioni"