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Introduzione a Parmenide

"E la forza del magnanimo Parmenide non fu la molteplicità delle opinioni,
ma spazzò via l'inganno della rappresentazione visiva e innalzò i pensieri"
(Timone, citato in Diogene Laerzio, lib. IX, cap. 23)

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Parmenide è uno dei cardini del pensiero occidentale: con questo pensatore vengono affrontati alcuni tra i temi più importanti di tutta la filosofia, e le risposte che Parmenide dà sono importantissime perché costituiscono il punto di riferimento per tutta la filosofia antica e, indirettamente, per tutta la filosofia moderna.

Il tema centrale

 

Il tema della verità

Con Parmenide viene per la prima volta posto in modo esplicito il tema del rapporto tra pensiero e realtà, e quindi il problema della verità.
Già altri pensatori si erano interrogati sul tema della conoscenza, anticipando alcune importanti intuizioni.
Ma Parmenide è il primo che riesce a indicare con chiarezza il nesso che lega la physis, il pensiero umano (il noein) e la parola.
La soluzione che fornisce, per quanto apparentemente paradossale, è destinata a rappresentare un punto di riferimento per tutta la storia della filosofia occidentale:

tra realtà, pensiero e linguaggio esiste una sostanziale identità

Questa posizione è molto lontana dal modo di sentire del XXI secolo e deve essere meditata con attenzione.
Noi uomini del XXI secolo cresciuti ed educati in occidente infatti prima di tutto tendono a non rendersi neppure conto che il rapporto tra questi tre aspetti (o dimensioni, o momenti che dir si voglia) della vita sia problematico. La filosofia occidentale infatti intorno al XVII-XVIII secolo ha attraversato una lunga fase in cui è prevalsa la convinzione che pensiero e realtà fossero letteralmente due "cose" distinte e senza nulla in comune: si parla infatti di dualismo gnoseologico per indicare questa convinzione profonda che in quei secoli era condivisa praticamente da tutti i filosofi. Tale modo di intendere il rapporto tra il pensiero e la realtà nasceva dalla necessità di fornire un solido punto di partenza per la scienza moderna, che muoveva i suoi primi passi proprio in quel periodo e sembrava all'epoca l'unica forma di conoscenza autentica, e si è quindi prolungato fino ad oggi proprio grazie al suo rapporto molto stretto con la scienza.

Il modo di concepire le cose presso i filosofi greci arcaici era invece completamente diverso.
Il pensiero, indicato con la parola "noein" esprime la capacità, tipica dell'uomo, di manifestare la realtà, ossia di renderla evidente, di portarla alla luce della coscienza.
La physis si manifesta, si apre, si dà solo grazie al pensiero che, in un certo senso, è lo stesso manifestarsi, aprirsi, darsi della physis.
La totalità nel suo schiudersi (ossia la physis nel suo manifestarsi) e il pensiero sono esattamente la stessa cosa considerata da due punti di vista diversi.

Allora si capisce bene che la physis da una parte e pensiero (noein) dall'altra sono governati da una stessa legge.
Ma il pensiero non è nulla se non può essere a sua volta manifestato e veicolato dalla parola. Senza la parola che lo esprime, neppure il pensiero potrebbe svolgere il suo compito essenziale di manifestare la realtà.
Viene intuita qui per la prima volta quella che, con una terminologia di molto posteriore, potrebbe essere chiamata "sequenza intenzionale":
La parola veicola il pensiero che a sua volta esprime e manifesta la realtà.

Tuttavia non sempre ciò si verifica: il linguaggio può staccarsi dal pensiero trasformandosi così in una semplice emissione di fiato.
Esistono così due forme di conoscenza, che corrispondono rispettivamente

al pensiero che esprime e manifesta la realtà in modo autentico
e a un pensiero che invece manifesta la realtà in modo solo illusorio.

Compito del filosofo è quello di evidenziare il pensiero autentico e denunciare quello falso e illusorio. Gli uomini, come avevano già capito Eraclito e i pitagorici, si dividono in due grandi gruppi a seconda della loro capacità o meno di oltrepassare il livello superficiale della realtà e di scorgere quello più profondo, che i primi pensatori avevano chiamato l'archè, il fondamento.

Il pensiero

Il pensiero

Parmenide compie questa operazione nel suo poema Perì physeos (Sulla natura), la più antica opera di filosofia di cui ci siano giunti ampi brani.
Il titolo, come sappiamo, è fuorviante perché è stato scelto dai commentatori di età ellenistica. Ne sono arrivati fino a noi una ottantina circa di versi, di cui grn parte concentrati in due lunghi frammenti, indicati nella raccolta Diels-Kranz come Frammento n. 1 e Frammento n. 8.
Sappiamo tuttavia dai commentatori antichi, che hanno potuto leggerlo per intero, che non si trattava di un'opera molto lunga e dunque possiamo ritenere di poterne leggere a tutt'oggi circa la metà, e sicuramente la metà più interessante.


Il poema ha un Prologo (Frammento 1): esso descrive un viaggio compiuto dal filosofo a bordo di un carro che lo trasporta, attraverso la porta del Giorno e della Notte, fino al cospetto di una dea che gli parla della verità dell'essere.
Tutto il proemio usa un linguaggio di ispirazione religiosa, che però viene trasfigurato per esprimere un contenuto che non più esclusivamente religioso ma anche razionale. La DEA che Parmenide raggiunge è il simbolo di quella realtà più profonda che il filosofo chiama via via DIKE, (giustizia), MOIRA, (destino), ANANKE (necessità) e ALETHEIA (verità)

Prima di tutto, la metafora del viaggio dice che per conoscere la verità sulle cose è necessario un cammino, un cambiamento, una iniziazione. Non possiamo conoscere la verità se restiamo come siamo soliti essere e vivere.
Questo viaggio è da intendere come una iniziazione alla ricerca della verità, ricerca che come vedremo subito si compie nel logos. Il grande studioso di Parmenide Mario Untersteiner scrive: "Voglio ricordare quella impostazione critica che non tanto pensa a una vero viaggio da precisare materialmente, quanto piuttosto, in modo più generico, a un'iniziazione, che costituirebbe non proprio un rito con le corrispondenti cerimonie, ma piuttosto il tono di cui vibra la ricerca della verità (da: Mario Untersteiner, Parmenide,La Nuova Italia pag. LVI È evidente che questo viaggio è un simbolo che esprime, in termini religiosi, una serie di concetti non più religiosi, ma filosofici.

Questi concetti possono essere riassunti così:

la ricerca della verità è possibile
questa ricerca non viene ostacolata ma anzi incoraggiata dalla divinità
cercare la verità implica una trasformazione profonda di sè
la verità sta oltre la dimensione del tempo.


Parmenide passa poi a esporre nel Frammento 2 l'intuizione metodologica fondamentale attraverso la metafora della via, anticipando i risultati dell'indagine che verranno esposti più ampiamente nei frammenti successivi.
Esistono due vie di ricerca:
una che coglie la verità e che conduce ad affermare che l'essere è;
una che NON coglie la verità e sostiene che l'essere non è


Con il Frammento 3 si apre alla nostra riflessione uno dei punti cruciali non solo del pensiero di Parmenide ma di tutto il pensiero occidentale: il rapporto tra pensiero ed essere, tra pensiero e realtà


Questo problema è anche uno dei più difficili e delicati da affrontare, perché tutti noi, a livello di mentalità comune, siamo abituati da sempre a dare una risposta ben precisa alla domanda: qual è il rapporto tra pensiero e realtà?
Il pensiero, nella interpretazione del senso comune, è una cosa tra le altre cose, e l'essere è semplicemente la somma di tutte le cose esistenti.
Il rapporto tra pensiero ed essere è quindi assolutamente identico al rapporto che c'è tra qualunque altre due cose.

Il Frammento 3, che identifica il pensiero e l'essere, ci appare a tutta prima incomprensibile.


Parmenide usa due diverse parole che nelle traduzioni tradizionali vengono entrambe rese con "essere":
la prima parola è èinai, che in greco è l'infinito del verbo essere
la seconda parola è eòn, che è il participio del verbo, utilizzabile anche come sostantivo. La parola usata da Parmenide nel Frammento 3 è èinai, cioè l'infinito del verbo. Per rendere in italiano questa importante sfumatura senza cadere nei rischi della omonimia, dobbiamo usare un'altra parola, che per fortuna la lingua italiana offre: esistere. La traduzione di questo breve e decisivo frammento allora suona così: Infatti identico è il pensare e l'esistere
Non faremmo però reali passi avanti se non chiarissimo ora il significato preciso della parola esistere.

L'esistere non è una cosa che si possa indicare come si può indicare un banco o una penna.
L'esistere è un fatto, e precisamente il fatto che le cose appaiono, si manifestano, sono visibili (in senso lato).

Esistere significa prima di tutto apparire, manifestarsi, darsi. Contemporaneamente, occorre anche riflettere sulla natura del pensiero. Neppure esso è una cosa tra le cose, tale che si possa indicare dicendo: "questo è il pensiero", o che si possa ridurre a una serie di impulsi neuronali (che sarebbero, di nuovo, delle cose).

Il pensiero, nella sua accezione più ampia e comprensiva, è la capacità di render manifeste le cose.

Parmenide nel Frammento 3 per indicare questo significato usa la parola noein.

Le conseguenze delle riflessioni sul rapporto tra pensiero e essere si avvertono già nel Frammento 4. Grazie al pensiero, inteso come capacità di manifestare, tutte le cose sono ugualmente presenti, poste alla stessa distanza, per così dire: io posso pensare (cioè rendere in qualche modo evidente e manifesto) questo tavolo quando lo guardo, così come posso rendere presente un teorema di geometria quando lo dimostro, un giudizio estetico quando lo vivo, un ricordo personale quando lo rievoco alla memoria. La verità delle cose consiste esattamente in questo loro esser-presenti. Si capisce così il significato preciso della parola greca normalmente tradotta con «verità».

Questo è il punto metodologico che permette di passare all'esame del Frammento n. 6, tormentatissimo nella sua traduzione per motivi filologici.

È possibile pensare l'essere: è impossibile pensare il nulla.

Questo è il contenuto teoretico del frammento.

Parmenide qui polemizza contro due ipotesi:
che sia possibile pensare il nulla
che l'essere e il nulla siano pensabili come identici ed equivalenti La prima ipotesi probabilmente coincide con le tesi dei Pitagorici, la seconda corrisponde al pensiero di Eraclito. Queste due ipotesi, considerate insieme, costituiscono la via dell'errore, da cui la dea comanda di tenersi lontani. Alla via dell'errore si contrappone la via della verità: esiste un pensiero che permette di cogliere l'essere ed esprimerlo.
Il Frammento 8 è il più lungo ed importante del poema: in esso è contenuto l'attacco al divenire. La tesi di Parmenide può essere formulata così la: "L'essere è ingenerato e incorruttibile".

In questo frammento non viene più usata la parola einai, cioè esistere, ma eòn, ossia realtà esistente. Che cos'è questa realtà esistente in cui consiste l'eon di Parmenide? È la totalità delle cose, la somma di uomini, alberi, sassi, mari, onde, stelle, sole, fiumi, piogge, dolori, gioie, sacrifici, divinità. È la totalità del positivo, ossia di ciò che è posto e che perciò esiste. Tutte le cose che sono, considerate sotto questo punto di vista, sono identiche e perciò costituiscono qualcosa di unitario. L'esistere è, per così dire, il comune denominatore che rende identiche tutte le cose. Esse costituiscono una totalità o, come dice Parmenide, un tutto.

Il testo


Le cavalle che mi portano fin dove il mio desiderio vuol giungere
mi accompagnarono, dopo che mi ebbero condotto e mi ebbero posto sulla via che dice molte cose,
che appartiene alla divinità e che porta per tutti i luoghi che l'uomo sa.
Là fui portato. Infatti, là mi portarono accorte cavalle
tirando il mio carro, e fanciulle indicavano la via.
L'asse dei mozzi mandava un sibilo acuto,
infiammandosi – in quanto era premuto da due rotanti
cerchi da una parte e dall'altra –, quando affrettavano il corso nell'accompagnarmi,
le fanciulle Figlie del Sole, dopo aver lasciato le case della Notte,
verso la luce, togliendosi con le mani i veli dal capo.
Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno,
con ai due estremi un architrave e una soglia di pietra;
e la porta, eretta nell'etere, è rinchiusa da grandi battenti.
Di questi, Giustizia, che molto punisce, tiene le chiavi che aprono e chiudono.
Le fanciulle, allora, rivolgendole soavi parole,
con accortezza la persuasero, affinché, per loro, la sbarra del chiavistello
senza indugiare togliesse dalla porta. E questa, subito aprendosi,
produsse una vasta apertura dei battenti, facendo ruotare
nei cardini, in senso inverso, i bronzei assi
fissati con chiodi e con borchie. Di là, subito, attraverso la porta,
diritto per la strada maestra le fanciulle guidarono carro e cavalle.
E la Dea di buon animo mi accolse, e con la sua mano la mia mano destra
prese, e incominciò a parlare così e mi disse:
«O giovane, tu che, compagno di immortali guidatrici,
con le cavalle che ti portano giungi alla nostra dimora,
rallegrati, poiché non un'infausta sorte ti ha condotto a percorrere
questo cammino – infatti esso è fuori dalla via battuta dagli uomini –,
ma legge divina e giustizia. Bisogna che tutto tu apprenda:
e il solido cuore della Verità ben rotonda
e le opinioni dei mortali, nelle quali non c'è una vera certezza.
Eppure anche questo imparerai: come le cose che appaiono
bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso». 



Orbene, io ti dirò – e tu ascolta e ricevi la mia parola –
quali sono le vie di ricerca che si possono pensare:
l'una che "è" e che non è possibile che non sia
– è il sentiero della Persuasione, perché tien dietro alla Verità –
l'altra che "non è" e che è necessario che non sia.
E io ti dico che questo è un sentiero su cui nulla si apprende.
Infatti, non potresti conoscere ciò che non è, perché non è cosa fattibile.
né potresti esprimerlo.


...Infatti lo stesso è pensare ed essere 


Considera come cose che pur sono assenti, alla mente siano saldamente presenti;
infatti non potrai recidere l'essere dal suo essere congiunto con l'essere
né come disperso dappertutto in ogni senso nel cosmo,
né come raccolto insieme.


Indifferente è per me
il punto da cui devo prendere le mosse; là infatti, nuovamente dovrò fare ritorno.


È necessario il dire e il pensare che l'essere sia: infatti l'essere è,
il nulla non è: queste cose ti esorto a considerare.
E dunque da questa prima via di ricerca ti tengo lontano,
ma, poi, anche da quella su cui i mortali che nulla sanno
vanno errando, uomini a due teste: infatti è l'incertezza
che nei loro petti guida una dissennata mente. Costoro sono trascinati,
sordi e ciechi ad un tempo, sbalorditi, razza di uomini senza giudizio,
dai quali essere e non-essere sono considerati la medesima cosa
e non la medesima cosa, e perciò di tutte le cosa c'è un cammino che è reversibile.


Infatti, questo non potrà mai imporsi: che siano le cose che non sono!
Ma tu da questa via di ricerca allontana il pensiero,
né l'abitudine, nata da numerose esperienze, su questa via ti forzi
a muovere l'occhio che non vede, l'orecchio che rimbomba
e la lingua, ma con la ragione giudica la prova molto discussa
che da me ti è stata fornita.


Resta solo un discorso della via:
che "è". Su questa via ci segni indicatori
assai numerosi: che l'essere è ingenerato e imperituro,
infatti è un intero nel suo insieme, immobile e senza fine.
Né una volta era, né sarà, perché è ora insieme tutto quanto,
uno, continuo. Quale origine, infatti, cercherai di esso?
Come e da dove sarebbe cresciuto? Dal non-essere non ti concedo
né di dirlo né di pensarlo, perché non è possibile né dire né pensare
che non è. Quale necessità lo avrebbe mai costretto
a nascere, dopo o prima, se derivasse dal nulla?
Perciò è necessario che sia per intero, o che non sia per nulla.
E neppure dall'essere concederà la forza di una certezza
che nasca qualcosa che sia accanto ad esso. Per questa ragione né il nascere
né il perire concesse a lui la Giustizia, sciogliendolo dalle catene,
ma saldamente lo tiene. La decisione intorno a tali cose sta in questo:
"è" o "non è". Si è quindi deciso, come è necessario,
che una via si deve lasciare, in quanto è impensabile e inesprimibile, perché non del vero
è la via, e invece che l'altra è, ed è vera.
E come l'essere potrebbe esistere nel futuro? E come potrebbe essere nato?
Infatti, se nacque, non è; e neppure esso è, se mai dovrà essere in futuro.
Così la nascita si spegne e la morte rimane ignorata.
E neppure è divisibile, perché tutto intero è uguale;
né c'è da qualche parte un di più che possa impedirgli di essere unito,
né c'è un di meno, ma tutto intero è pieno di essere.
Perciò è tutto intero continuo: l'essere, infatti, si stringe con l'essere.
Ma immobile, nei limiti dei grandi legami
è senza un principio e senza una fine, poiché nascita e morte
sono state cacciate lontane e le respinse una vera certezza.
E rimanendo identico e nell'identico, in sé medesimo giace,
e in questo modo rimane là saldo. Infatti, Necessità inflessibile
lo tiene nei legami del limite, che lo rinserra tutt'intorno,
poiché è stabilito che l'essere non sia senza un compimento:
infatti non manca di nulla; se, invece, lo fosse, mancherebbe di tutto.
Lo stesso è il pensare e ciò a causa del quale è il pensiero,
perché senza l'essere nel quale è espresso,
non troverai il pensare. Infatti, nient'altro o è o sarà
all'infuori dell'essere, poiché la Sorte lo ha vincolato
ad essere un intero ed immobile. Per esso saranno nomi tutte
quelle cose che hanno stabilito i mortali, convinti che fossero vere:
nascere e perire, essere e non-essere,
cambiare luogo e mutare luminoso colore.
Inoltre, poiché c'è un limite estremo, esso è compiuto
da ogni parte, simile a massa di ben rotonda sfera,
a partire dal centro uguale in ogni parte: infatti, né in qualche modo più grande
né in qualche modo più piccolo è necessario che sia, da una parte o da un'altra.
Né, infatti, c'è un non-essere che gli possa impedire di giungere
all'uguale, ne è possibile che l'essere sia dell'essere
più da una parte e meno dall'altra, perché è un tutto inviolabile.
Infatti, uguale da ogni parte, in modo uguale sta nei suoi confini.
Qui pongo termine al discorso che si accompagna a certezza e al pensiero
intorno alla Verità; da questo punto le opinioni mortali
devi apprendere, ascoltando l'ordine seducente delle mie parole.
Infatti, essi stabilirono di dar nome a due forme
l'unità delle quali per loro non è necessaria: in questo essi si sono ingannati.
Le giudicarono opposte nelle loro strutture, e stabilirono i segni che le distinguono,
separatamente gli uni dagli altri: da una lato, posero l'etereo fuoco della fiamma,
che è benigno, molto leggero, a sé medesimo da ogni parte identico,
e rispetto all'altro, invece, non identico; dall'altro alto, posero anche l'altro per se stesso,
come opposto, notte oscura, di struttura densa e pesante.
Questo ordinamento del mondo, veritiero in tutto, compiutamente ti espongo,
così che nessuna convinzione dei mortali potrà fuorviarti.

(fonte: Wikiquote)

Testi critici

Salvatore Natoli

Cosa significa «pensare»?


Primo momento: in genere s'intende il pensiero in una prospettiva assolutamente positivistica, come una prestazione del cervello, cioè il pensiero è allocato in una macchina, in un hardware, che è il cervello. Nessuno dice che il cervello e il pensiero sono la stessa cosa, ma che il luogo del pensiero sia il cervello, questo è opinione comune, anche dei più spiritualisti.

Secondo momento: quando noi pensiamo, nell'atto del pensare, non vediamo il cervello, non vediamo neanche i processo attraverso cui si attiva quest'atto; l'atto del pensare coincide con quel che gli uomini effettivamente pensano, con quel che hanno da sempre pensato anche quando non sapevano di pensare con il cervello. Infatti hanno imparato molto tardi a sapere che pensavano con il cervello e ancora più tardi a identificare nel cervello la macchina del pensare. Il pensiero come atto ignora la sua macchina, conosce la sua performatività ma ignora la sua macchina. Il pensiero come attività non coincide con la sua macchina; la macchina che eventualmente lo produce è scoperta dal pensiero nel corso della sua attività, quindi nel pensiero il momento originario inaugurante è l'essere attivo. Da questo punto di vista possiamo anche ammettere che c'è un luogo del pensiero; ma l'esperienza primaria del pensiero è nel suo aver luogo, vale a dire come attività. Noi esperiamo il pensare pensando.

Terzo momento: il pensiero è sempre un pensiero di qualcosa. Il pensiero, quando pensa, pensa oggetti. Non esiste un pensiero che non sia un pensiero di qualcosa, il pensiero è sempre riempito di qualcosa; anzi. non solo pensa oggetti, ma li nomina. Il pensiero pensa oggetti perché li dice, se non li dice, nemmeno li pensa. La nominazione è la prima forma attraverso cui l'oggetto viene pensato. Il bambino, quando comincia a conoscere, associa l'esperienza del tatto a un suono che può essere indicativo, orientativo; la percezione della cosa è legata alla sua dichiarazione, quindi il pensare è non solo pensare a qualcosa, ma la cosa esiste in quanto è segnalata, dichiarata in un linguaggio. Il pensare è non solo pensare qualcosa ma è pensare linguisticamente.

Questi tre momenti del pensiero corrispondono a tre dimensioni esemplificabili con dei nomi. Il pensiero come cervello in greco è detto enkephalos, che letteralmente vuoi dire qualcosa che sta dentro la testa. Però i greci, quando dicevano questa parola, non pensavano soltanto a un contenitore e a un contenuto, perché l'enkephalos corrispondeva anche alla fronte, al volto, e, quindi, alla dimensione del vedere, del darsi a vedere, cioè anche alla dimensione dell'incontro con l'altro. C'è un passo bellissimo dell'Iliade in cui Achille parla di Patroclo e dice che era l'unico pari a lui, a lui uguale: ison emé kephalé, "che aveva la mia stessa faccia". Già in questo l'elemento macchina diventa secondario rispetto all'elemento espressione. Il pensiero vede e si dà a vedere.
Così dal primo momento si passa al secondo: il pensiero come orizzonte di visione, nous, che noi traduciamo con mente. Il pensiero come attività: qui c'è la reale, piena esperienza del pensare. Se ci innoviamo a questo livello incominciamo a vedere qualcosa di singolare: il pensiero non è afferrabile come tale, allo stesso modo in cui l'occhio che vede non vede se stesso; se l'occhio vedesse se stesso non vedrebbe il mondo, e anche se vedesse se stesso come occhio, dovrebbe rompersi tra il vedere e l'oggetto visto.

La dimensione fondamentale del pensiero in quanto esperienza è che non può mai vedersi come una cosa. Il pensiero non può mai afferrarsi come un contenuto, la natura del pensiero è quella di lasciar vedere il mondo, di esperirsi sottraendosi.
Noi sperimentiamo il pensiero perché il pensiero lascia vedere le cose; non abbiamo altro modo di afferrare il pensiero; il pensiero si da a vedere attraverso la sua sottrazione e la sua assenza. Il pensiero è, allora, costitutivamente il luogo di una relazione e di un rinvio, non è mai una cosa, è un dispiegarsi di relazioni. Se la percezione fosse sempre percezione singolare di una cosa noi non avremmo mai il mondo; l'esperienza del mondo è
l'esperienza della relazione, e questa relazione è possibile perché c'è uno spazio aperto, non opaco, ove tutte le cose si relazionano. Questo è il pensiero.

Salvatore Natoli, Parole della filosofia, Feltrinelli, pag 43-44

Vita

La vita


Conosciamo ben poco sulla vita di questo pensatore
Parmenide nacque ad Elea, una colonia sulla costa tirrenica della Magna Grecia nelle vicinanze di Paestum, intorno al 515-510 a.C.
Era un aristocratico e probabilmente ricoprì alte cariche pubbliche: secondo Diogene Laerzio avrebbe scritto le leggi della sua città (Vite, lib. IX, cap. 3)
Realizzò il suo poema fondamentale, noto come Perì physeos, probabilmente nel 468 a.C.
Intorno al 450-445 a.C. si recò ad Atene col discepolo e amico Zenone, forse per stringere un'alleanza con Pericle.
Visse a lungo, circondato dalla fama, e morì probabilmente intorno ai 75 anni di età intorno al 440 a.C.

Elea

La città di Elea sorge in Campania, tra il golfo di Salerno e quello di Policastro. Venne fondata dai coloni della città greca di Focea, in Asia Minore, costretti a emigrare dalla pressione militare dei persiani verso la metà del Sesto secolo a.C.

Dopo alcune peregrinazioni i focesi raggiunsero il mare tirreno ma, sconfitti in una battaglia navale di Alalia, lungo le coste della Corsica, ripiegarono verso sud e si stabilirono nella zona subito a nord del golfo di Policastro,

Il profilo della costa era però molto diverso da quello attuale: il mare formava infatti due ampie insenature, sia a nord sia a sud della ripida collina, alta una settantina di metri, nota oggi come Castellamare di Velia, e in queste insenature le navi potevano trovare un ottimo rifugio ancora ai tempi di Ottaviano. C'erano anche due piccole isole che rendevano ancora più sicuro l'attracco.

Tutto questo spiega perché sia potuta nascere qui una colonia greca e come abbia potuto prosperare per secoli, fino al momento della conquista romana

Col passare dei secoli poi i detriti portati dai fiumi Alento e Palistro (a nord) e Fiuamarella (a sud) hanno completamente riempito i golfi allontanando la linea della battigia di circa mezzo chilometro.

Nella parte interna della acropoli si apre la famosa Porta Rosa, unico esempio di porta a tutto sesto nell'architettura greca.

Note alla pagina

Autore Martino Sacchi
Data di pubblicazione 19 dicembre 2008
Numero di battute (spazi compresi) 7.196
Revisione 21 novembre 2011
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