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Scheda sulla Politeia nella interpretazione di Jeager

Il testo che segue è un riassunto della esposizione di Jaeger del dialogo platonico, presente nel secondo volume dell'opera Paideia.
Prima di tutto una considerazione sulla forma espositiva scelta da Platone: egli non cerca di costruire un sistema, coerente ma astratto, ma si affida alla descrizione dello Stato, molto più efficace dal punto di vista della comunicazione, «che gli consentiva di abbracciare tutto l'ambito dei suoi problemi etico-sociali» [Jaeger:340]
In ogni caso «il tema vero e l'interesse fondamentale di Platone nella Politeia è l'anima dell'uomo» [Jaeger: II,342], anzi «il significato dello stato... è educazione, nella parte essenziale e più alta della sua natura». Anzi lo stato () è una delle condizioni permanenti per l'educazione () dell'uomo greco" [Jager: II, 342]
La prima sezione della Politeia: la critica alla concezione tradizionale di giustizia
Il primo libro della Politeria contiene un'indagine, condotta secondo il tipico stile socratico, sulla giustizia. «La giustizia era la virtù politica nel senso più alto» nota Jaeger [Jaeger: II,347], ma in Platone non può più avere il significato originario di «rispetto delle leggi» che aveva ancora per Socrate: per Platone tutto ciò  che il qualche modo è «giusto»  deve essere fondato sulla natura dell'anima e quindi esige una analisi ulteriore che non può fermarsi alla semplice affermazione di principio.
La posizione di Platone è molto critica verso la concezione tradizionale di legge, di cui evidenzia la contraddittorietà intrinseca: da un lato la legge pretende per sè un valore assoluto, ma ma dall'altro è realtà relativa ai gruppi dominanti, che la possono manipolare a loro piacimento. La giustizia allora in ultima analisi si riduce alla forza (secondo il dominante atteggiamento naturalistico-sofistico)
Appare qui evidente una somiglianza teoretica con la situazione già espressa da Platone nel Gorgia, e cioè il confitto tra teoria del diritto del più forte ed educazione. Tuttavia nella Politeia si verifica un salto di qualità: dopo le prime risposte di Socrate, i suoi interlocutori Glaucone e Adimanto (che non sono altro che i veri fratelli di Platone, e che Jaeger descrive come «due splendidi rappresentanti dell'élite giovanile ateniese») chiedono una fondazione molto più profonda e rigorosa della giustizia, di fronte alla concezione naturalistica dell'uomo. Secondo questa posizione, molto diffusa nell'Atene del IV secolo, «si credeva di scorgere, nel contegno dell'uomo solo con se stesso, la vera norma della natura, che consisteva soltanto nella tendenza a ciò che piace e nell'evitare ciò che dispiace» [Jaeger: II, 351]. 
Glaucone avanza allora polemicamente la tesi secondo la quale è meglio fare ingiustizia che subirla: una affermazione che consapevolmente ribalta la tesi di Socrate, cosi come espressa, per esempio nel Critone.
Adimanto, dal canto suo, lamenta che i supposti «maestri» di giustizia (cioè i poeti classici) da un lato fondano il loro richiamo sui premi e castighi degli dei, e dall'altro presentano la giustizia come causa di pene e dolori.
La riflessione sul tema della giustizia sembra giunta un punto morto: i due giovani sono immersi nella perplessità e nel tormento morale di fronte alla necessità di compiere delle scelte fondamentali per la propria vita. I loro discorsi sono contro l'educazine tradizionale, impartita per mezzo dei poeti «che lasciano il pungiglione del dubbio nell'anima di giovani dal pensiero netto e senza compromessi», come si esprime Jaeger [Jaeger: II, 353]. In realtà infatti ogni significato della vita per Platone appare riposto esclusivamente nell'interiorità dell'uomo: non si tratta stabilire che la giustizia sia socialmente utile, ma che sia un bene in sè e per sé [Jaeger: II, 354]
La giustizia dev'essere qualcosa che sta nell'anima stessa, una specie di salute interiore dell'uomo, della cui realtà sia impossibile dubitare, se non si vuole che sia soltanto un riflesso delle influenze di partiti al potere [Jaeger: II. 355]
Lo stato
Lo stato secondo Platone è modellato sull'anima dell'uomo: «dovrà trovare il suo centro nell'intimo della personalità. L'anima dell'uomo è il modello ideale dello stato platonico» nota Jeager [Jaeger: II, 355], anche se apparentemente è il contrario, perché nel testo prima si parla dello stato, poi dell'anima. Ma lo stato serve solo come ingrandimento e proiezione della struttura interna dell'anima 
La descrizione dello sviluppo della città permette di cogliere con precisione il momento in cui nasce l'esigenza della giustizia, basata sul principio che ognuno faccia il suo lavoro (). Questo principio è connesso per Platone con l'essenza stessa dell', che consiste nella perfezione dell'attività specifica di ogni essere .
Lo sviluppo della città comprende secondo Platone due fasi:
- uno «stato sano», risultante solo dai mestieri più necessari
- la «città gonfia e malata» risultante dal benessere e dal lusso, che ha come conseguenza
«l'impulso all'ampliamento territoriale» e perciò la guerra, che nasce sempre da cause economiche
Platone si contrappone al «principio democratico», valido in tutti gli stati greci, secondo cui ogni cittadino deve difendere in armi la città, e preferisce affermare  la necessità di una classe di soldati professionisti  presentati come «custodi»" e la cui presenza è finalizzata esclusivamente alla difesa.
Resta, nel discorso di Platone, una profonda ambiguità tra la: descrizione della realtà, in cui la guerra porta confusione, e la descrizione idealizzata e aristocratica di questa classe
Molto ampia è l'esposizione dell'educazione dei guerrieri, delle donne, dei governanti, mentre  risulta alla fin fine «frettolosa», come si esprime Jaeger, la risposta alla domanda sul giusto e la giustizia: «la ricerca sulla giustizia è la principale solo in quanto tutta l'opera si svolge da essa... Ma il nucleo vero e il centro dell'opera intera è da ravvisare, proprio per la prevalenza che Platone gli ha dato, nel problema della paideia» [Jaeger: II, 360]

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