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La nascita della polis

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Nel corso del V secolo a. C. nel mondo greco si assiste a una straordinaria accelerazione e allargamento della cultura. Si sviluppa una nuova e straordinaria sensibilità per la condizione umana: l'essere-uomini, ossia l'esistere come uomini, viene esplorato, vissuto e rappresentato in modi nuovi e intensi. Le arti plastiche (scultura e pittura), la poesia, la drammaturgia, la politica la scienza e infine anche la filosofia pongono al centro dei loro interessi l'uomo in tutte le sue sfaccettature. Tutti gli interessi dell'uomo vengono esplorati sistematicamente e sviluppati nei limiti del possibile nelle tre direzioni fondamentali del rapporto del singolo con se stesso, con gli altri e con il mondo. Il rapporto con gli altri uomini, sia come singoli sia come collettività, il rapporto con i genitori, il senso e il limite del potere, il concetto di giustizia e di hybris, il concetto di legge umana e la tensione (se non addirittura il conflitto) tra questa legge e le leggi divine, l'idea del bello: ciascuno di questi temi diventa un problema, ossia un tema sul quale artisti, filosofi, scienziati, legislatori, storici si interrogavano.

Il luogo in cui avvenne questa accelerazione era la polis della Grecia continentale; l'evento che più di ogni altro attivò il processo furono le cosiddette «guerre persiane» (490-479 a.C.).

La parola greca «polis» viene usualmente tradotta con «città» ma in realtà indicava qualcosa di abbastanza diverso da quello che oggi si indica con lo stesso termine.
La polis per eccellenza fu Atene, e per questo faremo riferimento alla sua struttura urbanistica per spiegare l'evoluzione dell'organizzazione urbana nella Grecia del V secolo.

Dal punto di vista fisico, la polis nasceva spesso dalla aggregazione di più villaggi attorno a un centro militare, politico e religioso: la acropoli.
Il primo carattere dell'acropoli era militare: si trattava di una cittadella fortificata, costruita di solito su una ripida collina scelta con cura per essere facilmente difendibile, e circondata di mura. L'acropoli di Atene è l'esempio perfetto di questo genere di struttura, anche dal punto vista militare: è una specie di piccolo altopiano di forma allungata, lungo circa 300 metri e largo 150, che si alza bruscamente dalla pianura circostante con fianchi molto ripidi. Ancora durante l'invasione persiana, nel 480 a.C. fu teatro di un'aspra battaglia, perché un gruppo di ateniesi vi si rifugiò confidando in una profezia dell'oracolo di Delfi e organizzando una resistenza disperata (sfortunatamente per loro, l'interpretazione che avevano dato dell'oracolo era sbagliata e furono massacrati tutti).
Il secondo aspetto dell'acropoli era religioso: la cittadella ospitava il tempio dedicato alla divinità più importante della città. Questo tempio assunse ben presto la forma della dimora tradizionale del nobile o del sovrano: un grande salone con un'anticamera e un portico posto sul davanti. Dall'evoluzione di questa struttura molto semplice derivarono poi tutte le varianti che vengono elencate nei libri di storia dell'arte. [Mumford, 193] Il tempio non era grande abbastanza per ospitare la comunità cittadina, ma questo non era un grande problema dato che i riti si svolgevano all'aperto, all'interno del recinto sacro.
Ad Atene, più ancora che altrove, l'acropoli quindi «era effettivamente una montagna sacra, e i suoi attributi originari contribuivano a renderla tale: le caverne, le tombe, le grotte e le sorgenti, come più tardi i santuari, i recinti sacri e le fontane. Prima ancora che venisse edificato il primo tempio o il primo palazzo, l'Acropoli oullulava di dei e di ninfe... Trovarsi di fronte all'Acropoli in una notte di luna o scendere, anche di giorno, i ripidi pendii di Delfi dallo stadio più elevato agli oliveti sul mare è un'esperienza religiosa che trascende qualsiasi formulazione razionale» [Mumford, 213-214]
Ma nel V secolo gli dei tradizionali erano diventati ormai l'incarnazione di qualità o virtù umane. Non solo i vecchi dei dell'Olimpo erano diventati modelli da seguire, ma addirittura «a partire dal VI secolo un nuovo dio aveva conquistato l'Acropoli fondendosi, mediante un processo impercettibile, con la divinità originaria. Questo nuovo dio era la stessa polis, in quanto coloro che costruivano i grandi tempi erano inebriati da un'esaltante autovenerazione collettiva» [Munford 194]

Questo passaggio si spiega con il terzo carattere dell'acropoli: essere il centro del potere politico, con il pritaneo (ossia la sede dei più importanti ufficiali della città).

Attorno all'acropoli si trovavano poi alcuni altri edifici fondamentali per l'esperienza del cittadino ateniese: l'agorà e il teatro.


La consapevolezza di abitare una “polis” e non semplicemente un villaggio ingrandito venne fortemente rafforzata dalle guerre vittoriose che i greci dovettero affrontare all'inizio del V secolo contro i Persiani (tra il 490 a.C. e il 479 a.C.) per difendere la loro indipendenza. In queste lotte venne messo in chiaro che la posta in palio era la loro “auto-nomia”, ossia la capacità e la stessa possibilità di queste comunità di dare a se stesse le leggi. Atene e Sparta emersero dalle guerre persiane come autentiche “poleis” (plurale di polis) e nel corso degli anni successivi si proposero come modelli alternativi di organizzare la comunità umana.

L'esperienza dei frequenti conflitti del V secolo portò in primo piano nella vita dei cittadini l'esperienza della guerra.
La composizione dell'esercito delle poleis rifletteva strettamente la struttura economica e sociale della polis.
I nobili fornivano gli effettivi per la cavalleria, perché erano gli unici a potersi permettere sia il cavallo sia il lungo addestramento necessario per poterlo condurre in combattimento. La cavalleria era numericamente abbastanza modesta e veniva schierata sui due lati dello schieramento (detti “ali”). Era impiegata soprattutto nelle fasi iniziali dei combattimenti (per prendere contatto con il nemico) e in quelle finali (per rastrellare il campo di battaglia e inseguire il nemico), dato che i cavalieri non avevano né vera sella né staffa e non potevano reggere un urto violento con la solida fanteria ben piantata sulle sue gambe e protetta dagli scudi o dalla foresta di lance. Perciò con le loro armi (giavellotti e spade) potevano solo accerchiare e colpire i soldati che si trovavano tagliati fuori dallo schieramento avversario.
Il grosso dell'esercito era formato da fanti armati pesantemente detti “opliti”, che disponevano di una ricca panoplia di armi difensive (corazza, elmo, gambali, schinieri, scudo) e offensive (spada e giavellotti). Gli opliti provenivano dalla classe della borghesia benestante: le armi infatti erano a carico dei soldati, e solo chi era piuttosto ricco poteva permettersi l'ingente investimento necessario per procurarsi le armi. In battaglia gli opliti formavano il centro dello schieramento e sostenevano l'urto maggiore. La loro arma difensiva più caratteristica era un vasto scudo rotondo, largo circa un metro. Da un punto di vista strettamente pratico non era molto pratico (dato che le sue dimensioni lo rendevano piuttosto ingombrante) né molto efficace (lasciava scoperta la parte inferiore del corpo). Rispetto a uno scudo oblungo o rettangolare (come quello per esempio che sarebbe stato adottato in seguito dai romani) aveva però il vantaggio di essere più semplice da usare, perché da qualunque parte venisse imbracciato o in qualunque direzione venisse rivolto offriva sempre la stessa protezione: era quindi ideale per truppe non professioniste, come erano appunto gli opliti delle poleis, che si trovavano a combattere solo a intervalli, quando la loro città scendeva in guerra contro i nemici del momento.
Con questo armamento e questa tattica il valore più imporante non era più il coraggio, come avveniva ai tempi degli eroi omerici, ma la temperanza, ossia la capacità di restare al proprio posto nonostante la pressione emotiva: infatti era un danno per lo schieramento oplitico sia il soldato che preso dal panico scappava via dalla linea del fronte sia quello che, al contrario, si slanciava da solo all'attacco per mostrare ai compagni il proprio coraggio.


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