Get Adobe Flash player

Protagora

Indice dell'articolo

Il mito fondativo della polis


Di Protagora non ci sono arrivati direttamente i testi. Possiamo però ricostruire con una certa sicurezza alcuni temi della sua filosofia attraverso i riassunti o le reinterpretazioni fatti da altri pensatori. In particolare Platone dedicò un intero dialogo a questo sofista, riportando tra l'altro un ampio discorso sulle condizioni di possibilità del vivere civile (quella "aretè politica" di cui Protagora si professava sapiente). Il discorso assume la forma del mito fondativo. Lo riportiamo nella traduzione di Giovanni Reale, ricordando che non si tratta delle parole di Protagora, ma di Platone che ricostruisce un discorso di Protagora.

Ci fu un tempo in cui esistevano gli Dei ma non esistevano le stirpi mortali. Quando anche per queste giunse il tempo segnato dal destino a per la loro generazione, nell'interno della terra gli Dei le plasmarono, facendo una mescolanza di terra e di fuoco, e degli altri elementi che si pos­sono unire col fuoco e con la terra. E quando si trovarono nel momento di farle venire alla luce, affidarono a Prometeo e ad Epimeteo il com­pito di fornire e di distribuire le facoltà a ciascuna razza in modo conveniente. Ma Epimeteo chiese a Prometeo di poterle distribuire lui da solo : «Quan­do avrò finito la distribuzione — soggiunse — tu verrai a vedere». E, così persuasolo, si accinse all'opera di distribuzione. Ad alcune razze diede la forza senza la velocità, e fornì invece le razze più deboli di velocità. Ad altre assegnò armi di difesa, mentre per altre ancora, cui aveva dato una natura inerme, escogitò altre facoltà, per ga­rantire la loro salvezza. Infatti, a quelle razze che egli rivestì di piccolezza, diede la capacità di fug­gire con le ali, oppure di celarsi sotto terra; invece a quelle cui fornì la grandezza, diede la possibilità di salvarsi appunto con questa. E anche le altre fa­coltà distribuì in questo modo, in maniera che si equilibrassero. Ed escogitò queste cose facendo at­tenzione che qualche razza non si dovesse estin­guere. E, allorché ebbe premunite le varie razze dei mezzi per sfuggire alle distruzioni reciproche, escogitò un espediente perché si difendessero con­tro le intemperie delle stagioni che manda Zeus, rivestendole di folti peli e di spesse pelli, capaci di difenderle dal freddo e in grado di proteggerle dalle calure, e tali che, quando si coricavano nei loro giacigli, queste servissero da coltri naturali, b proprie a ciascuna di esse. E ad alcune fornì zoccoli ai piedi, ad altre pelli dure e senza sangue. Suc­cessivamente, fornì cibi diversi per le diverse razze: ad alcune assegnò le erbe della terra, ad altre i frutti degli alberi, ad altre le radici. E vi sono razze cui concesse di divorare altre razze di animali per nutrirsi; e provvide che le prime aves­sero una scarsa prole e che quelle che dovevano essere divorate da queste avessero invece una nu­merosa prole, assicurando la conservazione della razza. Orbene, Epimeteo, che non era troppo sapiente, non si avvide di aver esaurite tutte le facoltà per gli animali: e a questo punto gli restava ancora la razza umana, sprovvista di tutto, e non sapeva come rimediare. Mentre egli si trovava in questa situazione imbarazzante, Prometeo viene a vedere la distribuzione, e si accorge che tutte le razze degli altri animali erano convenientemente fornite di tutto, mentre l'uomo era ignudo, scalzo, scoperto e inerme, e ormai s'avvicinava il giorno segnato dal destino in cui anche l'uomo doveva uscire dalla terra alla luce. Allora, Prometeo, in questa imbarazzante situazione, non sapendo quale mezzo di salvezza escogitare per l'uomo, ruba ad Efesio e ad Atena la loro sapienza tecnica insieme col fuoco (senza il fuoco era infatti impossibile ac­quisire e utilizzare quella sapienza), e la dona al­l'uomo. In tal modo, l'uomo ebbe l'arte necessa­ria per la vita, ma non ebbe la sapienza politica, perché questa si trovava presso Zeus, e a Prometeo non era ormai più possibile entrare nell'acropoli, dimora di Zeus; per giunta, c'erano anche le ter­ribili guardie di Zeus. Entra dunque furtivamente nella officina di Atena e di Efesto, in cui essi pra­ticavano insieme la loro arte, e, rubata l'arte del fuoco di Efesto e quella di Atena, le dona all'uomo. Di qui vennero all'uomo le sue risorse per la vita, ma Prometeo, a causa di Epimeteo, in seguito, come si narra, subì la pena per il furto.

E, poiché l'uomo divenne partecipe di sorte divina, in primo luogo, in virtù di questa con­nessione che venne ad avere col divino, unico fra irli animali credette negli Dei, e intraprese a costruire altari e ad effigiare immagini di Dei. In secondo luogo, rapidamente con l'arte sciolse la voce e articolò parole, inventò abitazioni, vesti, calzari, letti e trasse gli alimenti dalla terra. Prov­visti in questo modo, gli uomini, da principio, abitavano sparsi qua e là, e non esistevano città. Pertanto perivano ad opera delle fiere, giacché erano molto meno potenti di esse: l'arte che essi possedevano era per loro un adeguato aiuto nel procurarsi il nutrimento, ma non era sufficiente alla guerra contro le fiere. Infatti, essi non posse­devano ancora l'arte politica, di cui l'arte della guerra è parte. Pertanto, essi cercavano di rac­cogliersi insieme e di salvarsi fondando città; ma, allorché si raccoglievano insieme, si facevano ingiustizie l'un l'altro, perché non possedevano l'arte politica, sicché, disperdendosi nuovamente, perivano. Allora Zeus, nel timore che la nostra stirpe potesse perire interamente, mandò Ermes a portare agli uomini il rispetto e la giustizia, perché fossero principii ordinatori di città e legami pro­duttori di amicizia. Allora Ermes domandò a Zeus in quale modo dovesse dare agli uomini la giusti­zia e il rispetto: «Devo distribuire queste come sono state distribuite le arti? Le arti furono distri­buite in questo modo: uno solo che possiede l'arte medica basta per molti che non la posseggono, e così è anche per gli altri, che posseggono un'arte. Ebbene, anche la giustizia e il rispetto debbo di­stribuirli agli uomini in questo modo, oppure li debbo distribuire a tutti quanti?». «A tutti quanti» rispose Zeus. «Che tutti quanti ne partecipino, per­ché non potrebbero sorgere città, se solamente po­chi uomini ne partecipassero, così come avviene per le altre arti. Anzi, poni come legge in mio nome che chi non sa partecipare del rispetto e della giustizia venga ucciso come un male della città».

«Così, o Socrate, e appunto per queste ragioni, gli Ateniesi, e anche gli altri, allorché sia in que­stione l'abilità dell'arte di costruire o di qualche altra arte, ritengono che pochi debbano prender parte alle deliberazioni. E se qualcuno che non sia di questi pochi vuoi dare consigli, non lo soppor­tano, come tu dici: e di buona ragione, aggiungo io. Ma quando si radunano in assemblea per questioni attinenti alla politica, e si deve quindi procedere esclusivamente secondo giustizia e saggez­za, è naturale che essi accettino il consiglio di chiunque, convinti che tutti, di necessità, parte­cipino di questa virtù, altrimenti non esisterebbero città. Questa, o Socrate, ne è la ragione. Ma perché tu non creda di essere ingannato, quando io sostengo che tutti effettivamente ritengono che ogni uomo partecipi della giustizia e di ogni virtù politica, ti porto quest'altra prova. In tutte le altre abilità, come tu dici, se qualcuno sostiene di essere, poniamo, valente nell'arte del flauto o in qualsiasi altra arte, mentre non lo è, tutti lo deri­dono o si arrabbiano, e i più intimi accorrono e b gli danno del pazzo. Invece, quando si tratti di giustizia o di ogni altra virtù politica, anche se tutti vedono che uno è ingiusto, qualora costui dica contro di sé la verità di fronte a tutti: eb­bene, ciò che nel caso precedente tutti considera­vano saggezza, ossia il dire la verità, in questo caso lo considerano follia; e sostengono che tutti devono comunque dire di essere giusti, sia che dav­vero siano tali, sia che no, e che è un pazzo chi non simula di essere giusto. E questo nella convinzione che sia necessario che ognuno, senza eccezione, partecipi in qualche modo della giustizia, oppure che non stia fra gli uomini.
[Platone, Protagora, La Scuola, Brescia 1986, trad. Giovanni Reale, pag. 55-64]

Questo sito fa uso di cookies di terze parti (Google e Histats) oltre che di cookies tecnici necessari al funzionamento del sito . Per proseguire la navigazione accettate esplicitamente l'uso dei cookies cliccando su "Avanti". Per avere maggiori informazioni (tra cui l'elenco dei cookies) cliccate su "Informazioni"