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Il mito del labirinto, Apollo e Dioniso

Apollo e Dioniso

Tra le dodici divinità olimpiche principali quelle che la visione greca dal mondo collega nel modo più netto al tema della sapienza sono Apollo e Dionisio.

Apollo è il dio della divinazione per eccellenza e il suo santuario a Delfi è il centro spirituale della grecità. Dioniso invece è il dio dell'ebbrezza e della vita stessa nella sua immediatezza: guida gli uomini attraverso i miti orfici, riservati a pochi iniziati, che devono raggiungere l'unione col dio attraverso una estasi mistica.

Le due divinità, per quanto molto diverse, hanno tuttavia numerosi tratti in comune.

Entrambe hanno, nella formulazione originaria dei miti che li riguardano, un aspetto di crudeltà: Dioniso fa a pezzi gli uomini che si oppongono a lui, Apollo li colpisce da lontano (l'arco era uno dei suoi attributi fondamentali, insieme alla lira) ritardando a volte la sua punizione.

Entrambi inoltre si manifestano nel mondo attraverso la «mania», ossia la follia, di coloro che hanno consacrato la loro vita alle due divinità.

Il rapporto tra queste due divinità della sapienza e gli uomini è complesso e contraddittorio.

Esso è depositato in uno dei miti più antichi e inquietanti di tutta la cultura greca: il mito di Arianna e del Minotauro, cui è connesso anche uno dei simboli più articolati e profondi di tutta la psiche umana, quello del labirinto.

Dioniso e il mito di Arianna e del Minotauro

Arianna è la figlia di Minosse, re di Creta. Questi ha offeso Poseidone, il dio del mare, che per punirlo ha fatto impazzire sua moglie Pasifae al punto da farla innamorare di un toro. Per accoppiarsi con lui Pasifae si fa costruire dall'architetto di corte, Dedalo, una statua cava di mucca così perfetta da trarre in inganno anche il toro. La punizione per questo atto contro natura è il Minotauro, un mostro mezzo uomo e mezzo toro, che viene rinchiuso in un edificio così complicato da far perdere la strada dell'uscita a chiunque vi si avventuri: il Labirinto, anch'esso costruito da Dedalo. Il Minotauro deve venire saziato ogni anno col sacrificio di sette vergini e sette giovani, che Minosse impone come tributo alla città di Atene. Questo massacro va avanti per molti anni, fin quando Teseo, il figlio del re di Atene Egeo, si offre come volontario per fermare la strage. Sbarcato a Creta, Teseo fa innamorare di sé Arianna, che decide di aiutarlo pur sapendo che la sua missione è di uccidere il suo fratellastro: la ragazza consegna a Teseo un gomitolo di lana, con l'ordine di srotolarlo dietro di sé mentre si avventura nel labirinto. In questo modo è facile per l'eroe ateniese ritrovare la strada dell'uscita una volta ucciso il Minotauro.

Il Minotauro

Il Minotauro, kylix del 515 a.C. L'iscrizione recita: ho pais kalos, il bel ragazzo

Fonte Wikipedia

Il mito sembra descrivere il rapporto che lega la sfera dell'umano e quella del divino.

La divinità con cui l'uomo entra in contatto qui è Dioniso. Nella versione più antica del mito Arianna è addirittura la moglie di Dioniso, e tradisce il dio per amore di un uomo: per punizione, viene uccisa da Artemide con una delle sue frecce infallibili. Nella versione più recente e più nota, Arianna è solo la sorella del Minotauro; viene sedotta da Teseo, che però dopo averla rapita la abbandona sulla spiaggia dell'isola di Nasso dove viene salvata proprio da Dioniso che la fa sua sposa.

Il Minotauro però nelle versioni più antiche del mito è solo una maschera per alludere allo stesso dio Dioniso (non a caso nei cortei a lui dedicati durante i riti misterici appariva appunto come un uomo con la maschera di un toro); e Minosse da questo punto di vista è solo il servitore del dio-animale, incaricato di garantirgli l'offerta annuale delle vergini e dei giovani.

Dioniso

 Dioniso. Piatto "a figure nere", 520-500 a.C

 Fonte Wikipedia

L'uomo e il dio, sembra suggerire il mito, non possono essere amici: quando si incontrano, ciascuno cerca di sopraffare l'altro in una lotta senza quartiere per la vita e per la morte.

Il dio sotto forma di mostro bestiale vive, paradossalmente, nel cuore del labirinto, che è una costruzione umana: questo significa che ha saputo sfruttare le capacità dell'uomo sia per proteggersi sia per procurarsi potere, e appare quindi invincibile. Egli infatti si nutre degli umani, e l'unica contromossa che gli uomini possono mettere in campo è quella di tentare di uccidere il dio.

Ma come portare a termine questo tentativo? Accanto alle figure dionisiache che abbiamo elencato più sopra, il mito presenta anche le figure di Teseo e Dedalo che alludono alla conoscenza e alla tecnica in possesso dell'uomo e che per questo si schierano sul versante apollineo:

«Il Labirinto si presenta... come creazione umana, dell'artista e dell'inventore, dell'uomo della conoscenza, dell'individuo apollineo, ma al servizio di Dioniso, dell'animale-dio. Minosse è il braccio secolare di questa divinità bestiale. La forma geometrica del Labirinto, con la sua insondabile complessità... allude a una perdizione, a un pericolo mortale che insidia l'uomo, quando egli si azzarda ad affrontare il dio-animale....Ma come archetipo, come fenomeno primordiale, il Labirinto non può prefigurare altro che il logos, la ragione. Che cos'altro, se non il logos, è un prodotto dell'uomo in cui l'uomo si perde, va in rovina? Il dio ha fatto costruire il Labirinto per piegare l'uomo, per ricondurlo all'animalità: ma Teseo si servirà del Labirinto e del dominio sul Labirinto che gli offre la donna-dea per sconfiggere l'animale-dio» [Colli, 1975: 29]

Il ruolo di Arianna è centrale: è lei infatti che consegna all'eroe il filo, simbolo della continuità della coscienza, che gli permette di affrontare il mostro mezzo dio e mezzo animale, e di vincerlo.

Il mito allude così alla possibilità per l'uomo di sconfiggere il mostro che sta nascosto al centro di ciascuno di noi e che è in qualche modo connesso con la nostra stessa animalità: ma questa vittoria resta nel mito ancora solo momentanea.

Apollo e l'enigma

Apollo, dio della previsione e della conoscenza anticipatrice, comunica con gli uomini attraverso la parola, che viene trasmessa agli uomini per bocca della Pizia (la sacerdotessa che risiedeva a Delfi). Essa però non formula mai in modo chiaro e univoco il suo responso, ma parla solo per enigmi, ossia tramite affermazioni almeno apparentemente contraddittorie che possono essere interpretate in più modi. Il dio cioè nell'oracolo si comporta come se volesse nascondere ciò che sta rivelando: il significato profondo dell'oracolo non è affatto evidente, e una sua interpretazione sbagliata (perché troppo superficiale) conduce l'uomo al disastro. Questa mancanza di chiarezza, tipica dell'oracolo delfico, è quindi ancora una forma di crudeltà da parte del dio.

Questo avviene perché nella visione greca dell'esistenza la sfera della divino e quella dell'umano restano sempre separate, anzi addirittura contrapposte: non hanno nulla in comune né possono sperare di trovarlo. Il dualismo tra dio e uomo non viene mai colmato e ogni volta che i due mondi si sfiorano il contatto avviene in modo violento, sotto forma di inganno o di stupro, come se il dio e l'uomo si dovessero sempre scontrare. Anche là dove il dio vuole comunicare con l'uomo, non può o non vuole farlo in modo comprensibile:

«il segno del passaggio dalla sfera divina a quella umana è l'oscurità del responso, il punto cioè in cui la parola, manifestandosi come enigmatica, tradisce la sua provenienza da un mondo sconosciuto. Questa ambiguità è un'allusione alla frattura metafisica, manifesta l'eterogeneità tra la sapienza divina e la sua espressione in parole» [Colli 1975:43]

L'enigma però conosce una evoluzione che lo porta gradualmente dalla sfera divina a quella umana.

In una prima fase, l'enigma proveniente dal dio Apollo richiede semplicemente l'opera di qualcuno che possa interpretarlo in modo corretto: accanto alla sacerdotessa invasata dal dio prese posto la figura del «profeta», ossia di colui che scioglie l'enigma rendendone chiaro il senso. Il «profeta», cioè l'interprete, appartiene ancora alla sfera religiosa.

In una seconda fase l'enigma si sgancia dalla profezia dell'oracolo, ma mantiene la sua carica pericolosa e anzi mortale: il tipico esempio di questa seconda fase è il noto enigma della Sfinge. La Sfinge è un animale mitico che appare a Tebe e impone a tutti di rispondere alla domanda: «Chi è che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e alla sera su tre?». Chi non riesce a indovinare la risposta (l'uomo, che quando è bambino piccolo gattona a quattro zampe, quando è adulto cammina con una postura eretta e quando è vecchio deve appoggiarsi a un bastone) viene scaraventato giù da un dirupo. Solo Edipo riuscirà a sciogliere l'enigma diventando così re di Tebe.

Nella terza fase dell'evoluzione della percezione dell'enigma sono gli uomini, di solito due «profeti», che si sfidano per dare la soluzione giusta a un enigma religioso mettendo ancora in palio la vita.

L'ultimo passaggio, infine, fa cadere ogni riferimento religioso ma rimane la dimensione agonistica della sfida: gli uomini si sfidano per ottenere la vittoria sul rivale e conquistare così la palma di «sapiente».

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