Get Adobe Flash player

Il passaggio alla filosofia

[filo_476]

Perché il simbolo non basta?
Se il problema essenziale di qualunque essere umano è quello di individuare un significato per la propria esistenza e se il simbolo è lo strumento che la natura ci fornisce per risolvere questo problema in modo quasi «istintivo» perché non ci si può fermare a questo livello? O meglio, perché l'umanità, almeno in occidente, non si è fermata a questo stadio ma si è evoluta verso una forma di riflessione diversa, che noi chiamiamo tradizionalmente «filosofia»?

La prima risposta è che il simbolo è in gran parte inconscio.
Chi lo vive si rende conto solo in parte dei legami che stabilisce tra le varie parti dell'universo e dell'esistenza. Proprio per la capacità dell'immagine simbolica di unificare aspetti diversi o addirittura contrastanti dell'esperienza esso non può venire trascritto in termini linguistici: la parola infatti ha la caratteristica fondamentale di segmentare l'esperienza, di dividerla, di individuare ciascun suo aspetto separandolo dagli altri.

Naturalmente la parola parlata esisteva molto prima della filosofia e per decine o forse centinaia di migliaia d'anni ha convissuto con l'interpretazione simbolica della realtà. Tuttavia a un certo momento della storia l'evoluzione della cultura ha assunto una forma tale da richiedere un modo nuovo di interpretare attraverso la parola il mondo, un modo che in occidente chiamiamo «filosofia».

Che cosa è la filosofia?

Dare una definizione chiara e semplice di cosa sia la «filosofia» è un’impresa ardua. Come minimo, si può dire che ci sono modi diversi di «fare filosofia», tutti legittimi, e questo produce delle grandi differenze di stile tra un filosofo e un altro, tanto che a fatica sembra di poterli raccogliere sotto una sola definizione: pensatori come Spinoza (XVII secolo) o Wittgenstein (XX secolo) appaiono completamente diversi da autori come Pascal o Nietzsche, che sono vissuti rispettivamente nel Seicento e nella seconda metà dell'Ottocento.
Nel corso del tempo si sono fatti molti tentativi per individuare almeno una descrizione comune, ma il nucleo fondamentale di ogni risposta rimanda, in modo diretto o indiretto, alla grecità.
Infatti furono proprio i Greci che iniziarono a studiare ciò che noi chiamiamo «filosofia» e naturalmente furono sempre loro i primi che cercarono di definirla.

I filosofi greci Platone e Aristotele furono tra i primi a fornire una interpretazione coerente di quello che facevano: la filosofia, sostengono entrambi questi pensatori, nasce da un’esperienza di thaumathein (un verbo greco che significa «stupirsi»).

Proviamo ad analizzare questa risposta.

Lo thaumatein

Lo thaumathein, che viene descritto da Platone come un senso di stordimento e di mancanza di punti di riferimento, non è lo stupore dello sciocco che non sa spiegarsi quello che sta vedendo: anzi, è qualcosa che deriva dalla scoperta dolorosa e drammatica che il mondo è più ricco e complesso di quanto non si pensasse fino a quel momento. Si tratta di una esperienza dolorosa, perché incrina, spacca, distrugge qualcosa che c'era prima, ossia la nostra visione «normale» del mondo, e ogni cambiamento provoca dolore. 
Questa esperienza può assumere molte forme: può essere legata alla perdita traumatica di qualcosa o qualcuno, così come alla semplice noia della pura ripetizione, sempre identica a se stessa, di una serie di gesti quotidiani, o anche alla gioia autentica.
Lo thaumathein può anche essere visto come una rivelazione cioè un fatto improvviso e senza un’apparente giustificazione. Infatti si parte da una situazione normale che poi si rompe.
In ogni caso, nello thaumathein la realtà mostra bruscamente un lato e un aspetto che fino a quel momento ci erano ignoti o che al massimo avevamo solo intuito vagamente nelle forme della esperienza simbolica.

Una esperienza che ci può aiutare a capire che cosa è lo thaumathein è quella dell’innamoramento: quando si è innamorati la persona che amiamo ci appare in modo diverso e noi stessi cambiamo il modo di guardarla, infatti si può dire che viene rotta la corazza del mondo comune e - di conseguenza – si cambia modo di vedere una persona.

Lo thaumathein è un po’ come guardare il mondo per la prima volta e ci si accorge di cose che prima davamo per scontate. È come se per gran parte del tempo noi osservassimo il mondo come avvolto da una pellicola di cellophan: questa sottile barriera artificiale ci permette sì di vedere le cose che avvolge e anche di avvertirne la presenza e la consistenza, ma non ci lascia realmente «toccarle». Ogni tanto però questa barriera si infrange e noi entriamo di colpo a contatto con la realtà, vivendola e percependola con una intensità prima sconosciuta.


La filosofia e gli altri saperi

Lo thaumathein però è solo il punto di partenza

Nell’esperienza di stupore si deve sviluppare una riflessione razionale; per riflessione si intende una rielaborazione di chiave personale. Se non si è passati attraverso un’esperienza personale di stupore la riflessione sulla totalità rischia sempre di cadere nella astrattezza.

Poste queste premesse, possiamo almeno provvisoriamente definire

la filosofia come una riflessione razionale sulla totalità.

Ci sono altri campi del sapere e in genere della spiritualità umana che si interrogano sul senso della totalità: per esempio almeno la scienza, la politica, la religione e l’arte
In tutti questi campi però troviamo un atteggiamento diverso da quello della filosofia. Infatti la scienza è razionale ma non si occupa propriamente della totalità dal momento che, per esempio, lascia fuori del suo campo d'azione la sfera del bello o la politica; la religione si occupa dalle totalità ma il suo punto di partenza è una rivelazione cioè una verità data dall’uomo; la politica è una prassi, un’azione più che una conoscenza; infine l’arte si sforza per portare alla luce un senso della totalità ma a partire da una intuizione estetica.
La filosofia invece «apre il campo» a tutte le altre attività umane, proprio perché si interroga in modo razionale sul senso della totalità: inoltre cerca di riflettere sulle condizioni dalle quali dipendono tutte le altre cose e aiuta a vedere nel modo più aperto possibile il mondo e cambia il modo di vederlo.
Potremmo descrivere la storia della filosofia come un atelier (laboratorio) cioè un luogo dove le soluzioni possibili alla domanda sul senso del mondo vengono messe alla prova.
Le interpretazioni possibili del mondo sono numerose ma non infinite: almeno le opzioni fondamentali tra cui ciascuno di noi deve scegliere sono relativamente chiare (come vedremo nel corso del nostro studio). Coloro che sono venuti prima di noi hanno già percorso queste opzioni fondamentali, mettendone in luce i lati positivi e quelli negativi, e noi possiamo farci aiutare da loro nella costruzione della nostra personale immagine del mondo.
Un'altra metafora che possiamo usare è quella della mappa che descrive i sentieri su una montagna: la mappa ci aiuta facendoci vedere astrattamente, attraverso i segni cartografici, dove finiscono i sentieri che abbiamo davanti a noi e tra cui dobbiamo scegliere, ma non ci toglie la difficoltà di scegliere quale sentiero affrontare e soprattutto la fatica di percorrerlo.
Noi dobbiamo “cannibalizzare” i filosofi, cioè capire, assimilare i loro concetti per poter iniziare una propria riflessione.
Se si ha una risposta non si va ha cercare una domanda ma non è detto che la risposta che abbiamo sia giusta. E questo è lo thaumathein, non si può vivere senza una visione più o meno ampia del mondo e entrare in contatto con una percezione diversa della vita più profonda.

Vai a

Note alla pagina

Questo sito fa uso di cookies di terze parti (Google e Histats) oltre che di cookies tecnici necessari al funzionamento del sito . Per proseguire la navigazione accettate esplicitamente l'uso dei cookies cliccando su "Avanti". Per avere maggiori informazioni (tra cui l'elenco dei cookies) cliccate su "Informazioni"