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Paolo D'Alessandro: la meraviglia nel Teeteto

Indice dell'articolo

Il giovane interlocutore di Socrate, si badi bene, non è qui preoccupato tanto di chiarire il problema teorico relativo alla conoscenza, ma si rende testimone di una situazione particolare di tipo emozionale, che è costretto a subire: quella di “straordinaria meraviglia”, provocata da percezioni e sensazioni di fronte alle apparenze delle cose. Prosegue, poi, dicendo: “talora, se mi ci fisso a guardare, realmente ho le vertigini”(1).

Quando pertanto si pone attenzione, con sguardo più accorto, a quel qualcosa che provoca stupore non solo non viene meno lo status particolare in cui ci si è venuti a trovare, ma anzi se ne accentuano i caratteri più specificamente estranianti. L’osservare con maggiore attenzione quel che appare fa cadere il soggetto in preda a vertigini, addirittura perciò con totale sconvolgimento dell’equilibrio psicofisico: da una parte subendo il turbamento della sensibilità, con la sensazione di spostamento dell’ambiente circostante e/o del proprio corpo in esso (con l’effetto del capogiro), e dall’altra avendo le traveggole, vale a dire la perdita momentanea del proprio equilibrio psichico in seguito a turbamento dell’animo. Proprio di questo si tratta quando si parla di “vertigine"!
Tutto ciò accade in seguito al “rispecchiamento” senza alcun mascheramento (si legga: “razionalizzazione”) e senza pertanto alcuna difesa, della percezione del divenire, del fluire della realtà delle cose, senza quei punti fermi, che possano costituire valide certezze: è quel che appare dell’essere delle cose delle quali si fa esperienza.
Alla dichiarazione di Teeteto, relativa allo stupore (thaumazein) prima e alle vertigini (skotodinio), poi, Socrate risponde che “è proprio del filosofo quello che tu provi, di esser pieno di meraviglia. Né altro cominciamento (arché) ha il filosofare che questo”1.
L’interlocutore di Socrate, dunque, non sembra costituire un caso patologico, poiché la sua natura e, di conseguenza, le sue reazioni emotive sono in perfetta consonanza con l’essenza stessa di colui che fa filosofia. Ci si affretta ad aggiungere che il thaumazein non solo è una caratteristica del pensiero, ma che di esso è addirittura l’arché, principio e fondamento, l’unico fondamento.

Socrate, e Platone con lui, sta qui sostenendo che l'inizio di ogni sapere risiede nel provar stupore dinanzi alle sensazioni, meglio forse dire dinanzi allo sguardo più accorto che considera il divenire delle cose. Solo a partire dal complesso status emotivo del provar stupore e vertigini allo stesso tempo, l'uomo è messo così nelle condizioni di pensare: sta nascendo il filosofo, che solo in un secondo momento, come insegna il Sofista, diverrà dialettico.

1 Teeteto, 152e

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