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L'estetica come luogo filosofico dell'arte: la logica dei "sensi"

Testo

Occupandosi della bellezza e dell’arte alla stregua di tematiche strettamente filosofiche, cioè come aspetti particolari del più generale problema della conoscenza, l’estetica crea un collegamento fra arte in quanto ‘prodotto’ e artefice in quanto ‘produttore’, poichè quest’ultimo è colui che riproduce in modo più perfetto l’oggetto reale. Estetica e scienza sono dunque due modi alternativi, e non contrapposti, di accostarsi al mondo naturale: si potrebbe dire che l’estetica si approccia al mondo intuitivamente, ed è una conoscenza che ha come prodotto l’oggetto artistico; la scienza si accosta alla realtà attraverso le regole logico-matematiche, quindi per mezzo di una mediazione razionale. Le concezioni di Leibniz e di Baumgarten riguardo alla non totale estraneità tra logica e sensibilità, tra intelletto e percezione, hanno aperto il campo ad una serie di riflessioni sulla cosiddetta ‘logica dei sensi’, la quale intende mostrare la possibilità di stilare una consequenzialità gerarchica tra le diverse percezioni dei cinque sensi dell’uomo: con linguaggio leibneiziano, partendo dalle singole sensazioni di una monade perfettamente ‘nuda’ (cioè ‘chiusa’ rispetto al mondo esterno), si vuol mostrare come sia possibile giungere al grado massimo della percezione, che consiste nell’appercezione logica. Tale passaggio, costruito sul modello matematico del calcolo infinitesimale, avviene per Leibniz senza soluzione di continuità. Due differenti ‘logiche dei sensi’ A partire da questo presupposto, nel corso del XVII secolo sono stati elaborati diversi ‘ordini’ o ‘logiche’ dei sensi ed, ovviamente, l’ordine dei singoli sensi in un’ipotetica gerarchia dipende dallo specifico criterio applicato: criteri differenti possono essere, da un lato, la memoria e la genealogia proprie a ciascuno dei nostri cinque sensi; dall’altro, la capacità di differenziare i dati sensoriali e di interpretarli prima che vengano elaborati dall’intelletto o dal cervello. La prima delle gerarchie elaborate si basa dunque sulla capacità di conservazione nella memoria e sulla ‘precocità’ di ogni senso nella vita umana: essa ha inizio con quel senso che corrisponde, con linguaggio leibneziano, alle ‘piccole percezioni di una monade completamente nuda’, ovvero l’olfatto, senso con maggiore memoria e che si presenta per primo nella vita dell’uomo, fornendo al neonato gli strumenti per riconoscere la madre e, di conseguenza, un vago senso, più che di identità, di appartenza ad un contesto (infatti nel neonato il principium inviduationis non è ancora all’opera, io e mondo non sono differenziati, il soggetto si autopercepisce come tutt’uno con ciò che gli altri considerano il mondo esteriore). L’olfatto ha un basso grado di chiarezza e distinzione di ciò che percepisce; è, per così dire, ‘grossolano’ e fornisce solo piccole percezioni confuse, ma è il senso con più lunga memoria (si pensi all’importanza di tale senso nell’opera di Proust). Il secondo senso in quest’ordine è il gusto , strettamente legato alle necessità nutritive, il quale fornisce percezioni leggermente più chiare e distinte dell’olfatto, una capacità di differenziazione leggermente più elevata ed inoltre può essere educato. Il tatto è decisamente più distinto e chiaro rispetto ai sensi precedenti: è infatti il primo a fornire un’identità individuale, ancora legata alla nostra corporeità, ma sulla quale si fonderà una parte considerevole della nostra futura identità psichica. Il tatto è coinvolto nel fare musica poiché è dotato di una sensibilità ben più alta rispetto ad olfatto e gusto (si pensi alle infinite sfumature che soltano un lieve tocco può percepire); inoltre, l’esperienza dell’abitare uno spazio consente di comprendere come il tatto sia il primo senso coordinato con una particolare arte, ovvero l’architettura. Evidentemente la possibilità di vivere il nostro corpo come unità ben delimitata, consentita dal tatto, non rende ancora tale corpo una soggettività bensì, come voleva Schopenhauer, un oggetto immediato, un ‘ponte’ verso il mondo e verso gli altri. In breve: il senso tattile fornisce un’identità corporeo-spaziale che permette di muoversi all’interno di determinati spazi dati, poiché esso conserva la conoscenza e la memoria dei nostri limiti fisico-naturali. Gli ultimi due sensi in questa gerarchia sono l’udito e la vista: ovviamente essi dispongono di una vasta e differenziata gamma di facoltà interpretative che accrescono notevolmente il senso dell’identità in quanto la semplice percezione della propria voce o del proprio corpo riflesso arricchiscono e approfondiscono la nostra autopercezione e la nostra autocoscienza. L’udito è ancora legato alla corporeità, soprattutto al movimento interiore (le vibrazioni del corpo vissuto) ma, dal momento che è anche il senso che percepisce la parola, in primis il proprio nome, costituisce una sorta di collegamento tra l’identità fisica e quella psichica . L’udito può essere talmente raffinato rispetto alle differenze, anche minime, da rivelarsi una sorta di ‘condanna’ ed esso è legato a svariate arti: alla poesia, al teatro, al cinema e, ovviamente e innanzi tutto, alla musica. E infine, all’apice della gerarchia, abbiamo la vista, il senso che si presenta per ultimo nella vita umana ma anche quello dotato del più alto grado di chiarezza e distinzione: la vista pone a distanza la corporeità sia interiore che esteriore e questo gesto è di un’importanza straordinaria in filosofia poiché con esso ha inizio la riflessione. La vista è l’unico senso che può intenzionalmente venire indirizzato e sottrarsi alle cose senza che l’intero corpo se ne allontani; controlla e domina le cose proprio perché le distanzia e l’identità o il riconoscimento sono basati sul medium degli occhi. Per il fatto che l’occhio già preinterpreta i dati sensoriali che in seguito fornisce all’intelletto, esso costituisce la base estetica della cultura occidentale basata sul logos . Come si è accennato, questa è soltanto una delle gerarchie o ‘logiche dei sensi’ possibili. Infatti, è sufficiente assumere il secondo criterio citato per ottenerne un’altra ‘rovesciata’, rispondente al grado di ‘differenziazione’ e interpretazione pre-razionale dei dati. I sensi inferiori (olfatto e udito) sono infatti quelli che forniscono un grado di chiarezza e distinzione minore, sebbene si presentino per primi nella vita del bambino ed abbiano una capacità di conservazione nella memoria infinitamente maggiore. Al contrario, il tatto, l’ udito e soprattutto la vista, possiedono una facoltà di interpretazione e di differenziazione straordinaria, che permette di creare rapporti molteplici con il mondo e con gli altri e, proprio attraverso tali sensi, sorge l’autocoscienza con il suo senso di individualità soggettiva. Non bisogna dimenticare che, nel loro funzionamento ordinario, i sensi sono fra loro sempre coordinati: infatti la percezione sensibile non è mai chiara e distinta come la matematica, cioè non è mai legata ad un senso solo; si tratta di un’esperienza estremamente ricca che si avvale della collaborazione di più sensi: per questo motivo la percezione risulta sempre un’esperienza sin-estetica, la quale non può fare a meno di coivolgere anche l’intelletto. La gerarchia hegeliana Vale la pena prendere in considerazione un ulteriore criterio per dare un ordine ai sensi: si tratta di quello elaborato da G. W. F. Hegel, il quale distingue tra sensi pratici, che consumano e distruggono il proprio oggetto (olfatto, gusto, tatto), e sensi teoretici, che invece lo pongono a distanza e lo contemplano (vista e udito, ai quali si aggiunge la rappresentazione interiore). Infatti, gli oggetti dell’olfatto nella loro percezione si dissolvono nell’aria; il gusto non lascia l’oggetto libero per sé, ma lo distrugge e lo consuma; attraverso il tatto il soggetto singolo e sensibile si rapporta con le caratteristiche ‘materiali’ del singolo oggetto. L’opera d’arte però non è semplicemente sensibile, bensì anche intellettuale, cioè spirito che si manifesta nel sensibile: l’oggetto artistico deve dunque essere intuito e fruito nella sua oggettività di per sé libera e autonoma, ma non soltanto nella sua dimensione materica; esso richiede una percezione teoretica, contemplativa e intellettuale, che non abbia fini pratici in riferimento agli appetiti o alla volontà del singolo soggetto. Di conseguenza, da questo punto di vista solo i sensi teoretici rivestono importanza per l’arte e per un’estetica che si occupa esclusivamente dell’arte e della sua bellezza come quella hegeliana. E, dal momento che per Hegel l’arte più alta è la poesia la quale, usando come materiale le parole, risulta molto vicina alla filosofia, è necessario introdurre una sorta di ‘sesto senso’: si tratta della rappresentazione interiore delle cose sensibili nella memoria, in grado di conservare le immagini che affiorano alla coscienza attraverso un’intuizione dell’immaginazione. L’immaginazione ricostruisce infatti il mondo esteriore nell’interiorità di chi la contempla in forma di immagini spirituali e questa non è altro che l’operazione delle arti della parola, che si avvalgono in realtà di tutti i sensi, ma non più in modo estetico, bensì spirituale. Dunque per Hegel l’arte rappresenta uno svolgimento della verità perché costituisce una sintesi tra logica e sensibilità attraverso i sensi. La ‘non violenza’ dell’estetica Si potrebbe quindi affermare che l’operazione attraverso cui è stata costruita la ‘logica dei sensi’ sul modello della logica matematica, cioè secondo una regola di gerarchia dal basso, rappresenti in un certo senso una forzatura poiché la direzione con cui la logica sussume gli oggetti sotto concetti universali è unidirezionale e rispecchia il modo attraverso cui la scienza si rapporta ai suoi oggetti di conoscenza. L’estetica, invece, permettendo un andamento bi-direzionale all’interno della gerarchia dei sensi, rappresenta un modo meno violento di rapportarsi al mondo che ci circonda in generale ed agli oggetti artistici in particolare. Non bisogna mai comunque ignorare il fatto che la mediazione intellettuale è per l’uomo imprescindibile e che dunque qualsiasi discorso estetico è anche opera, almeno in parte, dell’intelletto (si pensi alla duplice accezione del termine logos: ‘discorso/intelletto’, ma anche ‘logica’): solo l’intelletto consente infatti di pensare, per cui la relazione stessa che noi stringiamo col nostro corpo, che è l’esperienza più estetica di tutte, non è altro che una relazione mediata dall’intelletto. Data l’impossibilità di prescindere dai concetti nel conoscere la realtà, si tratta allora di lasciare sempre uno spazio sufficiente ad una rappresentazione estetica del reale, di modo che il soggetto non perda mai di vista la finalità del proprio conoscere.

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