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Origini e primi sviluppi dell'estetica

Il panorama filosofico tra Sei e Settecento è dominato da due grandi correnti: da una parte il Razionalismo, diffuso sul continente europeo e caratterizzato da una struttura piuttosto gerarchica e deduttiva; dall’altra l’Empirismo inglese, che si distingue per una struttura più induttiva e meno stringente anche dal punto di vista delle logiche argomentative. Diversissime sono poi le concezioni filosofiche che stanno alla base dei due movimenti: da un lato il Razionalismo cerca un principio assoluto e ‘snobba’ la sensibilità; dall’altro l’Empirismo parte dalla moltitudine delle percezioni sensibili e rimane critico nei confronti dei principi assoluti.

In questo quadro, a metà Settecento, si inserisce la nascita dell’estetica come disciplina filosofica, periodo significativo perché ci troviamo abbastanza lontani da Cartesio e non ancora immersi in ambiente kantiano. Si tratta di un momento interessante non solo dal punto di vista filosofico ma anche storico-artistico, poiché soltanto a pochi decenni dalla Rivoluzione Francese, e, sul versante artistico, ha inizio ora la progressiva autonomia dell’arte e dell’artista nei confronti di strutture più o meno chiaramente di potere, non solo di tipo politico, ma anche economico.

È però importante sottolineare che l’estetica non nasce in primis come riflessione sul bello, e tanto meno come pensiero legato all’arte. L’origine etimologica della parola lo evidenzia: il greco aisthesis, da cui il latino aesthetica, non significa nulla più che ‘percezione sensibile’ e la disciplina filosofica dell’estetica comincia proprio come riflessione sui problemi connessi alla percezione, ai nostri cinque sensi ed ai loro rapporti con la ragione. Sarà solo in un secondo momento, come si vedrà, che essa si avvicinerà anche all’ambito della bellezza e dell’arte.

Ci si può chiedere come mai l’estetica sia tanto recente pur non essendo mancate, nel passato, riflessioni sulla percezione sensibile, sull’arte e sulla bellezza. La risposta chiama in causa sia lo statuto di tali riflessioni antecedenti, sempre subordinate ad un altro ‘oggetto’, ritenuto il vero ‘fine’ della ricerca (la logica, l’etica, la metafisica o la politica), sia l’evoluzione del pensiero filosofico da Cartesio a Kant, nel corso della quale lentamente si erano modificati lo statuto scientifico e l’intera struttura della teoria della conoscenza. A metà secolo si erano quindi create le condizioni per la nascita di una disciplina filosofica largamente indipendente dalle altre, sebbene non da esse avulsa, fondata su di un’epistemologia ragionata, non vincolata né alla metafisica né all’ontologia o alla teologia, ma anzi sviluppatasi a stretto contatto con le riflessioni filosofiche che accompagnano e fondano la scienza moderna.

 

 

 

 

La posizione di Cartesio

 

Per comprendere appieno sia la particolare struttura assunta dall’estetica, sia il modo in cui sono da intendersi i suoi rapporti con le scienze moderne, è prima di tutto necessario ripercorrere brevemente lo sviluppo della riflessione filosofica moderna a partire da Cartesio.

È noto che Cartesio viene considerato il padre della filosofia e della scienza moderne poiché ha fondato conoscenza, sapere e verità nel pensiero logico del soggetto, un pensiero che, grazie alle sue regole indubitabili e vincolanti, può, o meglio deve, essere condiviso da tutti. E, collocando il criterio della verità unicamente nella razionalità umana, egli è anche il padre della corrente filosofica del Razionalismo. Come è noto, Cartesio giunge a questi esiti soprattutto grazie al dubbio ‘metodico’, da non confondersi con quello dello scetticismo antico poiché quello cartesiano è un dubbio che costituisce una ‘via’, un percorso già tratteggiato, quasi una sorta di ‘messa in scena’ per l’esposizione del suo pensiero razionale che, appunto, non è il risultato di un dubbio in senso stretto, bensì una dottrina che era già stata concepita prima e al di là di ogni dubbio. Tale dottrina costituisce anche una risposta alle condizioni di vita dell’epoca, costellata da guerre che comportano, oltre a disperazione e dolore, anche il crollo di tutte le sicurezze del passato e l’indebolimento delle istituzioni politiche e religiose[1]. In questo contesto Cartesio si vede costretto a ricominciare daccapo la riflessione sui fondamenti del sapere, e la consapevolezza della povertà d’esperienza dell’epoca in cui vive è talmente lucida da indurlo a non fidarsi d’altro che di ciò che è in suo potere, ovvero solo delle sue facoltà di pensiero, e ad escludere persino i dati sensoriali come possibile criterio di discriminazione tra realtà e sogno. Cogito ergo sum significa, appunto, che si ha la certezza di esistere unicamente perché si è dotati della facoltà di pensare e la si applica sia alla propria vita, sia al mondo.

Le conseguenze della riflessione di Cartesio sono profonde: da un lato si trova la res cogitans ridotta alle regole della matematica, dall’altro il mondo del quale non ci si può fidare, la res extensa, e tra i due si apre un profondo abisso. Alla res extensa appartiene anche il corpo vissuto di ognuno e quindi anche la sensibilità che, agli occhi di Cartesio, non fa altro che ingannare: il mondo esteriore e il nostro corpo vanno sottomessi al dominio del pensiero razionale, che li indaga con l’unico metodo certo che possiede, ovvero il calcolo matematico. Se questo presupposto permette alle scienze della natura uno straordinario sviluppo, esso impedisce però a Cartesio di concepire un’etica, una psicologia, una filosofia della storia o, appunto, un’estetica, dal momento che tali ‘discipline’ non possono essere né chiare né distinte, e quindi non costituiscono né conoscenza né sapere né tanto meno verità. Infatti, un qualsiasi oggetto del mondo, incluso il corpo umano, può diventare conoscenza unicamente se corrisponde alle regole della matematica, se cioè può essere misurato e calcolato.

Scindendo l’essere in due sostanze, Cartesio determina il lavoro di tutta la filosofia successiva, poiché da più parti ed in diversi modi si cercherà di riconciliare i due lati del dualismo cartesiano. Nel corso di tali riflessioni s’inserisce anche la nascita dell’estetica, le cui intenzioni, al pari degli altri tentativi ‘riconciliatori’, sono quelle di ricomporre l’ordine del mondo andato in frantumi.

Se dunque non è possibile annoverare Cartesio fra i pensatori che propriamente hanno dato vita all’estetica, è innegabile che la sua concezione ne costituisce la premessa fondamentale. E questo tanto più in quanto egli si oppone radicalmente a tutto ciò che concerne la sensibilità e la percezione[2]. Infatti, contrariamente a ciò che sarebbe facile pensare, l’estetica non nasce nell’ambito della corrente dell’Empirismo, bensì all’interno del Razionalismo e come risposta ai suoi problemi, posti con estrema chiarezza da Cartesio. Soltanto in ambiente razionalista poteva, infatti, formarsi la coscienza problematica dalla quale nasce l’estetica come gnoseologia e dunque come disciplina filosofica, poiché solo il Razionalismo ha posto il problema con radicalità e lucidità. Per l’Empirismo, infatti, il problema sostanzialmente non esiste poiché l’intelletto viene ridotto a risultato della percezione. Per il Razionalismo invece il problema si pone: che cos’è l’intelletto, quali sono le sue modalità di funzionamento e quali i suoi rapporti con la sensibilità, soprattutto quando, con Leibniz e Baumgarten, la percezione sensibile non viene più concepita come radicalmente scissa dalla razionalità. Di fatto quindi è solo il Razionalismo a comprendere appieno il problema che sottostà alla conoscenza sensibile e quello della sua legittimazione teoretica.

 



La nascita dell’estetica: Leibniz e Baumgarten

 

Come si è accennato, nell’ambito del Razionalismo le concezioni che più si avvicinano all’estetica, senza tuttavia fondarla, sono quelle di G. W. Leibniz. Dando ragione a Locke, Leibniz non nega che i contenuti dell’intelletto provengano dalle percezioni, ma contesta che tale circostanza spieghi anche che cosa sia e come funzioni l’intelletto. Per quanto riguarda il dualismo cartesiano, egli cerca di superarlo estendendo la concezione della verità ‘logica’ oltre il pensiero intellettivo, per includervi anche la percezione sensibile. Per Leibniz non esistono due sostanze distinte ‘qualitativamente’, poiché tutte le cose esistenti sono per lui aggregati composti di elementi semplici (le sostanze) e quindi la res extensa non può essere sostanza. Come è facile intuire, ‘quantitativamente’ però le sostanze sono infinite: si tratta delle monadi, concepite come semplici, indivisibili, imperiture, non estese e senza possibilità d’influenza da e con l’esterno[3]. Tuttavia nemmeno la res cogitans può essere sostanza, poiché sarebbe riduttivo concepire l’attività della conoscenza come legata al solo pensiero logico; anzi, ciò che vi è di logico nell’operare dell’intelletto deve potersi trovare, in forme diverse, anche nella percezione. Dall’ ‘appercezione’, il pensiero puramente logico che coincide con il vertice delle attività conoscitive, si diparte una sequenza discendente di percezioni sempre meno chiare e distinte, fino a quelle che, con una significativa metafora, Leibniz chiama ‘piccole percezioni di una monade completamente nuda’. Le conseguenze per la percezione sensibile sono profonde: infatti la differenza fra pensiero e percezione non è più sostanziale, bensì graduale, e ciò non permette più di affermare, come voleva Cartesio, che i sensi ingannano. Le ‘piccole percezioni di una monade completamente nuda’ possono essere interpretate come le impressioni sensoriali fornite dal senso umano più basso, cioè l’olfatto, e, di conseguenza, tra l’olfatto, gli altri quattro sensi e il pensiero logico esiste una connessione di continuità che consente la nascita dell’estetica come disciplina filosofica rispettosa dei paradigmi del Razionalismo, anzi, come disciplina che applica tali paradigmi anche alla percezione sensibile, usandoli per indagarla e per spiegare in che modo anche tale percezione segue una sua logica e contribuisce quindi alla conoscenza.

La prima concezione dell’estetica come disciplina filosofica autonoma che si occupi della percezione sensibile come fonte di conoscenza risale, però, al 1735, anche se soltanto nel 1750 A. G. Baumgarten pubblica il libro il cui titolo ne annuncia la fondazione: Aesthetica. L’estetica viene considerata da Baumgarten come gnoseologia inferior, ossia come teoria della conoscenza inferiore, che ha il compito di integrare la gnoseologia superior, concepita sulla falsariga della logica cartesiana. L’estetica si occupa dunque in primo luogo della conoscenza che deriva dai cinque sensi, la quale integra la conoscenza astratta derivante dalla sola logica razionale. Pur essendo debitore, in queste sue concezioni, di Wolff e di Leibniz, Baumgarten imbocca una strada che lo porta molto più lontano per quanto riguarda il rapporto tra arte e filosofia. Egli infatti si chiede se nella conoscenza sensibile esiste un principio di perfezione analogo a quello della verità per la conoscenza logica, e lo trova nella bellezza: nel momento in cui ho la percezione di qualcosa che corrisponde alle mie capacità sensibili sono di fronte a qualcosa che posso definire ‘bello’, avendo a disposizione un criterio analogo alla verità, dunque qualcosa di vero mi viene detto anche nella percezione. La bellezza costituisce allora la perfezione della conoscenza sensibile e per questo motivo Baumgarten definisce l’estetica come ars pulchre cogitandi, ‘arte del bel pensare’[4]. Così, assieme alla bellezza, anche l’arte comincia a prendere posto all’interno della riflessione filosofica che riguarda la conoscenza, il sapere e la verità. Ed essendo le percezioni sensibili non solo più vivaci, ma soprattutto infinitamente di più rispetto alle poche regole della matematica, Baumgarten è costretto a dare un peso sempre maggiore all’estetica per quanto riguarda la conoscenza, giungendo addirittura a contrapporre logica ed estetica. A questo punto la sua riflessione si apre con decisione al campo dell’arte, perché le diverse pratiche artistiche si contraddistinguono tra loro soprattutto in quanto si rivolgono a sensi diversi e portano a perfezione sensibile la percezione di tali sensi.

Oltre alla mera percezione, l’estetica deve dunque occuparsi dell’arte sia perché essa è la pratica umana i cui prodotti si rivolgono innanzi tutto alla sensibilità dell’uomo, sia perché l’arte realizza ciò che nella natura si trova ancora in una forma potenziale e, di conseguenza, imperfetta[5]. La verità dell’arte non è allora soltanto equiparata da Baumgarten a quella della logica, ma è per lui anche più profonda e più estesa: l’arte produce infatti oggetti vivi, singoli, concreti, e la percezione di tali oggetti è infinitamente più ricca, più concreta e più ampia rispetto alle conoscenze concettuali. Dunque l’estetica, nata come teoria della conoscenza inferiore con il compito di integrare la conoscenza logico-razionale, nel momento in cui comincia ad occuparsi degli oggetti prodotti dall’arte, diviene autonoma e, addirittura, secondo Baumgarten, più vera della conoscenza logica, intesa in senso stretto come logica matematica. Esiste pertanto una ‘logica dei sensi’, la cui espressione non si trova nel concetto filosofico o scientifico bensì nella pratica artistica, che risulta rivelatrice di una propria singolare ed irriducibile verità.



[1] Da un punto di vista storico cos’era successo nel secolo precedente per far sì che si rendesse necessaria una disciplina filosofica che avesse l’intenzione di ricomporre un mondo andato in frantumi? All’inizio del ‘600 gli effetti della Riforma e della Controriforma erano arrivati ad un punto di stallo che si accompagnava anche ad altre problematiche: la Guerra dei Trent’anni non può essere ridotta ad una guerra tra confessioni, dal momento che fu attraversata da molteplici interessi politici ed economici. Ricordiamo che a fine ‘500 per la prima volta un imperatore, Carlo V, aveva abdicato per scelta, poiché non era riuscito a portare a termine la sua opera di ricostruzione del Sacro Romano Impero, nonostante le forze, non solo economiche, profuse in tale progetto. Questo tentativo fallì perché contro l’imperatore lavorarono i suoi stessi elettori, i primi che infatti adottarono la religione protestante costringendo i propri sudditi a fare lo stesso. E sebbene Lutero non possa essere lecitamente accusato d’aver aizzato i contadini contro le autorità, è altrettanto indubbio che nel suo messaggio è ravvisabile l’origine di un certo fermento sociale. Questo scenario sfocia appunto nella Guerra dei Trent’anni (1618-1648), in cui combatté lo stesso Cartesio.

[2] Come si spiegherà tra poco, è estremamente interessante notare come l’estetica nasca in seno al Razionalismo piuttosto che all’Empirismo, a dispetto dell’importanza che l’Empirismo accorda alla sensibilità come facoltà fondamentale dell’intelletto umano.

[3] Si noti che il modello a cui Leibniz fa riferimento per trarre la sua concezione della conoscenza e della verità è il calcolo infinitesimale, dunque un modello matematico, considerato ancora come il prototipo della certezza e della verità.

[4] Quanto più ad una sensazione corrisponde la mia capacità di percepirla, cioè quanta più armonia c’è fra l’oggetto sensibile e la mia percezione, tanto più avvertirò quella percezione come collegata ad un sentimento di piacere.

5 L’arte è quindi sia qualitativamente che quantitativamente ‘migliore’ rispetto alle scienze della natura: qualitativamente perché è in grado di migliorare la natura, quantitativamente perché il campo delle percezioni sensibili è infinitamente più vasto del campo logico matematico.

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