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Tommaso d'Aquino, De Ente et Essentia

Indice dell'articolo

CAPITOLO SESTO
Dopo ciò che si è visto,è evidente come l'essenza si trovi nelle diverse sostanze. Si ha infatti un triplice modo in cui l'essenza esiste nelle sostanze. C'è qualche realtà, come
Dio, la cui essenza è il suo stesso esistere: si trovano così dei filosofi che dicono che Dio non ha né quiddità né essenza, perché la sua essenza non è altro che il suo esistere. Da ciò segue che Egli non cade sotto un genere, perché è necessario che tutto ciò che cade in un genere abbia la quiddità come qualcosa di ulteriore al proprio esistere: infatti la quiddità (o natura) del genere (o della specie) non si distingue secondo la nozione di natura in quelle realtà di cui è genere (o specie), mentre 'esistere è diverso nelle diverse realtà. Ma non è inevitabile, se diciamo che Dio è puro esistere, cadere nell'errore di quanti dissero che Dio è quell'essere universale per il quale ogni realtà è, formalmente. Infatti questo esistere che è Dio è tale che non può sopportare nessuna aggiunta. Perciò è un esistere distinto da ogni altro esistere proprio per la sua purezza, esattamente come, se esistesse un colore in sé, per il suo stesso esistere in sé sarebbe diverso da quel colore considerato come non esistente in sé. Per questo nel commento alla nona proposizione del De causis si dice che l'individuazione della causa prima che è solo esistere avviene attraverso la sua pura bontà. L'essere comune invece, come non ammette nel proprio concetto alcuna aggiunta, così non ne ammette l'esclusione, perché se così fosse non si potrebbe più pensare che esista qualcosa in cui si possa aggiungere qualche determinazione all'essere. In modo simile, sebbene Dio sia solo esistere, non è necessario che gli manchino le altre perfezioni e nobiltà. Anzi, possiede le perfezioni che esistono in ciascun genere, e per questo viene definito semplicemente come l’essere perfetto, come Aristotele e Averroè fanno nel quinto libro della Metafisica,ma le possiede in modo più eccellente di quanto non le posseggano le altre realtà, perché in Lui sono una cosa sola mentre nelle altre realtà sono distinte. Questo è il motivo per cui tutte quelle perfezioni Gli convengono secondo la semplicità del suo essere. Come uno, se attraverso una sola qualità potesse compiere le operazioni di tutta le qualità, le possederebbe tutte in quell'unica, così Dio possiede nel proprio esistere tutte le perfezioni.
In un altro modo si trova l'essenza delle sostanze intellettive create, nelle quali 'essenza è altro dal loro esistere , sebbene la loro essenza sia senza materia. II loro esistere non è assoluto ma ricevuto e perciò limitato e relativo alla capacità della naturache lo riceve, ma la loro natura o quiddità è assoluta e non è accolta in nessuna materia. Cosi sì dice nel De causis che le intelligenze separate sono infinite inferiormente e finite superiormente. Sono finite
BUCHILO ai loro esistere che ricevono da una realtà superiore, ma non sono finite verso il basso perché le loro forme non sono limitate dalla capacità di una qualche materia che le riceva. Così in queste sostanze non esiste una molteplicità di individui in un'unica specie, come si è detto, se non nel caso dell'anima umana per via del corpo cui è unita. E sebbene la sua individuazione dipenda occasionalmente dal corpo, in relazione al suo inizio, perché non possiede un esistere individuato se non nel corpo di cui è atto, non è tuttavia necessario che, venuto meno il corpo, venga meno anche l'individuazione. Avendo infatti l'anima un esistere assoluto, in quanto ha ricevuto 'esistere individuale, per il fatto di essere diventata forma di questo corpo, quell'e-sistere rimane sempre individuato. Perciò Avicenna scrive che l'individuazione eia molteplicità delle anime dipende dal corpo per quanto riguarda il loro inizio ma non la loro fine. Poiché in queste sostanze la quiddità non Coincide con l'esistere, esse sono ordinabili in una categoria, e per questo si trovano in esse genere, specie e differenza, sebbene tali differenze specifiche ci siano sconosciute. Anche nelle realtà sensibili le differenze essenziali ci sono ignote e perciò vengono indicate attraverso le differenze accidentali che scaturiscono da esse, come la causa è indicata attraverso un suo effetto:così, per esempio, si dice che l'essere bipede è la differenza specifica dell'uomo. Ma
gli accidenti che sono propri delle sostanze immateriali ci sono sconosciuti, perciò le loro differenze essenziali non possono venire indicate né per sé ne attraverso differenze accidentali.
Va saputo però che genere e differenza non sono intesi nello stesso senso nelle sostanze separate e in quelle sensibili, perché in quelle sensibili il genere si assume da ciò che, nella realtà, è materiale, mentre la differenza da ciò che è formale. Perciò Avicenna nota, al principio del suo De anima, che la forma, nelle realtà composte di materia e forma, "è differenza semplici di ciò che è costituito da essa", non nel senso che la forma stessa sia la differenza, ma in quanto è principio di differenza, come dice nella sua Metafisica. Una tale differenza viene detta "semplice" perché viene assunta da ciò che è parte della quiddità della cosa, cioè dalla forma. Dal momento però che le sostanze immateriali sono semplici quiddità, non si può prendere la loro differenza da ciò cheè solo una parte della quiddità, ma da tutta la quiddità stessa. Così in principio del suo De anima Avicenna scrive che non possiedono la "differenza semplice" se non le specie le cui essenze siano composte di materia e forma. In modo simile, anche se non uguale, in queste sostanze il genere viene preso dall'essenza intesa nella sua totalità. Infatti una sostanza separata si accorda con le altre nell'immaterialità e ne differisce nei gradi di perfezione in relazione alla distanza dalla potenzialità e alla vicinanza all'atto puro. Così il genere, in questo tipo di sostanze, viene desunto da ciò che deriva dalla loro immaterialità, come l'intellettualità o qualcos'altro di simile, mentre da ciò che in esse dipende dal loro grado di perfezione si desume la differenza, che ci resta tuttavia sconosciuta. Non è necessario che queste differenze siano accidentali, perché sono in relazione alla maggiore o minore perfezione della sostanza, cosa che non diversifica la specie. Infatti il grado di perfezione nel ricevere la medesima forma non diversifica la specie, come il più o meno bianco nel partecipare della stessa bianchezza, mentre il diverso grado di perfezione nelle stesse forme o nature partecipate diversifica la specie. La natura per esempio procede per gradi dalle piante agli animali attraverso
alcuni esseri viventi che sono qualcosa di intermedio tra gli animali e le piante, secondo la spiegazione di Aristotele nell'ottavo libro del De animalibus. Né, di nuovo, è necessario che la distinzione delle sostanze intellettive avvenga sempre in base a due vere differenze, perché è impossibile che ciò accada in tutte le cose, come scrive Aristotele nell'undicesimo libro del De animalibus.
In un terzo modo l'essenza si trova nelle sostanze composte di materia e forma, nelle quali l'esistere è ricevuto e finito, per il fatto che lo ricevono da altro e che, inoltre,
la loro natura o quiddità è ricevuta nella materia signata. Così queste sostanze sono finite sia verso l'alto sia verso il basso, e a causa della divisibilità della materia signata in esse è possibile una molteplicità di individui in un'unica specie. Quali rapporti abbia in queste sostanze l'essenza con le categorie logiche si è detto sopra.

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