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Tommaso d'Aquino, De Ente et Essentia

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CAPITOLO QUARTO

Esaminato il significato del termine essenza nelle sostanze composte, bisogna esaminare in quali rapporti stia nei confronti delle nozioni di genere, specie e differenza specifica. Poiché ciò cui conviene il concetto di genere o specie o differenza è predicato di questo singolo individuo determinato dalla materia, è impossibile che una nozione universale, cioè quella del genere o della specie, convenga all'essenza in quanto considerata come parte, per esempio col termine "umanità" o "animalità". Perciò Avicenna afferma che la razionalità non è la differenza specifica, ma il principio della differenza, e per la stessa ragione l'umanità non è la specie, né l'animalità il genere. In modo analogo non si può sostenere che le nozioni di genre e di specie convengano all'essenza 'in quanto sono realtà esistenti al di fuori degli individui r come sostenevano i platonici, perché in questo modo genere e specie non si predicherebbero di questo individuo. Infatti non si può dire che Socrate sia ciò che è separato da lui, né d'altra parte ciò che è separato può essere utile alla conoscenza di questa realtà singola e concreta. Perciò resta che la nozione di genere o specie convenga all'essenza in quanto considerata come tutto, per esempio con il termine "uomo" o "animale", in quanto implicitamente e indistintamente contiene tutto ciò che è nell'individuo. Ma la natura o essenza, intesa in questo senso, può venir considerata in due modi.
Nel primo di questi modi l’essenza viene considerata secondo la sua propria nozione, e questa è la considerazione assoluta: nulla è vero dell'essenza, in questo primo modo di considerarla, se non ciò che le conviene in quanto tale. Qualunque altra determinazione le venga attribuita, le viene attribuita in modo errato.
Per esempio all'uomo in quanto uomo spetta l'esser ragionevole e animale, e le altre determinazioni che sono contenute nella sua definizione. Ma l'esser bianco o nero, o qualunque determinazione che non appartenga alla nozione di umanità, non spetta all'uomo in quanto tale.
Perciò se ci si chiede se si può dire che la natura, considerata in questo modo, sia "una" o "molte", non si può accettare né l'una né l'altra cosa, perché sia 1'una sia l'altra sono esterne al concetto di umanità, ed entrambe gli possono spettare solo in modo accidentale. Se infatti la pluralità appartenesse per essenza al concetto di umanità, l'umanità non potrebbe mai realizzarsi nella forma dell'unità pur essendo una quando si realizza in Socrate. Allo stesso modo, se fosse l'unità ad appartenere essenzialmente alla nozione di umanità, allora la natura di Socrate e Platone sarebbe una e identica, e non potrebbe moltiplicarsi negli individui.
La natura o essenza può essere considerata in un secondo modo, in relazione all'esistenza che possiede in questa o quella realtà concreta. In questo modo viene predicato per accidens qualcosa dell'essenza in relazione a ciò in cui si trova a esistere, come si può dire che l'uomo è bianco perché Socrate è bianco, sebbene ciò non spetti all'uomo in quanto uomo.
Questa natura possiede poi un duplice modo di esistere: uno nelle realtà individuali e l'altro nello spirito. In relazione all’uno e all'altro modo di essere, accidenti diversi
accompagnano questa natura. Nelle realtà individuali essa possiede un'esistenza molteplice in relazione alla diversità degli individui, anche se a questa stessa natura, secondo il primo modo di considerarla, cioè in modo assoluto, non sarebbe dovuto nessuno di questi attributi. E' falso infatti dire che l'essenza dell'uomo, in quanto uomo, abbia l'esistenza in un individuo determinato, perché se 1'esistere in un individuo determinato spettasse di diritto all’uomo in quanto uomo, l'uomo non potrebbe mai esistere al di fuori di questo individuo determinato. Allo stesso modo, se appartenesse all'uomo in quanto uomo il non esistere in questo individuo, non vi esisterebbe mai. La verità invece è che all’uomo in quanto uomo non compete di realizzarsi in questo o quel singolare o nello spirito. Quindi è evidente che la natura dell'uomo, considerata in modo assoluto, prescinde da qualsiasi modo d'esistere, in modo tuttavia da non escluderne nessuno. Questa natura, così considerata, è quella che si predica di tutti gli individui. Tuttavia non si può sostenere che il carattere di universalità appartiene alla natura intesa in questo modo, perché caratteristiche dell'universale sono l'unità e il riferirsi a più individui, mentre alla natura umana, intesa secondo la sua considerazione assoluta, non appartiene nessuno di questi due caratteri. Infatti se il riferirsi a più individui appartenesse al concetto di "uomo", allora in qualunque realtà si trovasse l'umanità si ritroverebbe il riferirsi a più individui, e ciò è falso, perché in Socrate non si trova affatto questo riferirsi a più individui, ma tutto ciò che è in lui è individuale.
Allo stesso modo non si può affermare che la nozione di genere e specie spetti alla natura umana intesa secondo il modo di esistere che essa possiede negli individui, perché negli individui non si trova la natura umana in quanto una, cioè come qualcosa di unitario appartenente a tutti gli individui, cosa che la nozione di universale esige.
Rimane dunque che la nozione di specie appartenga alla natura umana in relazione a quel modo di esistere che la natura stessa possiede nell'intelletto. Infatti la stessa natura umana possiede nell'intelletto un modo di esistere astratto da ogni carattere individuante, e così possiede un carattere di univocità nei confronti di tutti gli individui che esistono indipendentemente dall'anima, in quanto è similitudine di tutti in modo uguale e conduce alla conoscenza di tutti quegli individui in quanto sono uomini. Per il fatto che possiede una relazione di tal genere con tutti gli individui, l'intelletto trova il concetto di "specie" e glielo attribuisce. Perciò Averroè scrive, commentando il primo libro del De anima, che è l'intelletto a produrre l'universalità nelle cose, e anche Avicenna sostiene questa tesi nella sua Metafisica. Perciò, sebbene questa essenza, quando si realizza nell'intelletto, abbia la caratteristica dell'universalità, in quanto viene confrontata alle realtà che esistono fuori dell'anima
perché è un'unica rappresentazione di tutte, tuttavia, in quanto esiste in questo o quell'intelletto, è una specie intelligibile particolare. Perciò è chiaro l'errore di Averroè che, nel commento al terzo libro del De anima, vuole concludere
dall'universalità della forma in quanto pensata l'unità dell'intelletto per tutti gli uomini: infatti l'universalità non appartiene alla forma in relazione al modo di esistere che possiede nell'intelletto, ma in quanto viene riferita alle cose come loro similitudine. Così, se ci potesse essere una statua materiale che rappresenti molti uomini contemporaneamente, è evidente che quella immagine o specie della statua possiederebbe una esistenza singolare e propria, in quanto esisterebbe in una materia determinata, ma avrebbe anche un carattere di universalità, in quanto sarebbe una rappresentazione unica di una molteplicità di cose.
Poiché alla natura umana, considerata in modo assoluto, appartiene di venir predicata di Socrate, e il concetto di "specie" non le appartiene direttamente ma è tra gli accidenti che la accompagnano in relazione al modo di esistere che possiede nell'intelletto, il termine "specie" non si predica di Socrate, così da poter dire che "Socrate è la specie". Questo accadrebbe di necessità, se il carattere di specie appartenesse all’uomo, inteso secondo il modo di esistere che possiede in Socrate o secondo la sua considerazione assoluta, cioè in quanto è uomo: infatti tutto ciò che appartiene all'uomo in quanto uomo si predica di Socrate.
Tuttavia al genere, preso per sé, spetta la predicabilità, perché è contenuta nella sua definizione. La predicazione infatti è qualcosa che si compie attraverso 1'azione dell’intelletto che giudica, affermando e negando, e ha come fondamento nella realtà stessa 1’identità reale di questi termini dei quali uno viene predicato dell'altro. Perciò la caratteristica della predicabilità è contenuta nella nozione di questa entità logica che è il genere, che si realizza, allo stesso modo, attraverso 1’azione dell'intelletto. Nondimeno tuttavia ciò cui l'intelletto attribuisce la predicabilità, assegnandola a qualcosa d'altro, non è la stessa entità logica del genere, ma piuttosto ciò cui l'intelletto la attribuisce: per esempio ciò che è indicato dal termine "animale".
È chiaro così come l'essenza o natura si rapporti alla nozione di specie: la nozione di specie non è tra le caratteristiche che spettano all'essenza secondo la sua considerazione assoluta, e neppure tra gli accidenti che accompagnano il modo di esistere che possiede fuori dell’anima, ma è tra gli accidenti che accompagnano il modo di esistere che l'essenza possiede nell'intelletto, in relazione al quale le appartengono anche la nozione di genere e quella di differenza

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