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Anselmo: scheda introduttiva

 

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Intro

Anselmo d'Aosta rappresenta un esempio perfetto dello stile «monastico» della filosofia: i suoi scritti son infatti rivolti a un pubblico molto ristretto che ha già compiuto scelte esistenziali importanti. Il loro scopo non è tanto quello di convincere il lettore quanto di accompagnarlo e di aiutarlo ad approfondire una decisione e un progetto di vita che sono già stati intrapresi.

 


Da un punto di vista filosofico, il suo contributo più significativo resta la presentazione di un argomento, noto come «argomento ontologico» o argomento «a priori» sull'esistenza di Dio che introduce, di fatto, il concetto di infinito: la discussione su questo concetto e l'idea di un passaggio dall'ordine mentale a quello reale sono così importanti che l'argomento di Anselmo, in modi e forme diverse, ha attraversato tutta la storia della filosofia, venendo discusso anche in tempi molto recenti.

 


Fede e ragione

Visto il pubblico a cui si rivolgeva Anselmo, non stupisce che il tema centrale della sua riflessione filosofica sia il rapporto fede-ragione e la possibilità di usare la ragione per raggiungere o almeno tendere a Dio.
Per quanto riguarda il primo punto, la tesi di Anselmo è riassunta in una frase che probabilmente non è sua ma che gli è stata attribuita e che in ogni caso rispecchia fedelmente il suo pensiero:

fides quaerens intellectum, intellectus qaerens fidem

Questa frase, che si può tradurre come «la fede cerca la ragione, la ragione cerca la fede», esprime la convinzione di Anselmo (ma in realtà di tutto il cristianesimo originale) che esiste una sintonia profonda tra la fede (intesa come esperienza dell'incontro con il Cristo nella comunità dei suoi credenti) e la ragione (intesa come la capacità di aprirsi all'essere): tra questi due termini non può esserci contrasto, perché sia la ragione naturale sia la fede sono doni di Dio, e questi non può fornire agli uomini uno strumento (la ragione naturale) che sia in linea di principio contrario a quello che è lo scopo fondamentale della Creazione, ossia la partecipazione alla vita divina.

Il Monologion
In quest'opera Anselmo accetta una impostazione essenzialmente neoplatonica, mediata naturalmente da Agostino: la realtà si dispone lungo una «scala», ossia una progressione, dal meno al più. Questo però significa che deve esistere un «massimo», un punto estremo della scala non più superabile che funga da riferimento assoluto per giudicare il più e il meno all'interno della scala stessa. Questo punto estremo e massimo della serie coincide con quello che l'esperienza religiosa conosce come «Dio». Questa argomentazione vale secondo Anselmo per il «bene» (esiste nel mondo un più e un meno di bene, e possiamo dire questo appunto perché esiste un «bene massimo» che è Dio) e per l'«essere» (le cose esistono in un modo più o meno intenso in relazione a un Essere supremo» che è Dio).

Queste «prove» mostrano già la caratteristica tipica del ragionamento su Dio e il mondo, che ritroveremo in altri pensatori dei secoli che vanno dal X al XV: non si tratta di «dimostrare» l'esistenza di qualcosa (Dio) di cui fino a quel momento non si sospettava la presenza, ma di guidare la consapevolezza del lettore già impegnato in una ricerca personale, aiutandolo a guardare certi aspetti della realtà che, da soli, portano a Dio.

 


Il Proslogion

Completamente diverso è il tipo di argomentazione presentato nel Proslogion: qui Anselmo parte dalla nozione di Dio per affermare la necessità della sua esistenza su basi puramente logiche, senza fare alcun riferimento al mondo esterno.
Il punto di partenza è la presenza nella nostra mente dell'idea di Dio come id quo maius cogitari nequit («ciò di cui non può pensarsi nulla di più grande», abbreviato in IQMCN).

Quest'idea è presente anche nella mente di chi non ammette l'esistenza di Dio (quello che Anselmo chiama «stolto» riferendosi a una citazione dei Salmi biblici in cui si dice: «Lo stolto disse nel suo cuore: Dio non esiste»), perché se così non fosse lo stolto non potrebbe nemmeno negare l'esistenza nella realtà di Dio.


Ma se l'IQMCN viene pensato come non esistente nella realtà esterna, nota Anselmo, non è più il vero IQMCN, perché sarebbe sempre possibile pensare lo stesso IQMCN, pensato come esistente solo nella mente, come esistente anche nella realtà. Perciò sei io tentassi di pensare l'IQMCN come esistente solo nella mente cadrei in contraddizione: dunque l'IQMCN deve esiste sia nella mente sia nella realtà: «se ciò di cui non si può pensare il maggiore può
essere pensato non esistente» conclude Anselmo, «esso non sarà più ciò di cui non si può pensare il maggiore, il che è contraddittorio».

Come si vede siamo di fronte a una argomentazione estremamente astratta. Proviamo ad analizzarla.

Prima di tutto occorre ricordare Anselmo appartiene a una corrente filosofica che si potrebbe descrivere come una sorta di platonismo mediata dall'agostinismo: nella sua gnoseologia, pensare un’idea significa averla nell’intelletto; «avere l'idea di Dio» significa quindi averla in qualche modo nell'intelletto. La metafora, che verrà spesso ripresa, per descrivere questa concezione della conoscenza è quella del pittore che si prefigura nella mente l'opera che deve realizzare ma che ancora non l'ha fisicamente dipinta.


Ma dietro l’uso delle parole si nasconde un’interpretazione reificante della conoscenza: il solo fatto di parlare di un'idea «nell'intelletto» abbiamo trasformato l’intelletto in una cosa, perché solo una cosa, comunque la si intende, può contenere al suo «interno» un'altra cosa (in questo caso l'idea e in particolare l'idea di Dio).

Nella concezione classica invece, che si rifà alla intuizione parmenidea («Lo stesso è il pensare e l'esistere», Peri Physeos, Fr. 3) non si può pensare il pensiero come una cosa perché il pensiero è il manifestare l’essere, e viceversa nemmeno l'essere è una cosa.


L'argomentazione procede secondo la struttura della reductio ad absurdum: dato che l'idea dell'IQMCN esiste (se non esistesse non potremmo nemmeno parlarne) rimangono due possibilità.
1 L'IQMCN esiste solo nella mente
2 L'IQMCN esiste nella mente e nella realtà

Una terza opzione (l'IQMCN esiste solo nella realtà ma non nella mente non viene nemmeno presa in considerazione, perché equivarrebbe a dire che noi non lo conosciamo e quindi non potremmo nemmeno porci il problema)


Accettare la prima ipotesi significa accettare l'ipotesi dello stolto e sostenere che l'IQMCN è solo un'idea pensata come esistente nella mente.
Tuttavia, questa posizione si mostra autocontraddittoria nel momento in cui si riflette sul fatto che lo stesso IQMCN, che lo stolto pensa come esistente solo nella mente, può essere pensato anche come esistente nella realtà: poiché esistere nella realtà è sicuramente qualcosa di maggiore che esistere solo nella mente, se l'IQMCN fosse pensato come esistente solo nella mente non sarebbe più l'IQMCN.
L'ipotesi dell'IQMCN esistente solo nella mente quindi va scartata perchè porta a una contraddizione: siamo obbligati quindi ad accettare l'unica altra ipotesi possibile, ossia che l'IQMCN esista sia nella mente sia nella realtà.

È importante notare che solo a questo punto l'IQMCN viene da Anselmo assimilato al Dio cristiano.

 

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