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Scheda introduttiva su Abelardo

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Intro

Abelardo fu il rappresentante ideale della filosofia delle scholae, promossa da persone raccolte dal vescovo per formare i chierici. Poiché le scholae sorgevano vicino alla cattedrale, erano inserite nell'ambiente delle città, e quindi finivano per affrontare problemi nuovi, tra cui acquistò un peso molto rilevante la logica.

Abelardo fu un magister francese (nato nel 1079) che, come era prassi all'epoca, pronunciò i voti minori senza diventare sacerdote. In giovinezza era un maestro itinerante fino a quando non riuscì ad aprire una scuola a Parigi nel quartiere di Montmartre. Qui ebbe una storia d'amore con Eloisa, che diede vita a un importante scam­bio di epistole, raccolte sotto il titolo della prima: Historia mearum ca­lamitarum.

Abelardo era un grammatico e insegnava prima di tutto logica. La domanda chiave nella filosofia dell'XI secolo riguardava la natura degli universali.

L'universale

La nozione di universale in realtà risale ad Ari­stotele, e passa nella cultura latina grazie a Boe­zio: tuttavia la problematica legata a questo tema diventa essenziale solo dopo la ripresa della filo­sofia dopo il Mille.

L'universale è id quod est actum praedicari de pluribus, ossia è ciò che è atto a essere predicato di più cose.

Differisce da un semplice nome proprio perché quest'ultimo esiste grazie a una correlazione biunivoca tra il nome e una cosa singola, precisa, identificabile.

L'universale invece è appunto ciò che è atto a essere collegato, nel giudizio, a più oggetti diversi tra loro ma comunque in qualche modo collegati tra loro (al punto da essere indicati con un solo ter­mine).

Relativamente agli universali al tempo di Abelardo c'erano due cor­renti: 

 

il realismo 

 

il nominalismo. 

 

Interprete del realismo fu per esempio Guglielmo di Cham­peaux

Interprete del nominalismo fu Roscellino

 

Il realismo (richiamandosi espli­citamente a posizioni platoni­che) sostiene che le idee hanno una esistenza indipendente dalla mente, dal momento che sono create da Dio.

Il punto di forza di questa posi­zione consiste nel richiamo alla tradizione agostiniana, vivissima in tutto il medioevo. 

Il nominalismo ritiene che le parole sono solo voces, un in­sieme di lettere e sillabe emessi da noi che ovviamen­te esistono solo quando noi le pronunciamo e che non veicolano nessun significato assoluto perché i significati sono   solo semplici conven­zioni. Dal punto di vista del nominalismo Dio crea le sin­gole cose, che sono le uniche realtà esistenti, e noi creiamo delle «etichette» per orientarci e convenzional­mente intenderci. Questa posizione è avvalorata dal ri­chiamo biblico della Genesi, in cui si narra che Dio ha creato tutte le cose di questo mondo, e ha dato ad Adamo il compito di dare loro un nome; questa posizione, però, non spiega come mai esiste il sapere og­gettivo, non convenzionale, di saperi come la matemati­ca. 

 

Il problema degli universali è un problema apparentemente astratto che però ha delle conseguenze molto importanti sul modo in cui si concepisce il mondo e la vita. 

Che sia possibile fornire (in generale) una definizione è qual­cosa che viene accettato da tutti, perché altrimenti non esi­sterebbe più nessuna forma di linguaggio ma solo suoni.   Il passaggio decisivo, quello che separa le posizioni dei pensa­tori, è quello di stabilire 

se tale definizione coincide con un significato pree­sistente (simile all'eidos platonico) 

o se è frutto di una convenzione umana (i nominali­sti parlano di flatus vocis, emissione di fiato che produce un rumore). 

Questa discussione, apparentemente astratta, ha in realtà una serie di conseguenze estremamente concrete. Chi si ispira a una posizione puramente convenzionalista, per esempio, ri­fiuterà la possibilità del diritto naturale nel campo delle leggi, perché se non esiste nulla prima dell'uomo, sarà questi a for­mularle attraverso una contrattazione tra gruppi umani;  al contrario chi accetta l'impostazione realistica sarà più pro­penso ad accettare anche l'idea che esistano delle norme «na­turali», che esistono prima delle società e che queste dovreb­bero prendere a modello per le loro legislazioni. 

 

Il concettualismo di Abelardo

Il concettualismo di Abelardo

La soluzione di Abelardo, nota come concettualismo, vuole essere una soluzione di compromesso tra realismo e nominalismo: non esistono voces ma sermones, ossia parole in quanto dotate di significato; le parole intese come sermones esprimono un significato che esiste già in re, cioè nelle cose.

Quello che esiste realmente, sostiene Abelardo, sono le singole cose concrete e quindi è falso che esista una specie di «mondo delle idee» separato dal mondo delle cose. Tuttavia è altrettanto falso ritenere che i significati siano delle semplici convenzioni arbitrarie: questo albero concreto, unico e irripetibile, che io vedo fuori dalla finestra in quanto cosa è come se fosse un significato incarnato perciò quando uso la parola «albero» per indicarlo io non compio un atto arbitrario.

La nostra mente, sostiene Abelardo, ha la capacità di astrarre il significato «albero» confrontando più oggetti che hanno caratteristi­che simili. L'universale quindi esiste propriamente solo nella mente che lo astrae (come sostengono i nominalisti) ma esiste solo nel suo riferirsi alla realtà esterna. 

 

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Interpretazione del verso Stat rosa... tratta da un articolo del quotidiano Repubblica.

Abelardo fu il rappresentante ideale della filosofia delle scholae, promossa da persone raccolte dal vescovo per formare i chierici. Poiché le scholae sorgevano vicino alla cattedrale, erano inserite nell'ambiente delle città, e quindi finivano per affrontare problemi nuovi, tra cui acquistò un peso molto rilevante la logica.
 
Abelardo fu un magister francese (nato nel 1079) che, come era prassi all'epoca, pronunciò i voti minori senza diventare sacerdote. In giovinezza era un maestro itinerante fino a quando non riuscì ad aprire una scuola a Parigi nel quartiere di Montmartre. Qui ebbe una storia d'amore con Eloisa, che diede vita a un importante scam­bio di epistole, raccolte sotto il titolo della prima: Historia mearum ca­lamitarum.
 
Abelardo era un grammatico e insegnava prima di tutto logica. La domanda chiave nella filosofia dell'XI secolo riguardava la natura degli universali.
 
La nozione di universale in realtà risale ad Ari­stotele, e passa nella cultura latina grazie a Boe­zio: tuttavia la problematica legata a questo tema diventa essenziale solo dopo la ripresa della filo­sofia dopo il Mille.
 
L'universale è id quod est actum praedicari de pluribus, ossia è ciò che è atto a essere predicato di più cose.
Differisce da un semplice nome proprio perché quest'ultimo esiste grazie a una correlazione biunivoca tra il nome e una cosa singola, precisa, identificabile.
L'universale invece è appunto ciò che è atto a essere collegato, nel giudizio, a più oggetti diversi tra loro ma comunque in qualche modo collegati tra loro (al punto da essere indicati con un solo ter­mine).
 
 
 
 
 
 
 
Relativamente agli universali al tempo di Abelardo c'erano due cor­renti: 
 
il realismo 
 
il nominalismo. 
 
 
 
        Realismo
    Nominalismo
Interprete del realismo fu per esempio Guglielmo di Cham­peaux
 
Interprete del nominalismo fu Roscellino
Il realismo (richiamandosi espli­citamente a posizioni platoni­che) sostiene che le idee hanno una esistenza indipendente dalla mente, dal momento che sono create da Dio.
Il punto di forza di questa posi­zione consiste nel richiamo alla tradizione agostiniana, vivissima in tutto il medioevo. 
Il nominalismo ritiene che le parole sono solo voces, un in­sieme di lettere e sillabe emessi da noi che ovviamen­te esistono solo quando noi le pronunciamo e che non veicolano nessun significato assoluto perché i significati sono   solo semplici conven­zioni. Dal punto di vista del nominalismo Dio crea le sin­gole cose, che sono le uniche realtà esistenti, e noi creiamo delle «etichette» per orientarci e convenzional­mente intenderci. Questa posizione è avvalorata dal ri­chiamo biblico della Genesi, in cui si narra che Dio ha creato tutte le cose di questo mondo, e ha dato ad Adamo il compito di dare loro un nome; questa posizione, però, non spiega come mai esiste il sapere og­gettivo, non convenzionale, di saperi come la matemati­ca. 
 
 
 
Il problema degli universali è un problema apparentemente astratto che però ha delle conseguenze molto importanti sul modo in cui si concepisce il mondo e la vita. 
Che sia possibile fornire (in generale) una definizione è qual­cosa che viene accettato da tutti, perché altrimenti non esi­sterebbe più nessuna forma di linguaggio ma solo suoni.   Il passaggio decisivo, quello che separa le posizioni dei pensa­tori, è quello di stabilire 
se tale definizione coincide con un significato pree­sistente (simile all'eidos platonico) 
o se è frutto di una convenzione umana (i nominali­sti parlano di flatus vocis, emissione di fiato che produce un rumore). 
Questa discussione, apparentemente astratta, ha in realtà una serie di conseguenze estremamente concrete. Chi si ispira a una posizione puramente convenzionalista, per esempio, ri­fiuterà la possibilità del diritto naturale nel campo delle leggi, perché se non esiste nulla prima dell'uomo, sarà questi a for­mularle attraverso una contrattazione tra gruppi umani;  al contrario chi accetta l'impostazione realistica sarà più pro­penso ad accettare anche l'idea che esistano delle norme «na­turali», che esistono prima delle società e che queste dovreb­bero prendere a modello per le loro legislazioni. 
 
 
Il concettualismo di Abelardo
La soluzione di Abelardo, nota come concettualismo, vuole essere una soluzione di compromesso tra realismo e nominalismo: non esistono voces ma sermones, ossia parole in quanto dotate di significato; le parole intese come sermones esprimono un significato che esiste già in re, cioè nelle cose.
Quello che esiste realmente, sostiene Abelardo, sono le singole cose concrete e quindi è falso che esista una specie di «mondo delle idee» separato dal mondo delle cose. Tuttavia è altrettanto falso ritenere che i significati siano delle semplici convenzioni arbitrarie: questo albero concreto, unico e irripetibile, che io vedo fuori dalla finestra in quanto cosa è come se fosse un significato incarnato perciò quando uso la parola «albero» per indicarlo io non compio un atto arbitrario.
La nostra mente, sostiene Abelardo, ha la capacità di astrarre il significato «albero» confrontando più oggetti che hanno caratteristi­che simili. L'universale quindi esiste propriamente solo nella mente che lo astrae (come sostengono i nominalisti) ma esiste solo nel suo riferirsi alla realtà esterna. Abelardo fu il rappresentante ideale della filosofia delle scholae, promossa da persone raccolte dal vescovo per formare i chierici. Poiché le scholae sorgevano vicino alla cattedrale, erano inserite nell'ambiente delle città, e quindi finivano per affrontare problemi nuovi, tra cui acquistò un peso molto rilevante la logica.
 
Abelardo fu un magister francese (nato nel 1079) che, come era prassi all'epoca, pronunciò i voti minori senza diventare sacerdote. In giovinezza era un maestro itinerante fino a quando non riuscì ad aprire una scuola a Parigi nel quartiere di Montmartre. Qui ebbe una storia d'amore con Eloisa, che diede vita a un importante scam­bio di epistole, raccolte sotto il titolo della prima: Historia mearum ca­lamitarum.
 
Abelardo era un grammatico e insegnava prima di tutto logica. La domanda chiave nella filosofia dell'XI secolo riguardava la natura degli universali.
 
La nozione di universale in realtà risale ad Ari­stotele, e passa nella cultura latina grazie a Boe­zio: tuttavia la problematica legata a questo tema diventa essenziale solo dopo la ripresa della filo­sofia dopo il Mille.
 
L'universale è id quod est actum praedicari de pluribus, ossia è ciò che è atto a essere predicato di più cose.
Differisce da un semplice nome proprio perché quest'ultimo esiste grazie a una correlazione biunivoca tra il nome e una cosa singola, precisa, identificabile.
L'universale invece è appunto ciò che è atto a essere collegato, nel giudizio, a più oggetti diversi tra loro ma comunque in qualche modo collegati tra loro (al punto da essere indicati con un solo ter­mine).
 
 
 
 
 
 
 
Relativamente agli universali al tempo di Abelardo c'erano due cor­renti: 
 
il realismo 
 
il nominalismo. 
 
 
 
        Realismo
    Nominalismo
Interprete del realismo fu per esempio Guglielmo di Cham­peaux
 
Interprete del nominalismo fu Roscellino
Il realismo (richiamandosi espli­citamente a posizioni platoni­che) sostiene che le idee hanno una esistenza indipendente dalla mente, dal momento che sono create da Dio.
Il punto di forza di questa posi­zione consiste nel richiamo alla tradizione agostiniana, vivissima in tutto il medioevo. 
Il nominalismo ritiene che le parole sono solo voces, un in­sieme di lettere e sillabe emessi da noi che ovviamen­te esistono solo quando noi le pronunciamo e che non veicolano nessun significato assoluto perché i significati sono   solo semplici conven­zioni. Dal punto di vista del nominalismo Dio crea le sin­gole cose, che sono le uniche realtà esistenti, e noi creiamo delle «etichette» per orientarci e convenzional­mente intenderci. Questa posizione è avvalorata dal ri­chiamo biblico della Genesi, in cui si narra che Dio ha creato tutte le cose di questo mondo, e ha dato ad Adamo il compito di dare loro un nome; questa posizione, però, non spiega come mai esiste il sapere og­gettivo, non convenzionale, di saperi come la matemati­ca. 
 
 
 
Il problema degli universali è un problema apparentemente astratto che però ha delle conseguenze molto importanti sul modo in cui si concepisce il mondo e la vita. 
Che sia possibile fornire (in generale) una definizione è qual­cosa che viene accettato da tutti, perché altrimenti non esi­sterebbe più nessuna forma di linguaggio ma solo suoni.   Il passaggio decisivo, quello che separa le posizioni dei pensa­tori, è quello di stabilire 
se tale definizione coincide con un significato pree­sistente (simile all'eidos platonico) 
o se è frutto di una convenzione umana (i nominali­sti parlano di flatus vocis, emissione di fiato che produce un rumore). 
Questa discussione, apparentemente astratta, ha in realtà una serie di conseguenze estremamente concrete. Chi si ispira a una posizione puramente convenzionalista, per esempio, ri­fiuterà la possibilità del diritto naturale nel campo delle leggi, perché se non esiste nulla prima dell'uomo, sarà questi a for­mularle attraverso una contrattazione tra gruppi umani;  al contrario chi accetta l'impostazione realistica sarà più pro­penso ad accettare anche l'idea che esistano delle norme «na­turali», che esistono prima delle società e che queste dovreb­bero prendere a modello per le loro legislazioni. 
 
 
Il concettualismo di Abelardo
La soluzione di Abelardo, nota come concettualismo, vuole essere una soluzione di compromesso tra realismo e nominalismo: non esistono voces ma sermones, ossia parole in quanto dotate di significato; le parole intese come sermones esprimono un significato che esiste già in re, cioè nelle cose.
Quello che esiste realmente, sostiene Abelardo, sono le singole cose concrete e quindi è falso che esista una specie di «mondo delle idee» separato dal mondo delle cose. Tuttavia è altrettanto falso ritenere che i significati siano delle semplici convenzioni arbitrarie: questo albero concreto, unico e irripetibile, che io vedo fuori dalla finestra in quanto cosa è come se fosse un significato incarnato perciò quando uso la parola «albero» per indicarlo io non compio un atto arbitrario.
La nostra mente, sostiene Abelardo, ha la capacità di astrarre il significato «albero» confrontando più oggetti che hanno caratteristi­che simili. L'universale quindi esiste propriamente solo nella mente che lo astrae (come sostengono i nominalisti) ma esiste solo nel suo riferirsi alla realtà esterna. 

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