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Montaigne e il tema dell'abitudine

 

Della consuetudine e del non cambiar facilmente una legge accolta

Il saggio Della consuetudine e del non cambiar facilmente una legge accolta fa parte della raccolta Essais (libro I, XXIII) di Michel de Montaigne. In questo saggio Montaigne prende in considerazione il concetto di abitudine e lo descrive in relazione all'esperienza dell'uomo e della sua esperienza. Avvalendosi non solo dell'osservazione diretta della società francese contemporanea, ma attingendo anche ad un vastissimo repertorio erudito, Montaigne denuncia la contraddittorietà dei costumi sociali dei diversi popoli, ispirandosi alla propria convinzione scettica1. Nella seconda parte del saggio chiarisce le implicazioni conservatrici della propria posizione, assolutamente contraria ad ogni atteggiamento rivoluzionario.
Il saggio inizia con un esempio tratto dalla vita comune:

Mi sembra che abbia assai ben compreso la forza della consuetudine colui che per primo inventò quel racconto d'una contadina che, avendo preso ad accarezzare e portar tra le braccia un vitello fin dalla sua nascita, e continuando sempre a farlo, arrivò per abitudine a questo, che sebbene fosse ormai un grosso bue, lo portava ancora.2

Montaigne ci fa fin dalle prime battute comprendere quale sia la sua concezione della nozione di abitudine.

Infatti la consuetudine è in verità una maestra di scuola prepotente e traditrice. Essa ci mette addosso a poco a poco, senza parere, il piede della sua autorità. L'abitudine è potentissima signora di tutte le cose.3

L'abitudine è, dunque, regina della nostra vita. Ma non si ferma solamente a questo, l'abitudine intorpidisce perfino i nostri sensi.

Questi esempi stranieri non sono strani se consideriamo, cosa che proviamo abitualmente, come l'abitudine intorpidisca i nostri sensi. Non è necessario andare a cercare quello che si racconta di coloro che abitano vicino alle cateratte del fiume Nilo, e quello che pensano i filosofi della musica celeste [...] ma che generalmente gli orecchi delle creature, storditi, come quelli degli Egizi, della continuità di quel suono, non possono percepirlo per quanto forte sia.4

Montaigne fornisce un ulteriore esempio, questa volta tratto dalla sua vita quotidiana, dello stordimento dei sensi:

Quello che è più strano è che, nonostante lunghi intervalli e interruzioni, l'abitudine possa collegare e rafforzare l'effetto della sua impressione sui nostri sensi; come lo provano quelli che abitano vicini ai campanili. Io abito in casa mia in una torre in cui, alla diana e al vespro, una grossissima campana suona ogni giorno l'Ave Maria. Questo fracasso scuote perfino la mia torre; e mentre i primi giorni mi sembrò insopportabile, in poco tempo mi ci abituai, in modo che ora lo sento senza fastidio, e spesso senza svegliarmi.5

Montaigne, in questo modo, critica il principio di induzione6 attraverso il concetto di abitudine: il principio di induzione non può essere, secondo Montaigne, un criterio di verità. Nonostante tutto, tutti noi usiamo questo principio quotidianamente: noi riproponiamo noi stessi come capaci di produrre il possibile anche se non è così, tutti noi siamo convinti che il sole sorgerà all'orizzonte come è sempre successo ogni mattina ma nessuno di noi potrebbe in verità avere questa certezza, poiché essa si basa solo su ragioni empiriche, non su ragioni logiche.
Dunque noi siamo le abitudini che ci costituiscono: ma se fossimo in grado di eliminare le abitudini, troveremmo una natura dell'uomo priva di abitudini? Lo scetticismo7 proprio di Montaigne dà la risposta a questa domanda: tolte le abitudini l'uomo si rivela nel suo essere cavo e vuoto.

La consuetudine non è solo qualcosa che intorpidisce i nostri sensi, l'abitudine è un'entità bi-facciale: abitua l'uomo e gli fa apparire le altre abitudini come stranezze.

Un gentiluomo francese si puliva sempre il naso con le mani; cosa assai contraria ai nostri usi. Difendendo questo suo modo di fare mi domandò che privilegio avesse quel sudicio escremento perché gli apprestassimo un bel lino delicato per riceverlo e poi, per di più, per impacchettarlo e serrarcelo addosso con cura; che questo doveva far più orrore e più schifo che non vederlo gettare ove che fosse, come facciamo per tutti gli escrementi. Trovai che non parlava del tutto senza ragione; e che la consuetudine mi aveva tolto la percezione di quella stranezza, che tuttavia troviamo tanto schifosa quando la si racconta in un altro paese [...] L'assuefazione indebolisce la vista del nostro giudizio. I barbari ci appaiono per nulla più strani di quanto noi sembriamo a loro, né con maggiore ragione.8

Per cui accade che quello che è fuori dai cardini della consuetudine, lo si giudica fuori dai cardini della ragione; Dio sa quanto irragionevolmente, per lo più.9

Il mondo a causa dell'abitudine appare de-vertebrato da una ossatura razionale: ci sono tanti centri paradigmatici.
È il tema dell'io e quello della sua identità che traspare da questo stralcio di saggio; nella storia della filosofia incontriamo posizioni differenti o vicine tra loro. La concezione montaignana dell'io è quella di un'entità cava e vuota che si riempie delle abitudini che cambiano da società a società. Cartesio, per esempio, lotterà per mantenere la trasparenza dell'io mentre Hume lo vedrà solo come un flatus vocis, come un recipiente in cui ogni percezione è staccata dalle altre, l'io come concetto unitario non esiste è un'insieme di percezioni. Kant invece andrà contro Hume non accettando un sé multiforme e formulerà l'io penso e l'io trascendentale; Hegel insisterà sull'importanza di essere riconosciuti per quel che si è e da qui svilupperà la sua dialettica.

Montaigne è convinto del fatto che se un uomo esce dalle sue abitudini, dai suoi costumi ed entra in altri, impazzirà: chi è abituato a dei costumi è quei costumi. Nessuno può rifiutare se stesso per accettare l'altro.
Se noi confrontiamo i nostri protocolli con altri protocolli troviamo molteplici risposte a identici bisogni, dunque la natura è una natura creatrix10 che crea secondo protocolli che noi non possiamo prevedere. Da questo punto di vista il cannibalismo (pratica del "nuovo mondo" tanto criticata dal "vecchio mondo") diventa la volontà dell'uomo di assaggiare gli altri, è un cannibalismo culturale che diventa una forma di rispetto per gli altri: permetto agli altri di comunicare per poter "gustare" le loro parole, la cultura va oltre ogni limite, è ingoiatrice.

Le leggi della coscienza, che noi diciamo nascere dalla natura, nascono dalla consuetudine; ciascuno, infatti, venerando intimamente le opinioni e gli usi approvati e accolti intorno a lui, non può disfarsene senza rimorso né conformarvisi senza soddisfazione.11

Noi uomini siamo non solo esecutori ma possiamo anche riflettere sul comando al quale obbediamo, ma questo non avviene per quanto riguarda la sfera delle abitudini.
Montaigne espone la sua critica all'etnocentrismo12.

Ma il principale effetto della sua potenza è che essa ci afferra e ci stringe in modo che a mala pena possiamo riaverci della sua stretta e rientrare in noi stessi per discorrere e ragionare dei suoi comandi. In verità, poiché li succhiamo col latte fin dalla nascita e il volto del mondo si presenta siffatto al nostro primo sguardo, sembra che noi siamo nati a condizione di seguire quel cammino. E le idee comuni che vediamo aver credito intorno a noi e che ci sono infuse nell'anima dal seme dei nostri padri, sembra siano quelle generali e naturali.13

Continuando su questo punto Montaigne conferma che ogni uomo segue le leggi e le consuetudini del proprio paese. Proprio in quanto si basano sulla consuetudine e non sulla ragione, le istituzioni sociali vanno accettate e conservate, evitando con ogni cura gli inconvenienti e gli eccessi di un malinteso spirito di riforma14.

Queste considerazioni non distolgono tuttavia un uomo di senno dal seguire lo stile comune; anzi, al contrario, mi sembra che tutte le fogge personali e particolari derivino piuttosto da follia o da affettazione ambiziosa che da vera ragione; e che il saggio debba nell'intimo separar la sua anima nella folla e mantenerla libera e capace di giudicare liberamente le cose; ma quanto all'esteriore, debba seguire interamente i modi e le forme acquisite. [...] poiché è regola delle regole e legge generale delle leggi che ognuno osservi quelle del luogo in cui si trova.15

Ma, ad ogni modo, non bisogna solo obbedire alle leggi del proprio paese ma anche fare in modo che le leggi cattive cessino di esistere. Montaigne, a questo punto della sua riflessione, non accetta la possibilità della trasgressione delle abitudini. «Le novità – scrive Montaigne traendo l'amara lezione delle guerre civili religiose contemporanee – mi disgusta, sotto qualsiasi aspetto si presenti, e ho ragione, perché ne ho veduti effetti molto dannosi [...] Quelli che sommuovono uno stato sono spesso i primi ad essere coinvolti nella sua rovina».

C'è molta differenza fra la causa di colui che segue gli usi e le leggi del suo paese, e quella di colui che si accinge a dominarli e cambiarli. [...] Colui che s'impaccia di scegliere e di cambiare, si arroga l'autorità di giudicare, e deve farsi garante di vedere il difetto di ciò che eliminava e il bene di ciò che introduce.16
Perfino gli Spartani, osservatori tanto scrupolosi delle norme del loro paese, vincolati dalla loro legge che proibiva di eleggere ammiraglio per due volte la stessa persona, e d'altra parte i loro interessi esigendo assolutamente che Lisandro assumesse di nuovo quella carica, fecero, sì, ammiraglio un tale Araco, ma Lisandro sovrintendente alla marina. E con pari sottigliezza uno dei loro ambasciatori, mandato presso gli Ateniesi per ottenere il cambiamento di alcune leggi, quando Pericle gli obbiettò che era proibito togliere la tavola una volta che vi fosse stata scolpita una legge, gli consigliò di voltarla soltanto, dato che ciò non era proibito.17

Il comportamento del saggio sarà perciò coerente con quella dialettica di appartenenza e distinzione, di sottomissione critica o ironica al costume e di salvaguardia della propria individualità.18

 

Dell'esperienza

Anche in un altro saggio della medesima raccolta Essais, Montaigne fa riferimento al tema dell'abitudine. Questo avviene nel saggio Dell'esperienza (libro III, XIII). In questo saggio Montaigne fa un autoritratto ma al tempo stesso sottolinea anche problemi teorici: si fa riferimento alla sovrabbondanza delle rappresentazioni empiriche contro l'inadeguatezza della ragione19, vi è riferimento al tema della morte ed è presente il modello di carattere lucreziano di nascita-crescita-cacumen.

Spetta alla consuetudine dar forma alla nostra vita, come le piace; in questo essa può tutto: è il filtro di Circe, che muta la nostra natura come le pare.20

L'immagine dell'individuo che traspare da questa frase è quella di un uomo come mastice: come il mastice, materiale colloso tendenzialmente gommoso ideale per componenti che devono avere una certa flessibilità21, l'individuo nel suo andamento flessibile nella società viene plasmato da essa e dai suoi costumi. Dunque l'uomo è cera nella mani del costume, la consuetudine ci rende come il costume vuole.
Montaigne fa di nuovo riferimento al bi-facciale aspetto della consuetudine che non solo ci fa schiavi ma che ci fa apparire tutte le abitudini diverse dalle nostre come barbare e strane.

A noi i fondi di botte non piacciono affatto; in Portogallo quell'aroma è apprezzatissimo ed è la bevanda dei principi. Insomma ogni popolo ha parecchie abitudini e usanze che sono non solo sconosciute, ma ripugnanti e strane per un altro popolo.22

A questo punto Montaigne, inaspettatamente, esplicita la sua accettazione dei cambiamenti. Questo è un punto che entra in contraddizione con ciò che Montaigne aveva precedentemente scritto ne Della consuetudine e del non cambiar facilmente una legge accolta.23

I pezzenti hanno le loro magnificenze e le loro voluttà, come i ricchi e, si dice, le loro dignità e norme politiche. Sono effetti dell'abitudine. Essa ci può avvezzare non solo alla forma che le piace (pertanto, dicono i saggi, dobbiamo fissarci sulla migliore, che essa ci renderà immediatamente più facile), ma anche al cambiamento e alla variazione, che è il più nobile e il più utile dei suo insegnamenti. La migliore delle mie tendenze naturali è di essere duttile e poco ostinato; ho inclinazioni più personali e consuete e più piacevoli di altre; ma con pochissimo sforzo me ne allontano, e mi conformo facilmente al modo contrario.24

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