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Scheda introduttiva a Schopenhauer

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 La filosofia di questo pensatore rappresenta una notevole eccezione nel panorama del pensiero occidentale. Infatti egli da un punto di vista teoretico sviluppa un pensiero strutturalmente pessimista sul senso della realtà (dato che noi viviamo in un mondo illusorio che ci «salva» dal dover fare i conti con un fondamento del mondo irra­zionale e contraddittorio) indicando come processo etico l'allonta­namento dell'uomo dal fondamento piuttosto che l'avvicinarsi ad esso o addirittura l'assimilarsi ad esso.  Tutta la filosofia per Schopen­hauer deve rispondere allo scandalo del male e della soffe­renza, cercando di rispondere alla domanda fondamentale: «perché ogni vivere è per essere un soffrire?»

Da un punto di vista storico rappresenta una delle possibili alterna­tive alla egemonia hegeliana in campo filosofico e culturale in Ger­mania, e costituisce un possibile sviluppo delle intuizioni kantiane. La sua filosofia rappresenta il punto di partenza di Nietzsche.

Di grande interesse è anche la sua concezione del corpo, che antici­pa le intuizioni del pensiero novecentesco sul «corpo proprio» o «corpo vissuto» (Leib) in contrapposizione al corpo oggettivo, scientificamente inteso (Körper).

 

Il mondo come volontà e rappresentazione

 

Il titolo dell'opera principale di Schopenhauer rappresenta anche una perfetta sintesi del suo pensiero. Schopenhauer vede il mondo in modo essen­zialmente dualistico, confermando la separazione in linea di princi­pio tra la coscienza e le sue rappresentazioni men­tali da una par­te e il mondo «reale» dall'altra.

Noi quindi, kantianamente, non conosciamo mai il mondo come è in sé ma solo come appare a noi. È sufficiente applicare le forme di spazio e tempo e la categoria di causa (l'unica che viene salvata da Schopenhauer) per rendere ragione del mondo come ci appare.

 

 

 

Ma è possibile superare questa barriera per una via diversa da quella kantiana? Il filosofo di Konigsberg, come abbiamo visto, pensava che la via etica potesse, almeno in qualche modo, raggiungere il mondo delle cosè in sé. 

Schopenhauer dichiara di voler costruire una «metafisica dell'espe­rienza», che si basa su un principio non preso in considerazione da Kant: la volontà.

Come abbiamo accesso alla volontà? Semplicemente con la intro­spezione e l'autocoscienza, che ci mettono in condizione di acce­dere a quella particolarissima «cosa in sè» che io stesso sono. E quello che trovo quando compio questa operazione è che io sono volontà.

Il «ponte» che permette di passare dal livello delle rappresentazione (sempre esteriori, incapace di manifestare il vero essere) a quello della volontà (sempre interiore) è il corpo.

 

Il corpo infatti può essere considerato in due modi: o come feno­meno in senso kantiano, e allora non sarà altro che un oggetto tra gli oggetti; oppure come centro di volontà, luogo in cui la volontà di manifesta senza mediazioni. 

Nel primo caso io considero il corpo come «Körper», una paarola tedesca che indica appunto il corpo consdierato oggettivamente; 

nel secondo caso invece considero il corpo come «Leib», ossia come corpo vivo, vissuto «dall'interno». 

 

Quando io «voglio» alzare un braccio, per esempio, quello che la mia esperienza interiore suggerisce non è che si crei una catena di comandi causali tra il cervello e il muscoli (come pretenderebbe la scienza) ma che la mia volontà di alzare il braccio «coincida» in qualche modo con quello stesso movimento. 

 

Il Wille 

 

Il corpo permette di entrare in contatto con un livello di realtà più profondo di quello delle rappresentazioni. Esse rappresentano quel­lo che la tradizione vedica indiana chiama il «velo di maya»: un sipa­rio, un velo (maya in antico sanscrito significa creazione ma anche «illusione») gettato dalle divinità davanti agli occhi degli uomini che impedisce loro di scorgere la terribile verità ontologica: l'unica cosa in sé esistente è la Volontà (in tedesco Wille)  cieca e irrazionale, che sta sotto e dietro le rappresentazioni con cui noi crediamo di cono­scere il mondo o addirittura di dominarlo. Il Wille invece è espres­sione di una tensione cieca e irrazionale che abita, attraversa e so­stiene ogni momento della vita. La volontà è da intendersi perciò come un'energia senza uno scopo, un puro desiderio che per il fatto di essere senza senso diventa sofferenza.

 

Ecco la chiave per interpretare la vita dell'uomo. Se noi siamo in ul­tima analisi espressione di una Volontà, siamo anche espressione di un desiderio: ma non si dà desiderio senza mancanza, e quindi sen­za sofferenza. Quando il nostro obbiettivo viene raggiunto, e il bi­sogno placato, non arriva la felicità, ma la noia. 

L'ontologia

 

Fino a Schopenhauer, l'ontologia ha sempre avuto anche uno scopo etico: cercare il fondamento dell'essere è la condizione per poter organizzare la propria vita nella tensione ad esso. In questo punto però troviamo l'innovazione di Schopenhauer: il fondamento è volontà senza scopo, qualcosa di contraddittorio. Questa volta il fondamento dell'essere non è qualcosa a cui tendere, bensì qualcosa da cui discostarsi. 

Il percorso del distacco dal Wille avviene in tre tappe:

 

Il godimento estetico

 

L'arte è un mezzo per sganciarsi dalle relazioni causa-effetto, un modo per sottrarsi almeno momentaneamente all'alternanza di sof­ferenza e noia di cui consiste normalmente la vita. Questo è il pote­re dell'arte: la bellezza ci salva dalla necessità di dover cercare uno scopo che si rivela immediatamente fasullo. 

 

L'etica della compassione

 

Ci si identifica sempre di più con l'altro in modo da sottrarsi alla conflittualità con lui. Nel rapporto causa-effetto si instaura infatti una relazione istintiva di forza tra le persone, nella quale uno deoi due finisce per essere soggiogato. Pertanto bisogna sganciarsi da questa e identificare nell'altro una persona che soffre al pari nostro.

 

L'Ascesi

 

Il livello finale del percorso è quello dell'ascesi che porta come ulti­mo stadio alla noluntas, cioè la soppressione della Volontà   e qu­nidi all'interruzione del circolo vizioso desderio-sofferenza-noia L'esito è qualcosa di molto simile al perseguimento del Nirvana dei buddhisti.

 

La filosofia di questo pensatore rappresenta una notevole eccezione nel panorama del pensiero occidentale. Infatti egli da un punto di vista teoretico sviluppa un pensiero strutturalmente pessimista sul senso della realtà (dato che noi viviamo in un mondo illusorio che ci «salva» dal dover fare i conti con un fondamento del mondo irra­zionale e contraddittorio) indicando come processo etico l'allonta­namento dell'uomo dal fondamento piuttosto che l'avvicinarsi ad esso o addirittura l'assimilarsi ad esso.  Tutta la filosofia per Schopen­hauer deve rispondere allo scandalo del male e della soffe­renza, cercando di rispondere alla domanda fondamentale: «perché ogni vivere è per essere un soffrire?»
Da un punto di vista storico rappresenta una delle possibili alterna­tive alla egemonia hegeliana in campo filosofico e culturale in Ger­mania, e costituisce un possibile sviluppo delle intuizioni kantiane. La sua filosofia rappresenta il punto di partenza di Nietzsche.
Di grande interesse è anche la sua concezione del corpo, che antici­pa le intuizioni del pensiero novecentesco sul «corpo proprio» o «corpo vissuto» (Leib) in contrapposizione al corpo oggettivo, scientificamente inteso (Körper).
 
Il mondo come volontà e rappresentazione
 
Il titolo dell'opera principale di Schopenhauer rappresenta anche una perfetta sintesi del suo pensiero. Schopenhauer vede il mondo in modo essen­zialmente dualistico, confermando la separazione in linea di princi­pio tra la coscienza e le sue rappresentazioni men­tali da una par­te e il mondo «reale» dall'altra.
Noi quindi, kantianamente, non conosciamo mai il mondo come è in sé ma solo come appare a noi. È sufficiente applicare le forme di spazio e tempo e la categoria di causa (l'unica che viene salvata da Schopenhauer) per rendere ragione del mondo come ci appare.
 
 
 
Ma è possibile superare questa barriera per una via diversa da quella kantiana? Il filosofo di Konigsberg, come abbiamo visto, pensava che la via etica potesse, almeno in qualche modo, raggiungere il mondo delle cosè in sé. 
Schopenhauer dichiara di voler costruire una «metafisica dell'espe­rienza», che si basa su un principio non preso in considerazione da Kant: la volontà.
Come abbiamo accesso alla volontà? Semplicemente con la intro­spezione e l'autocoscienza, che ci mettono in condizione di acce­dere a quella particolarissima «cosa in sè» che io stesso sono. E quello che trovo quando compio questa operazione è che io sono volontà.
Il «ponte» che permette di passare dal livello delle rappresentazione (sempre esteriori, incapace di manifestare il vero essere) a quello della volontà (sempre interiore) è il corpo.
 
Il corpo infatti può essere considerato in due modi: o come feno­meno in senso kantiano, e allora non sarà altro che un oggetto tra gli oggetti; oppure come centro di volontà, luogo in cui la volontà di manifesta senza mediazioni. 
Nel primo caso io considero il corpo come «Körper», una paarola tedesca che indica appunto il corpo consdierato oggettivamente; 
nel secondo caso invece considero il corpo come «Leib», ossia come corpo vivo, vissuto «dall'interno». 
 
Quando io «voglio» alzare un braccio, per esempio, quello che la mia esperienza interiore suggerisce non è che si crei una catena di comandi causali tra il cervello e il muscoli (come pretenderebbe la scienza) ma che la mia volontà di alzare il braccio «coincida» in qualche modo con quello stesso movimento. 
 
Il Wille 
 
Il corpo permette di entrare in contatto con un livello di realtà più profondo di quello delle rappresentazioni. Esse rappresentano quel­lo che la tradizione vedica indiana chiama il «velo di maya»: un sipa­rio, un velo (maya in antico sanscrito significa creazione ma anche «illusione») gettato dalle divinità davanti agli occhi degli uomini che impedisce loro di scorgere la terribile verità ontologica: l'unica cosa in sé esistente è la Volontà (in tedesco Wille)  cieca e irrazionale, che sta sotto e dietro le rappresentazioni con cui noi crediamo di cono­scere il mondo o addirittura di dominarlo. Il Wille invece è espres­sione di una tensione cieca e irrazionale che abita, attraversa e so­stiene ogni momento della vita. La volontà è da intendersi perciò come un'energia senza uno scopo, un puro desiderio che per il fatto di essere senza senso diventa sofferenza.
 
Ecco la chiave per interpretare la vita dell'uomo. Se noi siamo in ul­tima analisi espressione di una Volontà, siamo anche espressione di un desiderio: ma non si dà desiderio senza mancanza, e quindi sen­za sofferenza. Quando il nostro obbiettivo viene raggiunto, e il bi­sogno placato, non arriva la felicità, ma la noia. 
L'ontologia
 
Fino a Schopenhauer, l'ontologia ha sempre avuto anche uno scopo etico: cercare il fondamento dell'essere è la condizione per poter organizzare la propria vita nella tensione ad esso. In questo punto però troviamo l'innovazione di Schopenhauer: il fondamento è volontà senza scopo, qualcosa di contraddittorio. Questa volta il fondamento dell'essere non è qualcosa a cui tendere, bensì qualcosa da cui discostarsi. 
Il percorso del distacco dal Wille avviene in tre tappe:
 
Il godimento estetico
 
L'arte è un mezzo per sganciarsi dalle relazioni causa-effetto, un modo per sottrarsi almeno momentaneamente all'alternanza di sof­ferenza e noia di cui consiste normalmente la vita. Questo è il pote­re dell'arte: la bellezza ci salva dalla necessità di dover cercare uno scopo che si rivela immediatamente fasullo. 
 
L'etica della compassione
 
Ci si identifica sempre di più con l'altro in modo da sottrarsi alla conflittualità con lui. Nel rapporto causa-effetto si instaura infatti una relazione istintiva di forza tra le persone, nella quale uno deoi due finisce per essere soggiogato. Pertanto bisogna sganciarsi da questa e identificare nell'altro una persona che soffre al pari nostro.
 
L'Ascesi
 
Il livello finale del percorso è quello dell'ascesi che porta come ulti­mo stadio alla noluntas, cioè la soppressione della Volontà   e qu­nidi all'interruzione del circolo vizioso desderio-sofferenza-noia L'esito è qualcosa di molto simile al perseguimento del Nirvana dei buddhisti.
 

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