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Il positivismo

 

Il termine «positivismo» indica un orientamento culturale in senso ampio che ha larga diffusione nell’Europa dell’Ottocento, influen­zando il pensiero filosofico, quello scientifico, la giurisprudenza e la letteratura. Nato in Francia nei primi decenni del secolo, il positivi­smo riprende fondamentalmente i capisaldi della tradizione illumi­nista e perciò non è particolarmente originale dal punto di vista strettamente teoretico. Tuttavia conosce ampia diffusione grazie ai rapidi progressi dell’industrializzazione diventando la «filosofia» ufficiale della borghesia, in particolare in Francia e in Inghilterra e in ciò consiste la sua enorme importanza storica. 
Come gli illuministi anche i positivisti nutrono una grande fiducia nella scienza e nella tecnica, che ritengono forze orientate al pro­gresso materiale e civile dell’umanità. L'atteggiamento complessi­vo nei confronti della realtà perciò è ottimistico: per quanto grandi siano i problemi che attualmente dobbiamo affrontare, prima o poi la scienza (con la sua estensione tecnologica) troveranno la soluzio­ne. La storia dell'umanità è lineare e unidirezionale: procede sempre verso il meglio, almeno se e in quanto si lascia guidare dalla scienza. La filosofia e soprattutto la religione sono  invece fattori che rallen­tano o addirittura invertono la marcia trionfale dell'umanità verso il migliore dei mondi possibili.
Il positivismo si differenzia dall’illuminismo per l’assolutizzazione del metodo e dei risultati della scienza e della tecnica (l'Illuminismo mantiene un senso più netto dei limiti dell'uomo ammettendo spes­so una Entità trascendente superiore, sia pure non personale), e per un’impostazione politica gradualistica e riformista (l'illuminismo in­vece sfocia nelle rivoluzioni contro l'Ancien Regime).
 
I principi del positivismo
Il positivismo, come era per l’illuminismo francese e come sarà per il neopositivismo e per la filosofia analitica del ventesimo secolo, as­sume la scienza come unica forma autentica di conoscenza, svalutando tutte le altre. 
 
 
Dal punto di vista teoretico quindi può essere considerato come una forma di riduzionismo gnoseologico, dato che riduce la conoscenza a un'unica forma, quella scientifica. 
 
 
 
 
La scienza è l'unica forma di conoscenza valida perché si confronta effettivamente con la realtà attraverso l'esperimento e  accetta di modificare le proprie affermazioni per rispettare una realtà che si considera «oggettiva» e perciò «vera». La realtà è composta di «fat­ti», che esistono prima di essere conosciuti e che rimarrebbero iden­tici a se stessi anche se nessuno li conoscesse mai. 
La filosofia al contrario per i positivisti è una forma di conoscenza inadeguata perché è nella sua essenza «metafisica». Questo significa, nella terminologia positivistica, che la filosofia cerca delle «essenze astratte» basandosi solo sui ragionamenti e le parole, senza confron­tarsi con i fatti né cercare verità sperimentali. 
Alla filosofia, esclusa dal ruolo di guida della coscienza nella ricerca della verità, viene affidato un nuovo compito: l’unificazione dei me­todi e dei risultati della ricerca scientifica. Essa può avere ancora una sua utilità se accetta di ridursi a epistemologia, ossia allo stu­dio dei principi generali delle scienze e del loro sviluppo.
 
La scienza newtoniana è la forma di conoscenza più valida ed è as­sunta dai positivisti come l'unica e definitiva conoscenza. Partendo da questa assioma, essi inferiscono la interpretazione ontologica che  la possa giustificare e fondare: un materialismo rigoroso e onni­comprensivo. Tutto è materia e tutto deve risolversi in una combi­nazione di atomi. Gli elementi si compongono in modo meccanico a qualsiasi livello della realtà e obbediscono sempre alle stesse leggi, quelle che solo la scienza può conoscere.
 
Oggi l'atteggiamento complessivo nei confronti di scienza e tecnica è molto meno ottimistico. Prima di tutto siamo consapevoli che la scienza, come ha mostrato il filosofo Thomas Kuhn nel suo celebre libro La struttura delle rivolu­zioni scientifiche, procede non in modo lineare ma alternando periodi di scienza «normale» (in cui viene sviluppato un particolare «paradigma scientifico», ossia un insieme di presupposti, di assiomi e di postulati accettati senza discus­sioni da una particolare comunità storica di scienziati) a pe­riodi di scienza «rivoluzionaria» (in cui il paradigma scienti­fico accettato fino a quel momento prima entra in crisi quando vengono scoperti dei fatti che non possono essere spiegati restando al suo interno e poi viene sostituito da un altro paradigma). 
La scienza positivistica ottocentesca vive in un periodo in cui si stava sviluppando, fino alle estreme conseguenze, il paradigma della scienza newtoniana e i filosofi che si occu­pano di questo processo rimangono impressionati dalla sua linearità, dalla sua compattezza, dalla sua capacità di risol­vere problemi: scambiano però questa fase dello sviluppo scientifico con «lo» sviluppo scientifico in quanto tale e si illudono che essa possa progredire infinitamente. 
 
Una importante conseguenza dell'impostazione positivistica è l'idea che anche l'uomo, sia come singolo sia come società, deve essere studiato esattamente come un qualsiasi oggetto di natura: nascono così due scienze completamente nuove: 
 
la psicologia sperimentale 
la sociologia. 
 
 
 
 
Il positivismo in Francia: Auguste Comte
L’opera fondamentale di Comte (1798-1854) è il Corso di filosofia po­sitiva pubblicato tra il 1830 e il 1842 che si presenta come un’enci­clopedia. Infatti il senso stesso della «filosofia positiva» è quella di coordinare le altre scienze in un quadro unitario del sapere sia sotto dal punto di vista del metodo sia da quello delle conoscenze principali. Comte prevede una classificazione gerarchica delle scien­ze fondata su una scala crescente di complessità e una legge che ne descrive l’evoluzione storica, la legge dei tre stadi. 
 
La legge dei tre stadi sostiene che ogni scienza, nel suo cammino evolutivo, deve percorrere tre stadi o momenti: 
 
teologico
metafisico 
positivo
 
Nello stadio teologico i fenomeni naturali vengono spiegati me­diante entità e potenze sovrannaturali; si ha quindi la conoscenza mitologica.  
Nello stadio metafisico si ricorre a entità concettuali, essenze e principi, come per esempio quando Molière fa dire a un personag­gio nel suo Il malato immaginario che «L’oppio fa dormire perché ha una virtus dormitiva», il che vuol dire che fa dormire perché... fa dormire. Si passa dunque dalla fantasia alla riflessione e alla ragione anche se la conoscenza è solo illusoria dato che si basa unicamente sulle parole e non sugli esperimenti. 
Solo nello stadio positivo non si ricercano più le cause ma si arriva alle leggi e per fare ciò ci si avvale del metodo scientifico basato sull’esperimento e sul ragionamento. 
 
Comte dispone poi il sapere scientifico secondo un rigido ordine: le scienze sono classificate in base alla loro complessità. La biologia e la sociologia, che studiano l’essere vivente, hanno secondo il filoso­fo il più alto grado di complessità, al contrario della matematica, dell’astronomia, della fisica e della chimica.
 
 
Il positivismo in Inghilterra: John Stuart Mill
Per Mill ogni conoscenza si fonda sull’esperienza; ogni verità scien­tifica ha una base nei fatti. Il materiale per formare una nuova teoria è fornito dall’osservazione, dall’esperienza e dalla memoria. Dal momento che le questioni metafisiche non possono essere verifica­te con l’esperienza, l’indagine filosofica non può essere presa in considerazione per la costituzione dell’oggetto. Persino i principi generali di ogni conoscenza sono verità empiriche.  
L’esperienza però non è solo la base di ogni conoscenza, ma anche il limite al cui interno la conoscenza può legittimamente costruirsi.
Nel Sistema della logica Mill descrive il funzionamento della mente umana quando conosce e ragiona richiamandosi a un indirizzo di pensiero presente da tempo in Inghilterra, che metteva al centro delle ricerca razionale la logica induttiva. 
Noi conosciamo solo i fenomeni, cioè le cose così come entrano nella nostra esperienza, e conosciamo solo un fenomeno particola­re, individuale.
 
Ogni conoscenza, anche quando produce affermazioni che hanno pretesa di universalità, non è che la genera­lizzazione di osservazioni empiriche particolari. 
 
Secondo Mill le interferenze induttive, le forme tipiche del ragiona­mento scientifico, si fondano sulla credenza in un principio di uni­formità della natura che è, a sua volta, il risultato di una catena di induzioni da osservazioni particolari.  
La fama di Mill è legata anche alla sua critica del sillogismo, con­siderato inutile per l'estensione della conoscenza, perché per essere formulato in modo corrette si deve già conoscere la conclusione come uno dei casi della premessa.
 
Stuart Mill è considerato in campo politico il campione del libera­lismo tradizionale con l'opera La libertà, ma è anche uno dei primi a riflettere sulla condizione femminile ne La soggezione della donna.  Le donne secondo il filosofo inglese vivono in una condizione di subordinazione che deriva in ultima analisi dalla violenza che ha trasformato in servitù la loro de­bolezza fisica. La loro condizione è quindi in strutturale contrasto con l'uguaglianza dei diritti che regge la civiltà liberale: non può es­servi una compiuta libertà se metà del genere umano ne è esclusa. La presunta «femminilità» è in realtà un prodotto artificia­le e cultu­rale, voluto e imposto dai maschi. Il fatto che maschi e femmine abbiano all'interno della società ruoli netta­mente diversi ha portato a uno sviluppo abnorme negli uni e negli altri di certe capacità cui ha fatto da contraltare il mancato sviluppo di altre ca­pacità: le donne hanno sviluppato la praticità, l'intuizione della par­ticolarità concreta, l'attenzione ai sentimenti a scapito dell'astrazio­ne e della generalizzazione teorica; specializzati nella speculazione, nell'astrazione razionale e nell'invenzione creativa, i maschi risulta­no privi della qualità opposte. La subordinazione delle donne si è tradotta in costi altissimi anche per tutta la società, per­ché reprime o spreca parte delle risorse intellettuali di metà del ge­nere umano, e osta­cola l'incivilimento, perché in­segna la sog­gezione di un gruppo a un altro; l'emancipazione invece arric­chisce l'intera spe­cie.

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