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Scheda introduttiva su Nietzsche

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 Friedrich Nietzsche (1844-1900) è uno dei baricentri della filosofia del Novecento: per quanto sia stato per decenni considerato un semplice letterato più che un filosofo, le sue idee a partire dagli anni Trenta del XX secolo influenzarono profondamente ampi settori della filosofia e della cultura europea continentale. 

Il suo grande merito consiste nell'aver fornito una interpretazione globale dell'occidente attraverso il prisma della filosofia, che egli è il primo a considerare come un unico, grande «errore», a partire dalla coppia Socrate-Platone fino a Nietzsche stesso. 

Questo grande errore, da cui sono derivati tutti gli altri, è l'idea della trascendenza, ovvero la convinzione che la «verità» esista sì ma secondo modalità d'essere diverse da quelle del mondo concreto in carne ed ossa in cui viviamo. 

L'unica soluzione, che si farà sempre più chiara attraverso la produ­zione del pensatore, è quella di rovesciare questa convinzione alla radice e introdurre un nuovo modo di essere uomo, che Nietzsche indica con il mito di Zarathustra, figura semileggendiaria di mistico e di religioso vissuto in Iran nel VI sec. a.C.. L'Oltreuomo annun­ciato da Zarathustra, a differenza dell'uomo europeo, sa accettare la vita reale dell'unico mondo esistente, rinunciando a ogni forma di consolazione ulteriore.

 

Apollineo e Dionisiaco

 

Nietzsche è prima di tutto un filologo classico, un geniale studioso della letteratura greca che alla fine degli anni Sessanta dell'Ottocen­to ottiene una delle più prestigiosa cattedre di filologia classica in Europa, quella all'università di Basilea.

Il suo studio sulla Nascita della tragedia del 1871, dedicato alla trage­dia greca, si fonda quindi su solide basi, anche se le sue conclusioni sono oggi accettate in modo meno acritico di quanto non fosse qualche decennio fa. L'intuizione cemtrale di Nietzsche è quella per la quale la cultura greca non fu la cultura dell'ordine, dell'armonia e dell'equilibrio (come si era sempre ritenuto): al contrario i greci furono perfettamente consapevoli del caos e dell'irrazionalità del mondo e a differenza dei moderni seppero ri­conoscerli e accettarli.

 

 

 

Tuttavia, ed è questo il punto chiave dell'intuizione nieztschiana, i greci non si limitarono ad abbracciare il caos rifiutando l'armonia, passando così da un opposto all'altro, ma seppero trovare un punto di equilibrio tra i due estremi. Questo punto di equilibrio si ebbe nella tragedia (in particolare quella di Eschilo e Sofocle), che pro­prio per questo motivo «filosofico» è la massima espressione cultu­rale della civiltà ellenica. 

La tensione dell'istinto «filosofico» greco si mostra e si esprime at­traverso le divinità di Apollo e Dioniso, che non a caso convivono nella ispirazione delle tragedie. 

Apollo è il dio della luce e della chiarezza, della misura e della for­ma: l'«apollineo» simboleggia perciò la tensione alla forma perfetta, che trova espressione nella scultura e nell'architettura. Dioniso è in­vece il dio della notte e dell'ebbrezza, del caotico e dello smisurato, della passione e del caos, e il «dionisiaco» indica quindi l'energia in­controllabile della vita.

La grandezza dei greci, secondo Nietzsche, sta nella loro capacità di contenere il momento dionisiaco contrapponendo ad esso il mo­mento apollineo, ma senza che il dionisiaco venisse distrutto. Il luo­go in cui questa straordinaria operazione viene condotta a termine sarebbe per il filosofo tedesco proprio la tragedia arcaica (con Euri­pide infatti l'equilibrio si sarebbe rotto a vantaggio del momento apollineo e della riflessione filosofica).

 

Le «maschere» di Nietzsche 

L'arte (in particolare la tragedia) ha rappresentato per l'uomo occi­dentale la prima maschera (secondo l'interpretazione complessiva di Nietzsche fornita dal filosofo italiano Gianni Vattimo) con la quale egli ha cercato di evitare di dover guardare direttamente l'orrore rappresentato dal divenire, cioè l'orrore rappresentato dalla scoperta che il mondo diveniente è privo di valore e valori.

 

La prima fase della produzione filosofica nietzschiana fu fortemente influenzata da Schopenhauer (con il suo velo di Maya) e dal compositore Richard Wagner, visto come colui che era quasi riuscito a ricreare nei tempi moderni l'unione tra apollineo e dionisiaco nel­le sue «opere d'arte globali» che riunivano musica, danza, parola e scenografie in un insieme unitario e che erano quindi erano l'unica opera d'arte moderna che po­teva aspirare a porsi sullo stesso piano delle tragedie greche.

 

La prima maschera è l'arte, intendendo con ciò la tragedia classica. La maschera «estetica» dura però poco perché non riesce a reggere all'attacco della filosofia (rappresentata da Socrate e Platone insie­me: ai tempi di Nietzsche non si riusciva ancora a distinguere con chiarezza i contributi dell'uno e dell'altro). 

Nietzsche ama e odia Socrate perché egli ha introdotto la logica astratta e il principio di non contraddizione, facendo deviare decisa­mente l'esperienza greca sul versante apollineo e rompendo quindi l'equilibrio miracoloso espresso dalla tragedia. 

Ma anche la filosofia è una maschera, ossia un filtro che l'uomo si mette sul volto per non vedere direttamente l'orrore del caos. La sua caratteristica essenziale è il tema del Vero, concepito come tra­scendente (ossia, «che sta al di là») il mondo: se il «vero» essere sono le Eide, il mondo della vita non può che essere «falso» e quin­di viene svalutato dal punto di vista pratico ed etico.

Ma il processo di progressivo svilimento della vita non si arresta qui, secondo Nietzsche: la maschera successiva è quella della reli­gione, che il filosofo piuttosto sommariamente identifica con il cri­stianesimo. Essa si ridurrebbe a un insieme di simboli che si limita­no a tradurre i contenuti fondamentali della filosofia platonica in una forma comprensibile per le masse: il mondo delle Eide si tradu­ce qui in un generico Aldilà che rappresenta il senso stesso della vita concreta e per il quale i credenti sono invitati a sacrificare tutto, a volte la vita stessa. 

Ma anche il cristianesimo nel corso dei secoli ha perso la sua per­suasiva carica trascendente e si è gradualmente ridotto a semplice etica (la quarta maschera): non si tratta più di raggiungere il mondo delle Eide, e nemmeno più di tendere verso il Paradiso, ma sempli­cemente di non far del male agli altri per non rischiare a propria volta di essere attaccati. L'etica infatti per Nietzsche è lo strumento delle masse che, essendo incapaci di vivere veramente e provando da un lato il terrore di correre il rischio di vivere la vita e dall'altro l'invidia per chi lo fa, hanno tentato di stroncare i pochissimi che comunque e sempre nella storia hanno tentato di infrangere i limiti costituiti dalla società.

 

L'ultima maschera: la scienza

L'ultima maschera è quella della scienza. La scienza ha l'indubbio merito di suscitare lo spirito della critica nei confronti delle posizio­ni tradizionali e autoritarie, ma anch'essa, spiega Nietzsche, è in ulti­ma analisi solo un filtro che l'uomo interpone tra sé e il mondo: è un modo non per conoscere la realtà ma per affrontare il divenire del mondo, depotenziandolo della sua carica eversiva e «dionisiaca» grazie alle previsione di quello che accadrà. 

 

 

Nel momento in cui io posso prevedere come il mondo si trasformerà questa trasformazione fa meno paura; se per esempio posso prevedere quando un uragano si abbatterà sulla costa la catastrofe fa meno paura, anche se non è pos­sibile (ancora) impedirla.

 

 

Secondo Nietzsche una volta giunti alla maschera della scienza l'occidente si è spinto fino all'estremo limite concesso dall'errore fondamentale, ossia la «metafisica platonica», che sta alle sue radici. Si apre la stagione del nichilismo: prima di tutto prendendo atto che  i valori tradizionali sono ormai decaduti. Questo nichilismo passivo è tuttavia per Nietzsche un momento di transizione perché quello che in realtà deve venire è una «trasvalutazione» di tutti i valori che permetta la nascita di una nuova umanità,  che è anticipata dall'Übermensch.

 

Così parlò Zarathustra: l'Übermensch

Smascherando i valori della tradizione, il nichilismo attivo annuncia l'avvento di nuovi valori attraverso un nuovo modello di uomo: l'Übermensch, che compare per la prima volta nell'opera Ccosì par­lò Zarathustra (il cui significativo sottotitolo è: «Un libro per tutti e per nessuno»).

 

Questo termine è stato a lungo tradotto come «Supe­ruomo», ma si tratta di una interpretazione errata, perché lascia intendere che il «rinnovamento» dell'umanità sarebbe semplicemente una amplificazio­ne di un tipo di umanità già esistente. Una traduzione migliore è invece «Oltreuomo», per alludere appunto al superamento della attuale condizione in cui l'uma­nità si trova. 

 

L’ideale che la filosofia nietzschiana propone è un uomo che deve ancora comparire sulla terra e che rappresenti una nuova umanità, letteralmente uno stadio ulteriore dello sviluppo umano. L'Oltreuo­mo è colui che ha annullato i valori precedenti; è l’essenza dell’uma­nità che entra nel compimento della propria epoca, è l’uomo la cui essenza è determinata dalla volontà di potenza ed è destinato ad assumere il dominio della terra.

 

 

Lo stile di Nietzsche è particolarissimo e inconfon­dibile. La pagina procede per pericopi, ossia brevi testi (da poche righe a qualche pagina) che si arti­colano tra loro, senza tuttavia creare un tessuto narrativo o deduttivo compatto e coerente.

 

Zarathustra, il protagonista indiscusso del libro che si ispira al suo nome, è il mitico fondatore delle religioni dell'altipiano iranico del VI secolo a.C.  Il testo si apre con il profeta che si ritira su una montagna per un lungo periodo di intensa meditazione e poi rientra tra gli uomini per portare loro il suo messaggio di speranza: l'Oltreuomo, appunto, che Zarathustra in realtà deve solo annuncia­re. Ma gli uomini non sono ancora pronti. Il messaggio di Zarathu­stra è la trasmutazione di tutti i valori, e in particolare l'amore per  l'abbraccio e l'amore per i valori della terra, ossia per i valori della esistenza autentica, vissuta nell'attimo. La tesi che riaffiora in tutta l'opera è che bisogna amare l'esistenza, si deve volere il mondo così com'è, si deve abbracciare la vita perché in realtà non c'è nient'altro. Poiché la vita è caratterizzata dal divenire, dall'andare nel nulla e dalla contraddizione, bisogna essere così grandi e così amanti della vita da accettare, amzi da volere esplicitamente tutto questo. 

 

La metafora del nano

Nella interpretazione di Gianni Vattimo un ruolo centrale nello Za­rathustra (e in tutta la filosofia di Nietsche) è giocato dalla teoria «dell'eterno ritorno», che viene presentata attraverso la metafora del nano: questi (che compare improvvisamente nel testo) si trova su un sentiero che sembra stendersi all'infinito in linea retta da una parte e dall'altra sulla superficie della terra, e deve decidere in quale direzione avviarsi.. La sua meditazione si conclude quando si rende conto che in realtà il sentiero si prolunga su tutta la terra, e quindi la parte che va a destra si congiunge col sentiero che va a sinistra. Questo significa che qualunque direzione il nano prenda tornerà esattamente al punto in cui si trova ora, ed entrambi i sentieri lo ri­porteranno a quel punto in cui si trova ora. Questo vuol dire che ciascun attimo della storia, coincide con il proprio signi­ficato, e quindi deve essere vissuto come qualcosa di assoluto. Ogni attimo è destinato a ripetersi infinite volte. 

 

 

Altri prima di Nietzsche avevano già avuto intuizioni simili; ad esempio gli Stoici col loro tentativo di annullare la con­traddittorietà del divenire, grazie all'idea di una ciclicità che si ripresenta sempre uguale a sè stessa.

 

La tesi dell'eterno ritorno sembra a un primo sguardo molto para­dossale perché sembra contraddire tutto il lavoro di smantellamento della metafisica portato avanti da Nietzche in tutta la sua opera. In realtà l'eterno ritorno non va inteso qui come una tesi ontologica, ma come una tesi etica: essa alluda al fatto che si deve voler amare la vita al punto da desiderare che essa si ripresenti identica per un numero infinito di volte.

 

La volontà di potenza

La volontà di potenza è l'ultima opera di Nietzsche. Viene pubblicata dalla sorella, che però prima di pubblicare il libro lo modifica pro­fondamente, dando vita alla tesi di Nietzsche «padre» del nazismo, una interpretazione oggi unanimemente rigettata dalla critica. 

In quest'opera Nietzsche in realtà sviluppa una sorta di protagorei­smo estremo: il mondo intero infatti va considerato come un con­flitto di interpretazioni, compresa questa stessa affermazione (altri­menti sarebbe una contraddizione). Neppure le cose possono pre­tendere da avere una esistenza autonoma: anche il mondo come noi siamo stati abituati a intenderlo è già un'interpretazione, come qual­siasi altra lettura del mondo. 

Se le cose stanno così non rimane altro che la volontà di potenza, o meglio la lotta tra le varie e differenti volontà di potenza, tra le quali alla fine si imporrà la più forte. 

 

Con questo Nietzsche non intende sostenere che si debba passare alla violenza o alla soppressione degli altri; sempli­cemente non è possibile trovare un'interpretazione più vali­da delle altre. L'Übermensch è colui che sa vivere la vita perchè la ama e lotta con le altre interpretazioni per impor­re la propria, anche se comunque non come verità assoluta. Se tutte le interpretazioni si trovano sullo stesso piano, alla fine il criterio per sceglierle si trova a metà tra l'estetico e il vitalistico. Esistono delle forze nascoste che ci guidano ver­so una determinata interpretazione.

 

La volontà di potenza è il modo in cui Nietzsche reinterpreta il sog­getto, il quale diventa un bisogno della logica e nient’altro. La so­stanza che sta alla base del soggetto deve essere tolta in favore dell’energia (intesa come energia di interpretazione). 

Se di soggetto su può o si vuole ancora parlare esso è un centro di energia, è propriamente volontà di potenza, la quale giudica ancora in base a dei valori. Il comportamento di ogni essere viene spiegato nei termini di volontà di potenza, ossia affermazione di sé e poten­ziamento della propria energia vitale, ma nella società tradizinale tale spinta si va a scontrare con la morale che inibisce e condanna istinto e vitalità, ossia il soggetto stesso che è volontà di potenza. 

Con la trasvalutazione dei valori il soggetto può apparire finalmente per quello che veramente è, sciogliere le catene in cui è stato imbri­gliato dalla metafisica e imporre nuovi valori, che sono poi i valori dionisiaci.

 

Nietzsche come «maestro del sospetto»

Il primo ad aver coniato l'espressione «maestri del sospetto» è Paul Ricoeur. Con essa vengono raccolti tre dei più importanti filosofi 3e pensatori a cavallo tra Ottocento e Novecento: Marx, Nietzsche e Freud.

 

Questi pensatori sono accomunati dal fatto di aver negato l'eviden­za  come criterio di verità. Tutti e tre sostengono che si crede di fare qualcosa per un certo motivo, mentre in realtà si è agiti da for­ze più profonde di cui non si è consapevoli, e lo si è in modo strut­turale. La differenza tra i te sta nel tipo di forze che vengono identi­ficate: attraverso cui si è agiti: 

 

nel caso di Marx le forze sono quelle economiche; 

secondo Nietzsche sono le forze vitalistiche; 

mentre in Freud è l'inconscio.

 

Friedrich Nietzsche (1844-1900) è uno dei baricentri della filosofia del Novecento: per quanto sia stato per decenni considerato un semplice letterato più che un filosofo, le sue idee a partire dagli anni Trenta del XX secolo influenzarono profondamente ampi settori della filosofia e della cultura europea continentale. 
Il suo grande merito consiste nell'aver fornito una interpretazione globale dell'occidente attraverso il prisma della filosofia, che egli è il primo a considerare come un unico, grande «errore», a partire dalla coppia Socrate-Platone fino a Nietzsche stesso. 
Questo grande errore, da cui sono derivati tutti gli altri, è l'idea della trascendenza, ovvero la convinzione che la «verità» esista sì ma secondo modalità d'essere diverse da quelle del mondo concreto in carne ed ossa in cui viviamo. 
L'unica soluzione, che si farà sempre più chiara attraverso la produ­zione del pensatore, è quella di rovesciare questa convinzione alla radice e introdurre un nuovo modo di essere uomo, che Nietzsche indica con il mito di Zarathustra, figura semileggendiaria di mistico e di religioso vissuto in Iran nel VI sec. a.C.. L'Oltreuomo annun­ciato da Zarathustra, a differenza dell'uomo europeo, sa accettare la vita reale dell'unico mondo esistente, rinunciando a ogni forma di consolazione ulteriore.
 
Apollineo e Dionisiaco
 
Nietzsche è prima di tutto un filologo classico, un geniale studioso della letteratura greca che alla fine degli anni Sessanta dell'Ottocen­to ottiene una delle più prestigiosa cattedre di filologia classica in Europa, quella all'università di Basilea.
Il suo studio sulla Nascita della tragedia del 1871, dedicato alla trage­dia greca, si fonda quindi su solide basi, anche se le sue conclusioni sono oggi accettate in modo meno acritico di quanto non fosse qualche decennio fa. L'intuizione cemtrale di Nietzsche è quella per la quale la cultura greca non fu la cultura dell'ordine, dell'armonia e dell'equilibrio (come si era sempre ritenuto): al contrario i greci furono perfettamente consapevoli del caos e dell'irrazionalità del mondo e a differenza dei moderni seppero ri­conoscerli e accettarli.
 
 
 
Tuttavia, ed è questo il punto chiave dell'intuizione nieztschiana, i greci non si limitarono ad abbracciare il caos rifiutando l'armonia, passando così da un opposto all'altro, ma seppero trovare un punto di equilibrio tra i due estremi. Questo punto di equilibrio si ebbe nella tragedia (in particolare quella di Eschilo e Sofocle), che pro­prio per questo motivo «filosofico» è la massima espressione cultu­rale della civiltà ellenica. 
La tensione dell'istinto «filosofico» greco si mostra e si esprime at­traverso le divinità di Apollo e Dioniso, che non a caso convivono nella ispirazione delle tragedie. 
Apollo è il dio della luce e della chiarezza, della misura e della for­ma: l'«apollineo» simboleggia perciò la tensione alla forma perfetta, che trova espressione nella scultura e nell'architettura. Dioniso è in­vece il dio della notte e dell'ebbrezza, del caotico e dello smisurato, della passione e del caos, e il «dionisiaco» indica quindi l'energia in­controllabile della vita.
La grandezza dei greci, secondo Nietzsche, sta nella loro capacità di contenere il momento dionisiaco contrapponendo ad esso il mo­mento apollineo, ma senza che il dionisiaco venisse distrutto. Il luo­go in cui questa straordinaria operazione viene condotta a termine sarebbe per il filosofo tedesco proprio la tragedia arcaica (con Euri­pide infatti l'equilibrio si sarebbe rotto a vantaggio del momento apollineo e della riflessione filosofica).
 
Le «maschere» di Nietzsche 
L'arte (in particolare la tragedia) ha rappresentato per l'uomo occi­dentale la prima maschera (secondo l'interpretazione complessiva di Nietzsche fornita dal filosofo italiano Gianni Vattimo) con la quale egli ha cercato di evitare di dover guardare direttamente l'orrore rappresentato dal divenire, cioè l'orrore rappresentato dalla scoperta che il mondo diveniente è privo di valore e valori.
 
La prima fase della produzione filosofica nietzschiana fu fortemente influenzata da Schopenhauer (con il suo velo di Maya) e dal compositore Richard Wagner, visto come colui che era quasi riuscito a ricreare nei tempi moderni l'unione tra apollineo e dionisiaco nel­le sue «opere d'arte globali» che riunivano musica, danza, parola e scenografie in un insieme unitario e che erano quindi erano l'unica opera d'arte moderna che po­teva aspirare a porsi sullo stesso piano delle tragedie greche.
 
La prima maschera è l'arte, intendendo con ciò la tragedia classica. La maschera «estetica» dura però poco perché non riesce a reggere all'attacco della filosofia (rappresentata da Socrate e Platone insie­me: ai tempi di Nietzsche non si riusciva ancora a distinguere con chiarezza i contributi dell'uno e dell'altro). 
Nietzsche ama e odia Socrate perché egli ha introdotto la logica astratta e il principio di non contraddizione, facendo deviare decisa­mente l'esperienza greca sul versante apollineo e rompendo quindi l'equilibrio miracoloso espresso dalla tragedia. 
Ma anche la filosofia è una maschera, ossia un filtro che l'uomo si mette sul volto per non vedere direttamente l'orrore del caos. La sua caratteristica essenziale è il tema del Vero, concepito come tra­scendente (ossia, «che sta al di là») il mondo: se il «vero» essere sono le Eide, il mondo della vita non può che essere «falso» e quin­di viene svalutato dal punto di vista pratico ed etico.
Ma il processo di progressivo svilimento della vita non si arresta qui, secondo Nietzsche: la maschera successiva è quella della reli­gione, che il filosofo piuttosto sommariamente identifica con il cri­stianesimo. Essa si ridurrebbe a un insieme di simboli che si limita­no a tradurre i contenuti fondamentali della filosofia platonica in una forma comprensibile per le masse: il mondo delle Eide si tradu­ce qui in un generico Aldilà che rappresenta il senso stesso della vita concreta e per il quale i credenti sono invitati a sacrificare tutto, a volte la vita stessa. 
Ma anche il cristianesimo nel corso dei secoli ha perso la sua per­suasiva carica trascendente e si è gradualmente ridotto a semplice etica (la quarta maschera): non si tratta più di raggiungere il mondo delle Eide, e nemmeno più di tendere verso il Paradiso, ma sempli­cemente di non far del male agli altri per non rischiare a propria volta di essere attaccati. L'etica infatti per Nietzsche è lo strumento delle masse che, essendo incapaci di vivere veramente e provando da un lato il terrore di correre il rischio di vivere la vita e dall'altro l'invidia per chi lo fa, hanno tentato di stroncare i pochissimi che comunque e sempre nella storia hanno tentato di infrangere i limiti costituiti dalla società.
 
L'ultima maschera: la scienza
L'ultima maschera è quella della scienza. La scienza ha l'indubbio merito di suscitare lo spirito della critica nei confronti delle posizio­ni tradizionali e autoritarie, ma anch'essa, spiega Nietzsche, è in ulti­ma analisi solo un filtro che l'uomo interpone tra sé e il mondo: è un modo non per conoscere la realtà ma per affrontare il divenire del mondo, depotenziandolo della sua carica eversiva e «dionisiaca» grazie alle previsione di quello che accadrà. 
 
 
Nel momento in cui io posso prevedere come il mondo si trasformerà questa trasformazione fa meno paura; se per esempio posso prevedere quando un uragano si abbatterà sulla costa la catastrofe fa meno paura, anche se non è pos­sibile (ancora) impedirla.
 
 
Secondo Nietzsche una volta giunti alla maschera della scienza l'occidente si è spinto fino all'estremo limite concesso dall'errore fondamentale, ossia la «metafisica platonica», che sta alle sue radici. Si apre la stagione del nichilismo: prima di tutto prendendo atto che  i valori tradizionali sono ormai decaduti. Questo nichilismo passivo è tuttavia per Nietzsche un momento di transizione perché quello che in realtà deve venire è una «trasvalutazione» di tutti i valori che permetta la nascita di una nuova umanità,  che è anticipata dall'Übermensch.
 
Così parlò Zarathustra: l'Übermensch
Smascherando i valori della tradizione, il nichilismo attivo annuncia l'avvento di nuovi valori attraverso un nuovo modello di uomo: l'Übermensch, che compare per la prima volta nell'opera Ccosì par­lò Zarathustra (il cui significativo sottotitolo è: «Un libro per tutti e per nessuno»).
 
Questo termine è stato a lungo tradotto come «Supe­ruomo», ma si tratta di una interpretazione errata, perché lascia intendere che il «rinnovamento» dell'umanità sarebbe semplicemente una amplificazio­ne di un tipo di umanità già esistente. Una traduzione migliore è invece «Oltreuomo», per alludere appunto al superamento della attuale condizione in cui l'uma­nità si trova. 
 
L’ideale che la filosofia nietzschiana propone è un uomo che deve ancora comparire sulla terra e che rappresenti una nuova umanità, letteralmente uno stadio ulteriore dello sviluppo umano. L'Oltreuo­mo è colui che ha annullato i valori precedenti; è l’essenza dell’uma­nità che entra nel compimento della propria epoca, è l’uomo la cui essenza è determinata dalla volontà di potenza ed è destinato ad assumere il dominio della terra.
 
 
Lo stile di Nietzsche è particolarissimo e inconfon­dibile. La pagina procede per pericopi, ossia brevi testi (da poche righe a qualche pagina) che si arti­colano tra loro, senza tuttavia creare un tessuto narrativo o deduttivo compatto e coerente.
 
Zarathustra, il protagonista indiscusso del libro che si ispira al suo nome, è il mitico fondatore delle religioni dell'altipiano iranico del VI secolo a.C.  Il testo si apre con il profeta che si ritira su una montagna per un lungo periodo di intensa meditazione e poi rientra tra gli uomini per portare loro il suo messaggio di speranza: l'Oltreuomo, appunto, che Zarathustra in realtà deve solo annuncia­re. Ma gli uomini non sono ancora pronti. Il messaggio di Zarathu­stra è la trasmutazione di tutti i valori, e in particolare l'amore per  l'abbraccio e l'amore per i valori della terra, ossia per i valori della esistenza autentica, vissuta nell'attimo. La tesi che riaffiora in tutta l'opera è che bisogna amare l'esistenza, si deve volere il mondo così com'è, si deve abbracciare la vita perché in realtà non c'è nient'altro. Poiché la vita è caratterizzata dal divenire, dall'andare nel nulla e dalla contraddizione, bisogna essere così grandi e così amanti della vita da accettare, amzi da volere esplicitamente tutto questo. 
 
La metafora del nano
Nella interpretazione di Gianni Vattimo un ruolo centrale nello Za­rathustra (e in tutta la filosofia di Nietsche) è giocato dalla teoria «dell'eterno ritorno», che viene presentata attraverso la metafora del nano: questi (che compare improvvisamente nel testo) si trova su un sentiero che sembra stendersi all'infinito in linea retta da una parte e dall'altra sulla superficie della terra, e deve decidere in quale direzione avviarsi.. La sua meditazione si conclude quando si rende conto che in realtà il sentiero si prolunga su tutta la terra, e quindi la parte che va a destra si congiunge col sentiero che va a sinistra. Questo significa che qualunque direzione il nano prenda tornerà esattamente al punto in cui si trova ora, ed entrambi i sentieri lo ri­porteranno a quel punto in cui si trova ora. Questo vuol dire che ciascun attimo della storia, coincide con il proprio signi­ficato, e quindi deve essere vissuto come qualcosa di assoluto. Ogni attimo è destinato a ripetersi infinite volte. 
 
 
Altri prima di Nietzsche avevano già avuto intuizioni simili; ad esempio gli Stoici col loro tentativo di annullare la con­traddittorietà del divenire, grazie all'idea di una ciclicità che si ripresenta sempre uguale a sè stessa.
 
La tesi dell'eterno ritorno sembra a un primo sguardo molto para­dossale perché sembra contraddire tutto il lavoro di smantellamento della metafisica portato avanti da Nietzche in tutta la sua opera. In realtà l'eterno ritorno non va inteso qui come una tesi ontologica, ma come una tesi etica: essa alluda al fatto che si deve voler amare la vita al punto da desiderare che essa si ripresenti identica per un numero infinito di volte.
 
La volontà di potenza
La volontà di potenza è l'ultima opera di Nietzsche. Viene pubblicata dalla sorella, che però prima di pubblicare il libro lo modifica pro­fondamente, dando vita alla tesi di Nietzsche «padre» del nazismo, una interpretazione oggi unanimemente rigettata dalla critica. 
In quest'opera Nietzsche in realtà sviluppa una sorta di protagorei­smo estremo: il mondo intero infatti va considerato come un con­flitto di interpretazioni, compresa questa stessa affermazione (altri­menti sarebbe una contraddizione). Neppure le cose possono pre­tendere da avere una esistenza autonoma: anche il mondo come noi siamo stati abituati a intenderlo è già un'interpretazione, come qual­siasi altra lettura del mondo. 
Se le cose stanno così non rimane altro che la volontà di potenza, o meglio la lotta tra le varie e differenti volontà di potenza, tra le quali alla fine si imporrà la più forte. 
 
Con questo Nietzsche non intende sostenere che si debba passare alla violenza o alla soppressione degli altri; sempli­cemente non è possibile trovare un'interpretazione più vali­da delle altre. L'Übermensch è colui che sa vivere la vita perchè la ama e lotta con le altre interpretazioni per impor­re la propria, anche se comunque non come verità assoluta. Se tutte le interpretazioni si trovano sullo stesso piano, alla fine il criterio per sceglierle si trova a metà tra l'estetico e il vitalistico. Esistono delle forze nascoste che ci guidano ver­so una determinata interpretazione.
 
La volontà di potenza è il modo in cui Nietzsche reinterpreta il sog­getto, il quale diventa un bisogno della logica e nient’altro. La so­stanza che sta alla base del soggetto deve essere tolta in favore dell’energia (intesa come energia di interpretazione). 
Se di soggetto su può o si vuole ancora parlare esso è un centro di energia, è propriamente volontà di potenza, la quale giudica ancora in base a dei valori. Il comportamento di ogni essere viene spiegato nei termini di volontà di potenza, ossia affermazione di sé e poten­ziamento della propria energia vitale, ma nella società tradizinale tale spinta si va a scontrare con la morale che inibisce e condanna istinto e vitalità, ossia il soggetto stesso che è volontà di potenza. 
Con la trasvalutazione dei valori il soggetto può apparire finalmente per quello che veramente è, sciogliere le catene in cui è stato imbri­gliato dalla metafisica e imporre nuovi valori, che sono poi i valori dionisiaci.
 
Nietzsche come «maestro del sospetto»
Il primo ad aver coniato l'espressione «maestri del sospetto» è Paul Ricoeur. Con essa vengono raccolti tre dei più importanti filosofi 3e pensatori a cavallo tra Ottocento e Novecento: Marx, Nietzsche e Freud.
 
Questi pensatori sono accomunati dal fatto di aver negato l'eviden­za  come criterio di verità. Tutti e tre sostengono che si crede di fare qualcosa per un certo motivo, mentre in realtà si è agiti da for­ze più profonde di cui non si è consapevoli, e lo si è in modo strut­turale. La differenza tra i te sta nel tipo di forze che vengono identi­ficate: attraverso cui si è agiti: 
 
nel caso di Marx le forze sono quelle economiche; 
secondo Nietzsche sono le forze vitalistiche; 
mentre in Freud è l'inconscio.

 

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