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Scheda introduttiva a Marx

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 Karl Marx è sicuramente uno dei pensatori più importanti dell'Ottocento e forse di tutta la storia della filosofia, prima di tutto da un punto di vista strettamente storico e culturale: la sua intuizio­ne chiave, secondo la quale l'unico modo per cambiare la realtà è quello di modificare la struttura economica attraverso una rivolu­zione politica, ha rappresentato per tutto il «secolo breve» (1917-1989) un fondamentale punto di partenza per milioni di persone. 

Da un punto di vista più filosofico egli, insieme a Freud e Nie­tzsche, fa parte di quelli che il filosofo francese Paul Ricoeur chia­ma i «maestri del sospetto», ossia coloro che per primi nella storia della filosofia occidentale mettono in cresi il valore di verità dell'evi­denza. 

Anch'egli, come Kierkegaard, trovandosi a fare filosofia dopo He­gel prende le distanze dal maestro ma lo fa in modo antitetico ri­spetto al pensatore danese, abbracciando con decisione un punto di vista materialista (ripreso dal filosofo Feuerbach). Questo lo porta a mettere al centro della sua riflessione non più il Geist e il pensiero astratto ma l'uomo concreto, abitato e attraversato da bisogni altret­tanto concreti e materiali (mangiare, bene, riposarsi...): l'uomo che vive durante la rivoluzione industriale e che viene privato dal capita­lista della sua umanità. Il cosiddetto «umanesimo marxiano» è prima di tutto la denuncia di questa situazione: in secondo luogo è la ri­conquista definitiva (attraverso la rivoluzione) di una condizione di equilibrio stabile con se stesso, gli altri, e il mondo della natura, concepito come «corpo inorganico» dell'uomo. 

Marx si pone come momento di sintesi di tutte le correnti filosofi­che dell'epoca (hegelismo, materialismo, economia politica, sociali­smo) mantiene l'idea del movimento dialettico di origine hegeliana, dando origine al cosiddetto «materialismo dialettico»

 

 

 

 

L'eredità hegeliana 

A partire dagli anni Trenta dell'Ottocento in Germania la filosofia hegeliana conquista una indiscussa egemonia. Hegel, dopo aver ot­tenuto la cattedra di filosofia di Berlino, la più importante della Germania, riesce a imporre suoi seguaci in tutte le università tede­sche. Ben presto tuttavia, dopo la sua morte, si formano due schie­ramenti: alcuni pensatori, applicando a se stessi la dialettica hegelia­na, interpretano il momento in cui si trovano a vivere come il mo­mento dell'in sé e per sé, cioè nel momento della sintesi, quel­lo in cui tutte le contraddizioni si placano; altri pensatori invece, parten­do dalle stesse premesse, giungono alla conclusione opposta e riten­gono che il momento in cui stanno vivendo sia quello del per sé, cioè dell'alienazione e della contraddizione, da cui si deve uscire con un rovesciamento dialettico. Il primo gruppo viene indicato tradi­zionalmente come la «destra hegeliana», il secondo invece come la «sinistra hegeliana». Questi ultimi, tra i quali vanno ricorda­ti almeno i nomi di David Strauss, Bruno Bauer e Ludwig Feuerba­ch, concen­trano i loro studi soprattutto sulla alienazione della reli­gione. 

 

In particolare Feuerbach è un materialista in quanto affer­ma esplicitamente che l'unica cosa che esiste è la materia, abbandonando così un caposaldo della filosofia hegeliana. Il materialismo di questo filosofo trova espressione in una sua celeberrima espressione: «L'uomo è ciò che mangia». L'altra tesi fondamentale di Feuerbach è che «il segreto del­la teologia è l'antropologia». Il filosofo porta alle estreme conseguenze l'intuizione di Hegel, secondo il quale la reli­gione è un travestimento per esporre i concetti della filoso­fia. Lo Spirito insegna agli ignoranti la dialettica attraverso il racconto del Cristo che si incarna, muore e rinasce; que­sta «favola» serve ad insegnare la filosofia a chi non ha le potenzialità di studiarla e di capirla a fondo. Per Feuerbach e per la sinistra hegeliana quindi la religione è un'invenzio­ne degli uomini: Dio è la proiezione, l'oggettivazione di ciò che di meglio c'è nell'uomo, che, non potendo sopportare la sofferenza quotidiana, proietta fuori di sé ciò che di posi­tivo riesce ad immaginare. 

 

 

 

 

 

 

La critica a Hegel 

Marx ha il grande merito di confrontarsi con tutte le principali cor­renti di pensiero presenti nell'Europa dei suoi tempi. In primo luo­go la sua critica si rivolge a Hegel, il punto di riferimento inevitabile per qualsiasi pensatore della metà dell'Ottocento. Secondo Marx il Geist di cui parla Hegel è soltanto un'astrazione : la sua grande colpa sta nell'aver preteso di dedurre da questa astrazione la vita reale. Si tratta di un tentativo condannato al fallimento: se Hegel «fa cammi­nare l'uomo sulla testa» occorre rovesciarlo per farlo di nuovo «camminare sui propri piedi». Ciò che esiste davvero è la carne, la materia, l'uomo, l'umanità in carne ed ossa. La filosofia si deve oc­cupare inizialmente dei bisogni primari dell'uomo, come mangia­re, dormire, coprirsi, e deve mostrare come un uomo possa realiz­zare se stesso. Marx polemizza soprattutto sulla concezione di stato in Hegel: il filosofo di Stoccarda riesce sì a cogliere l'essenza dello Sta­to moderno ma commette sistematicamente l'errore di conside­rare «razionale» (e quindi legittimo) l'esistente così come si presenta (per esempio lo stato prussiano). Inoltre crede che le contraddizioni che individua (per esempio tra borghese e cittadino, ossia tra indivi­duo in quanto portatore di interessi privati e l'individuo in quanto mem­bro di una comunità politica) siano già attualmente risolte, mentre non è affatto così. 

Marx negli Annali franco-tedeschi del 1844 dichiara che la critica alla alienazione religiosa deve essere superata, perché tale alienazione non è altro che un effetto della alienazione nel mondo della società e dello stato. La filosofia non può limitarsi a un «Aufklärung» delle coscienze, deve attivare le forze storiche concrete, e cioè le classi sociali. Tra queste, Marx individua il proletariato come la classe che, sola, può farsi carico della rivoluzione, perché «rappresenta la totale perdita dell'uomo può quindi ritrovare se stessa col totale riscatto dell'uomo» emacipando l'intera società.

 

L'economia

Uno dei grandi meriti di Marx è quello di aver concentrato l'atten­zione sull'economia poli­tica, e in particolare sul lavoro: esso diventa il punto di partenza della sua riflessione perché è ciò con cui l'uomo soddisfa i suoi biso­gni fondamentali. 

Il problema è che nella società capitalistica in cui Marx vive il lavoro è un lavoro «alienato»; questa espressione di origine latina significa che sia il frutto materiale del lavoro sia (ed è questa la cosa più gra­ve) il senso stesso del lavoro vengono sottratti al lavora­tore. 

L'alienazione riguarda in primo luogo l'oggetto del lavoro, cioè il prodotto in cui il lavoro si oggettiva realizzandosi: poiché l'oggetto non appartiene al lavorato­re, ma al capitalista che paga al lavoratore solo la forza lavoro fornita, l'oggettivazione è in realtà una forma di alienazione, anzi di vera e propria espropriazione dell'operaio. 

Il fenomeno ha poi altre implicazioni: l'alienazione dell'attività lavo­rativa, in quanto il lavoro alienato non è più un mo­mento di realizzazione dell'uomo, ma al contrario di disumanizzazione; l'alie­nazione del genere umano, in quanto nel lavoro alienato l'uomo perde quella che è la caratteristica più propria della sua essenza, il poter trasformare la natura secondo un progetto consapevole. La conseguenza evidente per Marx di tutto questo processo è che la proprietà privata è solo in apparenza un presupposto; è invece il ri­sultato dell'espropriazione del lavoro. 

 

La società capitalista è caratterizzata da un modo di produzione nuovo in cui il lavoratore vende una merce particolarissima, la sua forza lavoro. Questa forza lavoro di per sé ha un valore limitato perché limitate sono le sue capacità in se; il valore di questa merce si misura quindi sulla base della quantità di energia e di tempo ne­cessari perché si ricostituisca. 

Ma, e qui sta la particolarità del processo produttivo, la forza lavoro quando viene applicata alle macchine si trova a essere moltiplicata, ance molte volte: come risultati pro­duce dei beni che possiedono un valore di gran lunga maggiore della forza lavoro che è stata ne­cessaria per produrli. 

La differenza tra quello che l'operaio riceve vendendo la sua forza lavoro e quello che produce applicando questa forza lavoro alle macchine è il plus valore. Il plus valore è proprio ciò che viene sot­tratto da parte del capitalista all'operaio. 

 

Nella dialettica del servo-signore hegeliana il lavoro per­mette al servo di informare di sé la natura, ossia di pla­smarla imprimendole la sua forma. Marx prende da Hegel questa intuizione fondamentale(ossia quella per la quale l'uomo è fatto per plasmare a sua im­magine e somiglianza il corpo inorganico della natura). Il filosofo dà una conno­tazione in un certo senso escatologia alla sua visione; l'uomo infatti deve essere «sal­vato» e, non esistendo Dio, deve essere salvato realizzando compiu­tamente la propria essenza, la quale corrisponde al lavoro.

 

La proprietà privata

 

Per i borghesi il modo di produzione nuovo è naturale ed evidente; nelle costituzioni borghesi, come per esempio in quella francese e americana, il concetto di proprietà privata viene consi­derato un punto di partenza sul quale non è necessiario soffermarsi in virtù della sua ovvietà. Marx alc contrario pensa che la proprietà priva­ta non sia affatto un'evidenza, ma anzi un furto ai danni dell'opera­io da parte del capitalista. 

Nella terminologia dell'economia politica la proprietà privata è il possesso dei proprietari terrieri, ovvero cioè che i capitalisti hanno. 

Marx dice che questo concetto è un prodotto dell'ideologia, quella costruzione culturale creata dalla classe egemone, in questo caso la borghesia, in un determinato momento storico per giustificare il proprio predominio. Nella storia c'è sempre stata una classe egemo­ne, che ha comandato e che ha giustificato il proprio dominio gene­rando una sovrastruttura. La sovrastruttura della società capitalista comprende l'idea della proprietà privata: i borghesi affermano che sia giusto che essi abbiano un certo numero di ettari di proprietà perché è evidente che sia un diritto naturale. Chi ha il controllo in­segna quello che crede alle generazioni successive. Ciò che viene messo in crisi nel discorso sull'ideologia è il falso concetto di evi­denza, che secondo Marx è un inganno. 

 

Questa considerazione fa di lui uno di quei filosofi che ver­ranno chiamati «maestri del sospetto», di cui fanno parte anche Nietzsche e Freud. Questi filosofi affermano che l'evidenza è un prodotto di forze nascoste, non il dato di partenza; per Freud è prodotta dalle forze del subconscio, per Nietzsche dalle forze vitali e per Marx dai rapporti eco­nomici. I maestri del sospetto ci dicono che quello che cre­diamo evidente è prodotto in realtà da un'ideologia; siamo “agiti” da forze profonde di cui non siamo consapevoli.

 

Struttura e sovrastruttura 

I rapporti di produzione economica generano una sovrastruttura, ovvero delle differenze di classe che tendono a cristallizzarsi; infatti la classe egemone giustifica la sua ideologia sulla base della sovra­struttura. I rapporti tra le classi sociali non sono irenici, ma conflit­tuali. Le classi subalterne sono i proletari o i contadini, cioè gli strati inferiori della popolazione che sopravvivono a stento. Di fronte a questa situazione, una volta smascherata l'ideologia, è necessario cambiare i rapporti di produzione facendo la rivoluzione; non basta pensare e giungere alla conoscenza della realtà. L'agire prende la prevalenza sulla conoscenza e questo cambia l'essenza della filosofia nel mondo occidentale. Tutta la filosofia fino a questo momento af­fermava che era la conoscenza ad essere importante, ma Marx dice che la sola conoscenza non può cambiare il mondo10. La contrad­dizione della dialettica hegeliana si realizza agendo e da questo mo­mento l'agire diventa il fulcro della filosofia.

La nascita delle classi sociali. Nella storia dell'umanità si rese fin da subito necessario dedicarsi ad attività per la sopravvivenza, cioè al lavoro; esso venne diviso inizialmente tra uomini e donne. Successi­vamente, quando le attività iniziarono a diversificarsi e il numero di occupazioni crebbe, si sviluppò l'idea fondamentale che il singolo non può fare tutto. In questo modo il lavoro viene distribuito e si formano le classi sociali, ognuna delle quali ha i propri compiti. Il rapporto tra le classi è conflittuale in quanto in ogni periodo c'è sempre una classe che domina; non c'è possibilità di una composi­zione irenica, cioè pacifica tra le classi sociali.

 

Il manifesto del partito comunista

Marx ed Engels sono esponenti del partito comunista e, per favori­re la divulgazione delle proprie idee, scrissero il Manifesto del Parti­to Comunista. La Lega comunista incaricò i due intellettuali di scri­vere questo manifesto nel dicembre del 1847 e nel gennaio del 1848 la sua stesura era già conclusa. Infatti la rivoluzione del 1848 doveva apparire come un cambiamento definitivo.

Il libro fu commissionato dalla Lega dei Comunisti per esprimere il loro progetto politico. Il libro si apre infatti con la famosa frase, se­guita da una dichiarazione di intenti:

«Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro del comunismo. Tut­te le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi. ... È ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappon­gano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del par­tito stesso.»

 

 

Da quanto emerge da questo incipit, il comunismo risulta avversato dai poteri della vecchia Europa, ovvero da coloro che vogliono con­servare i privilegi che hanno sempre mantenuto. In questo manife­sto infatti si paragonano tra loro le lotte di classe nei diversi periodi storici: i patrizi nell'antica Roma dominavano a discapito dei plebei; nel Medioevo erano invece i vassalli a sottomettere al loro potere i servi della gleba; prima della rivoluzione francese i borghesi erano schiacciati dalla nobiltà; nell'Ottocento in Europa infine si è creata una società capitalistica in cui i borghesi padroneggiano sui proleta­ri. È proprio questa la situazione in cui Marx ed Engels si trovano ed essi si pongono l'obiettivo di porre fine a queste disuguaglianze sociali. Ciascuna delle classi dominanti, nel corso della storia, è stata scalzata dalla classe dominata attraverso una rivoluzione; la storia viene pertanto definita come storia di lotta di classe. Il processo non si è mai concluso con un'uguaglianza tra le classi, ma si è sem­pre definita una nuova classe dominante. 

 

Oggi, sostiene Marx, la borghesia ha introdotto un sistema capitali­stico che ha cambiato le regole di produzione: a differenza di quello che è sempre accaduto nella storia, per la prima volta si la separa­zione tra i mezzi di produzione e la forza lavoro. 

Il capitalista, colui che possiede i mezzi di produzione, compra la forza lavoro dai proletari per produrre. 

La tesi di Marx sostiene che è necessaria una rivoluzione in cui il proletariato rovesci la borghesia; Marx si esprime come se la rivolu­zione in questione debba concludere la storia. A questo punto è spontaneo chiedersi perchè debba essere proprio il proletariato a chiudere questo processo di rivoluzioni. Nel sistema capitalistico ha la proprietà dei mezzi di produzione, mentre il proletario non ha nulla. Ad un certo punto i capitalisti entrano in competizione fra di loro fino a che, per una sorta di selezione naturale, alla fine ne ri­marrà uno solo o comunque pochi; a quel punto la rivoluzione del proletariato, a cui si aggiungeranno gli ex-capitalisti, vedrà scontrar­si i proletari contro l'uomo o i pochi uomini capitalisti. La rivoluzio­ne del proletariato era vista dai due esponenti del comunismo come la lotta dell'umanità intera che riconquista la propria natura riappro­priandosi dei mezzi di produzione. 

Queste erano le previsioni di Marx, che tuttavia si sbagliò. Infatti egli credeva che il sistema sarebbe entrato in crisi a causa della so­vrapproduzione, proprio come si verificò durante la prima guerra mondiale, quando non esisteva più spazio nel mercato. Tuttavia, tra il 1910 e il 1913 Ford riuscì a migliorare il sistema in modo da non causare il fallimento totale del sistema; egli alzò gli stipendi in modo da permettere agli operai di comprare essi stessi le automobili, in­crementando il mercato. Finora la legge dominante riguardo ai sala­ri era stata la cosiddetta legge bronzea, la quale stabiliva che i salari dovessero essenzialmente corrispondere alla sussistenza degli ope­rai. Con l'esempio di Ford, tutti i capitalisti alzarono i salari e riusci­rono a riavviare il mercato, migliorando in parte il sistema. 

Le previsioni di Marx risultarono scorrette anche perchè egli non aveva previsto che i capitalisti avrebbero potuto coinvolgere anche gli strati medio-alti della popolazione nella gestione del mercato at­traverso il gioco in borsa. In questo modo anche gli appartenenti alla piccola borghesia riuscirono ad entrare nel sistema assumendo anche minuscole parti della proprietà delle imprese. La rivoluzione comunista inoltre si sarebbe dovuta verificare in Germania, mentre in realtà questo accadde in Russia.

 

Il capitale

Il capitale è l'opera più importante di Marx, il tema sviluppato è quel­lo della merce. Oggetto materiale e sensibile, la merce rivela , quan­do viene sottoposta all'analisi, una complessità che è quella stessa del modo di produzione capitalistico

 

Il carattere essenziale della merce è la sua duplicità: ogni singola merce è infatti contemporaneamente mezzo per la soddisfazione di un bisogno e oggetto che viene scambiato sul mercato. Ha un valo­re d'uso e un valore di scambio. Il valore d'uso di una merce ha a che fare con le sue caratteristiche qualitative, oggetti differenti han­no qualità differenti; il valore d'uso si realizza nel consumo. Al con­trario, il valore di scambio prescinde dalle differenze qualitative, nel­lo scambio una merce si rapporta all'altra solo in relazione alla quantità. Un vestito per esempio si può scambiare con un paio di scarpe, ciò che conta è la proporzione con cui avviene lo scambio. Lo scambio presuppone dunque un'astrazione dalle caratteristiche fisiche della merce e della sua utilità. Il valore di scambio è l'astra­zione di tale valore e il denaro non è che la forma in cui tutte le merci si eguagliano, cioè l'equivalente generale di tutte le merci.

 

Marx osserva che lo scambio fra due merci presuppone il riferimen­to a una “terza cosa”, che non è nessuna delle due merci, ma che tuttavia necessita di qualcosa in comune con entrambe. Ogni merce ha in comune con le altre il lavoro umano in essa oggettivato. La medesima duplicità che caratterizza la merce la si ritrova nel lavoro: se dal punto di vista del valore d'uso si presenta come lavoro con­creto, dal punto di vista del valore di scambio ciò che conta è il la­voro astratto, il lavoro umano spogliato da ogni determinazione qualitativa, il lavoro umano in quanto fonte di valore.

 

Il lavoro astratto si esprime quantitativamente come tempo di lavo­ro. Il valore di una merce è dato dunque dal lavoro in essa contenu­to misurato come tempo. Ma questa misura non riguarda il tempo impiegato dal singolo lavoratore, bensì corrisponde al tempo di la­voro socialmente necessario erogato per produrre la generalità delle merci scambiate. I soldi sono il tempo trasformato in bene.

Il processo di produzione della merce inizia quando un imprendito­re investe una quantità di denaro (capitale) per acquistare i mezzi di produzione. Le merci prodotte devono realizzare sul mercato un valore di scambio maggiore del valore dei mezzi di produzione ac­quistati per costruirle. La “formula del capitale” che descrive questo processo è D – M – D', dove D è il denaro investito inizialmente, M la merce prodotta e D' il denaro che ho ottenuto dalla vendita di D, sempre maggiore del denaro investito.

Marx ha cura di distinguere questa formula da quella che esprime il processo di circolazione semplice della merce: M – D – M. Si deve notare la diversa posizione e ruolo del denaro nelle due formule: nella seconda infatti opera di intermediario dello scambio, nella pri­ma invece rappresenta gli estremi e tra il valore iniziale e finale c'è un plusvalore. L'origine del plusvalore delle merci non va ricercato nella sfera della circolazione delle merci, ma in quella della produ­zione: la merce viene infatti valorizzata durante il processo produt­tivo.

 

La dinamica interna alla società capitalistica è rappresentata dal fat­to che si accumuli sempre più denaro, non c'è un limite, non è un bisogno. Un limite però può essere rappresentato dalla terra, limite insuperabile, e per questo non è possibile che si espanda all'infinito.

 

Karl Marx è sicuramente uno dei pensatori più importanti dell'Ottocento e forse di tutta la storia della filosofia, prima di tutto da un punto di vista strettamente storico e culturale: la sua intuizio­ne chiave, secondo la quale l'unico modo per cambiare la realtà è quello di modificare la struttura economica attraverso una rivolu­zione politica, ha rappresentato per tutto il «secolo breve» (1917-1989) un fondamentale punto di partenza per milioni di persone. 
Da un punto di vista più filosofico egli, insieme a Freud e Nie­tzsche, fa parte di quelli che il filosofo francese Paul Ricoeur chia­ma i «maestri del sospetto», ossia coloro che per primi nella storia della filosofia occidentale mettono in cresi il valore di verità dell'evi­denza. 
Anch'egli, come Kierkegaard, trovandosi a fare filosofia dopo He­gel prende le distanze dal maestro ma lo fa in modo antitetico ri­spetto al pensatore danese, abbracciando con decisione un punto di vista materialista (ripreso dal filosofo Feuerbach). Questo lo porta a mettere al centro della sua riflessione non più il Geist e il pensiero astratto ma l'uomo concreto, abitato e attraversato da bisogni altret­tanto concreti e materiali (mangiare, bene, riposarsi...): l'uomo che vive durante la rivoluzione industriale e che viene privato dal capita­lista della sua umanità. Il cosiddetto «umanesimo marxiano» è prima di tutto la denuncia di questa situazione: in secondo luogo è la ri­conquista definitiva (attraverso la rivoluzione) di una condizione di equilibrio stabile con se stesso, gli altri, e il mondo della natura, concepito come «corpo inorganico» dell'uomo. 
Marx si pone come momento di sintesi di tutte le correnti filosofi­che dell'epoca (hegelismo, materialismo, economia politica, sociali­smo) mantiene l'idea del movimento dialettico di origine hegeliana, dando origine al cosiddetto «materialismo dialettico»
 
 
 
 
L'eredità hegeliana 
A partire dagli anni Trenta dell'Ottocento in Germania la filosofia hegeliana conquista una indiscussa egemonia. Hegel, dopo aver ot­tenuto la cattedra di filosofia di Berlino, la più importante della Germania, riesce a imporre suoi seguaci in tutte le università tede­sche. Ben presto tuttavia, dopo la sua morte, si formano due schie­ramenti: alcuni pensatori, applicando a se stessi la dialettica hegelia­na, interpretano il momento in cui si trovano a vivere come il mo­mento dell'in sé e per sé, cioè nel momento della sintesi, quel­lo in cui tutte le contraddizioni si placano; altri pensatori invece, parten­do dalle stesse premesse, giungono alla conclusione opposta e riten­gono che il momento in cui stanno vivendo sia quello del per sé, cioè dell'alienazione e della contraddizione, da cui si deve uscire con un rovesciamento dialettico. Il primo gruppo viene indicato tradi­zionalmente come la «destra hegeliana», il secondo invece come la «sinistra hegeliana». Questi ultimi, tra i quali vanno ricorda­ti almeno i nomi di David Strauss, Bruno Bauer e Ludwig Feuerba­ch, concen­trano i loro studi soprattutto sulla alienazione della reli­gione. 
 
In particolare Feuerbach è un materialista in quanto affer­ma esplicitamente che l'unica cosa che esiste è la materia, abbandonando così un caposaldo della filosofia hegeliana. Il materialismo di questo filosofo trova espressione in una sua celeberrima espressione: «L'uomo è ciò che mangia». L'altra tesi fondamentale di Feuerbach è che «il segreto del­la teologia è l'antropologia». Il filosofo porta alle estreme conseguenze l'intuizione di Hegel, secondo il quale la reli­gione è un travestimento per esporre i concetti della filoso­fia. Lo Spirito insegna agli ignoranti la dialettica attraverso il racconto del Cristo che si incarna, muore e rinasce; que­sta «favola» serve ad insegnare la filosofia a chi non ha le potenzialità di studiarla e di capirla a fondo. Per Feuerbach e per la sinistra hegeliana quindi la religione è un'invenzio­ne degli uomini: Dio è la proiezione, l'oggettivazione di ciò che di meglio c'è nell'uomo, che, non potendo sopportare la sofferenza quotidiana, proietta fuori di sé ciò che di posi­tivo riesce ad immaginare. 
 
 
 
 
 
 
La critica a Hegel 
Marx ha il grande merito di confrontarsi con tutte le principali cor­renti di pensiero presenti nell'Europa dei suoi tempi. In primo luo­go la sua critica si rivolge a Hegel, il punto di riferimento inevitabile per qualsiasi pensatore della metà dell'Ottocento. Secondo Marx il Geist di cui parla Hegel è soltanto un'astrazione : la sua grande colpa sta nell'aver preteso di dedurre da questa astrazione la vita reale. Si tratta di un tentativo condannato al fallimento: se Hegel «fa cammi­nare l'uomo sulla testa» occorre rovesciarlo per farlo di nuovo «camminare sui propri piedi». Ciò che esiste davvero è la carne, la materia, l'uomo, l'umanità in carne ed ossa. La filosofia si deve oc­cupare inizialmente dei bisogni primari dell'uomo, come mangia­re, dormire, coprirsi, e deve mostrare come un uomo possa realiz­zare se stesso. Marx polemizza soprattutto sulla concezione di stato in Hegel: il filosofo di Stoccarda riesce sì a cogliere l'essenza dello Sta­to moderno ma commette sistematicamente l'errore di conside­rare «razionale» (e quindi legittimo) l'esistente così come si presenta (per esempio lo stato prussiano). Inoltre crede che le contraddizioni che individua (per esempio tra borghese e cittadino, ossia tra indivi­duo in quanto portatore di interessi privati e l'individuo in quanto mem­bro di una comunità politica) siano già attualmente risolte, mentre non è affatto così. 
Marx negli Annali franco-tedeschi del 1844 dichiara che la critica alla alienazione religiosa deve essere superata, perché tale alienazione non è altro che un effetto della alienazione nel mondo della società e dello stato. La filosofia non può limitarsi a un «Aufklärung» delle coscienze, deve attivare le forze storiche concrete, e cioè le classi sociali. Tra queste, Marx individua il proletariato come la classe che, sola, può farsi carico della rivoluzione, perché «rappresenta la totale perdita dell'uomo può quindi ritrovare se stessa col totale riscatto dell'uomo» emacipando l'intera società.
 
L'economia
Uno dei grandi meriti di Marx è quello di aver concentrato l'atten­zione sull'economia poli­tica, e in particolare sul lavoro: esso diventa il punto di partenza della sua riflessione perché è ciò con cui l'uomo soddisfa i suoi biso­gni fondamentali. 
Il problema è che nella società capitalistica in cui Marx vive il lavoro è un lavoro «alienato»; questa espressione di origine latina significa che sia il frutto materiale del lavoro sia (ed è questa la cosa più gra­ve) il senso stesso del lavoro vengono sottratti al lavora­tore. 
L'alienazione riguarda in primo luogo l'oggetto del lavoro, cioè il prodotto in cui il lavoro si oggettiva realizzandosi: poiché l'oggetto non appartiene al lavorato­re, ma al capitalista che paga al lavoratore solo la forza lavoro fornita, l'oggettivazione è in realtà una forma di alienazione, anzi di vera e propria espropriazione dell'operaio. 
Il fenomeno ha poi altre implicazioni: l'alienazione dell'attività lavo­rativa, in quanto il lavoro alienato non è più un mo­mento di realizzazione dell'uomo, ma al contrario di disumanizzazione; l'alie­nazione del genere umano, in quanto nel lavoro alienato l'uomo perde quella che è la caratteristica più propria della sua essenza, il poter trasformare la natura secondo un progetto consapevole. La conseguenza evidente per Marx di tutto questo processo è che la proprietà privata è solo in apparenza un presupposto; è invece il ri­sultato dell'espropriazione del lavoro. 
 
La società capitalista è caratterizzata da un modo di produzione nuovo in cui il lavoratore vende una merce particolarissima, la sua forza lavoro. Questa forza lavoro di per sé ha un valore limitato perché limitate sono le sue capacità in se; il valore di questa merce si misura quindi sulla base della quantità di energia e di tempo ne­cessari perché si ricostituisca. 
Ma, e qui sta la particolarità del processo produttivo, la forza lavoro quando viene applicata alle macchine si trova a essere moltiplicata, ance molte volte: come risultati pro­duce dei beni che possiedono un valore di gran lunga maggiore della forza lavoro che è stata ne­cessaria per produrli. 
La differenza tra quello che l'operaio riceve vendendo la sua forza lavoro e quello che produce applicando questa forza lavoro alle macchine è il plus valore. Il plus valore è proprio ciò che viene sot­tratto da parte del capitalista all'operaio. 
 
Nella dialettica del servo-signore hegeliana il lavoro per­mette al servo di informare di sé la natura, ossia di pla­smarla imprimendole la sua forma. Marx prende da Hegel questa intuizione fondamentale(ossia quella per la quale l'uomo è fatto per plasmare a sua im­magine e somiglianza il corpo inorganico della natura). Il filosofo dà una conno­tazione in un certo senso escatologia alla sua visione; l'uomo infatti deve essere «sal­vato» e, non esistendo Dio, deve essere salvato realizzando compiu­tamente la propria essenza, la quale corrisponde al lavoro.
 
La proprietà privata
 
Per i borghesi il modo di produzione nuovo è naturale ed evidente; nelle costituzioni borghesi, come per esempio in quella francese e americana, il concetto di proprietà privata viene consi­derato un punto di partenza sul quale non è necessiario soffermarsi in virtù della sua ovvietà. Marx alc contrario pensa che la proprietà priva­ta non sia affatto un'evidenza, ma anzi un furto ai danni dell'opera­io da parte del capitalista. 
Nella terminologia dell'economia politica la proprietà privata è il possesso dei proprietari terrieri, ovvero cioè che i capitalisti hanno. 
Marx dice che questo concetto è un prodotto dell'ideologia, quella costruzione culturale creata dalla classe egemone, in questo caso la borghesia, in un determinato momento storico per giustificare il proprio predominio. Nella storia c'è sempre stata una classe egemo­ne, che ha comandato e che ha giustificato il proprio dominio gene­rando una sovrastruttura. La sovrastruttura della società capitalista comprende l'idea della proprietà privata: i borghesi affermano che sia giusto che essi abbiano un certo numero di ettari di proprietà perché è evidente che sia un diritto naturale. Chi ha il controllo in­segna quello che crede alle generazioni successive. Ciò che viene messo in crisi nel discorso sull'ideologia è il falso concetto di evi­denza, che secondo Marx è un inganno. 
 
Questa considerazione fa di lui uno di quei filosofi che ver­ranno chiamati «maestri del sospetto», di cui fanno parte anche Nietzsche e Freud. Questi filosofi affermano che l'evidenza è un prodotto di forze nascoste, non il dato di partenza; per Freud è prodotta dalle forze del subconscio, per Nietzsche dalle forze vitali e per Marx dai rapporti eco­nomici. I maestri del sospetto ci dicono che quello che cre­diamo evidente è prodotto in realtà da un'ideologia; siamo “agiti” da forze profonde di cui non siamo consapevoli.
 
Struttura e sovrastruttura 
I rapporti di produzione economica generano una sovrastruttura, ovvero delle differenze di classe che tendono a cristallizzarsi; infatti la classe egemone giustifica la sua ideologia sulla base della sovra­struttura. I rapporti tra le classi sociali non sono irenici, ma conflit­tuali. Le classi subalterne sono i proletari o i contadini, cioè gli strati inferiori della popolazione che sopravvivono a stento. Di fronte a questa situazione, una volta smascherata l'ideologia, è necessario cambiare i rapporti di produzione facendo la rivoluzione; non basta pensare e giungere alla conoscenza della realtà. L'agire prende la prevalenza sulla conoscenza e questo cambia l'essenza della filosofia nel mondo occidentale. Tutta la filosofia fino a questo momento af­fermava che era la conoscenza ad essere importante, ma Marx dice che la sola conoscenza non può cambiare il mondo10. La contrad­dizione della dialettica hegeliana si realizza agendo e da questo mo­mento l'agire diventa il fulcro della filosofia.
La nascita delle classi sociali. Nella storia dell'umanità si rese fin da subito necessario dedicarsi ad attività per la sopravvivenza, cioè al lavoro; esso venne diviso inizialmente tra uomini e donne. Successi­vamente, quando le attività iniziarono a diversificarsi e il numero di occupazioni crebbe, si sviluppò l'idea fondamentale che il singolo non può fare tutto. In questo modo il lavoro viene distribuito e si formano le classi sociali, ognuna delle quali ha i propri compiti. Il rapporto tra le classi è conflittuale in quanto in ogni periodo c'è sempre una classe che domina; non c'è possibilità di una composi­zione irenica, cioè pacifica tra le classi sociali.
 
Il manifesto del partito comunista
Marx ed Engels sono esponenti del partito comunista e, per favori­re la divulgazione delle proprie idee, scrissero il Manifesto del Parti­to Comunista. La Lega comunista incaricò i due intellettuali di scri­vere questo manifesto nel dicembre del 1847 e nel gennaio del 1848 la sua stesura era già conclusa. Infatti la rivoluzione del 1848 doveva apparire come un cambiamento definitivo.
Il libro fu commissionato dalla Lega dei Comunisti per esprimere il loro progetto politico. Il libro si apre infatti con la famosa frase, se­guita da una dichiarazione di intenti:
«Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro del comunismo. Tut­te le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi. ... È ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappon­gano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del par­tito stesso.»
 
 
Da quanto emerge da questo incipit, il comunismo risulta avversato dai poteri della vecchia Europa, ovvero da coloro che vogliono con­servare i privilegi che hanno sempre mantenuto. In questo manife­sto infatti si paragonano tra loro le lotte di classe nei diversi periodi storici: i patrizi nell'antica Roma dominavano a discapito dei plebei; nel Medioevo erano invece i vassalli a sottomettere al loro potere i servi della gleba; prima della rivoluzione francese i borghesi erano schiacciati dalla nobiltà; nell'Ottocento in Europa infine si è creata una società capitalistica in cui i borghesi padroneggiano sui proleta­ri. È proprio questa la situazione in cui Marx ed Engels si trovano ed essi si pongono l'obiettivo di porre fine a queste disuguaglianze sociali. Ciascuna delle classi dominanti, nel corso della storia, è stata scalzata dalla classe dominata attraverso una rivoluzione; la storia viene pertanto definita come storia di lotta di classe. Il processo non si è mai concluso con un'uguaglianza tra le classi, ma si è sem­pre definita una nuova classe dominante. 
 
Oggi, sostiene Marx, la borghesia ha introdotto un sistema capitali­stico che ha cambiato le regole di produzione: a differenza di quello che è sempre accaduto nella storia, per la prima volta si la separa­zione tra i mezzi di produzione e la forza lavoro. 
Il capitalista, colui che possiede i mezzi di produzione, compra la forza lavoro dai proletari per produrre. 
La tesi di Marx sostiene che è necessaria una rivoluzione in cui il proletariato rovesci la borghesia; Marx si esprime come se la rivolu­zione in questione debba concludere la storia. A questo punto è spontaneo chiedersi perchè debba essere proprio il proletariato a chiudere questo processo di rivoluzioni. Nel sistema capitalistico ha la proprietà dei mezzi di produzione, mentre il proletario non ha nulla. Ad un certo punto i capitalisti entrano in competizione fra di loro fino a che, per una sorta di selezione naturale, alla fine ne ri­marrà uno solo o comunque pochi; a quel punto la rivoluzione del proletariato, a cui si aggiungeranno gli ex-capitalisti, vedrà scontrar­si i proletari contro l'uomo o i pochi uomini capitalisti. La rivoluzio­ne del proletariato era vista dai due esponenti del comunismo come la lotta dell'umanità intera che riconquista la propria natura riappro­priandosi dei mezzi di produzione. 
Queste erano le previsioni di Marx, che tuttavia si sbagliò. Infatti egli credeva che il sistema sarebbe entrato in crisi a causa della so­vrapproduzione, proprio come si verificò durante la prima guerra mondiale, quando non esisteva più spazio nel mercato. Tuttavia, tra il 1910 e il 1913 Ford riuscì a migliorare il sistema in modo da non causare il fallimento totale del sistema; egli alzò gli stipendi in modo da permettere agli operai di comprare essi stessi le automobili, in­crementando il mercato. Finora la legge dominante riguardo ai sala­ri era stata la cosiddetta legge bronzea, la quale stabiliva che i salari dovessero essenzialmente corrispondere alla sussistenza degli ope­rai. Con l'esempio di Ford, tutti i capitalisti alzarono i salari e riusci­rono a riavviare il mercato, migliorando in parte il sistema. 
Le previsioni di Marx risultarono scorrette anche perchè egli non aveva previsto che i capitalisti avrebbero potuto coinvolgere anche gli strati medio-alti della popolazione nella gestione del mercato at­traverso il gioco in borsa. In questo modo anche gli appartenenti alla piccola borghesia riuscirono ad entrare nel sistema assumendo anche minuscole parti della proprietà delle imprese. La rivoluzione comunista inoltre si sarebbe dovuta verificare in Germania, mentre in realtà questo accadde in Russia.
 
Il capitale
Il capitale è l'opera più importante di Marx, il tema sviluppato è quel­lo della merce. Oggetto materiale e sensibile, la merce rivela , quan­do viene sottoposta all'analisi, una complessità che è quella stessa del modo di produzione capitalistico
 
Il carattere essenziale della merce è la sua duplicità: ogni singola merce è infatti contemporaneamente mezzo per la soddisfazione di un bisogno e oggetto che viene scambiato sul mercato. Ha un valo­re d'uso e un valore di scambio. Il valore d'uso di una merce ha a che fare con le sue caratteristiche qualitative, oggetti differenti han­no qualità differenti; il valore d'uso si realizza nel consumo. Al con­trario, il valore di scambio prescinde dalle differenze qualitative, nel­lo scambio una merce si rapporta all'altra solo in relazione alla quantità. Un vestito per esempio si può scambiare con un paio di scarpe, ciò che conta è la proporzione con cui avviene lo scambio. Lo scambio presuppone dunque un'astrazione dalle caratteristiche fisiche della merce e della sua utilità. Il valore di scambio è l'astra­zione di tale valore e il denaro non è che la forma in cui tutte le merci si eguagliano, cioè l'equivalente generale di tutte le merci.
 
Marx osserva che lo scambio fra due merci presuppone il riferimen­to a una “terza cosa”, che non è nessuna delle due merci, ma che tuttavia necessita di qualcosa in comune con entrambe. Ogni merce ha in comune con le altre il lavoro umano in essa oggettivato. La medesima duplicità che caratterizza la merce la si ritrova nel lavoro: se dal punto di vista del valore d'uso si presenta come lavoro con­creto, dal punto di vista del valore di scambio ciò che conta è il la­voro astratto, il lavoro umano spogliato da ogni determinazione qualitativa, il lavoro umano in quanto fonte di valore.
 
Il lavoro astratto si esprime quantitativamente come tempo di lavo­ro. Il valore di una merce è dato dunque dal lavoro in essa contenu­to misurato come tempo. Ma questa misura non riguarda il tempo impiegato dal singolo lavoratore, bensì corrisponde al tempo di la­voro socialmente necessario erogato per produrre la generalità delle merci scambiate. I soldi sono il tempo trasformato in bene.
Il processo di produzione della merce inizia quando un imprendito­re investe una quantità di denaro (capitale) per acquistare i mezzi di produzione. Le merci prodotte devono realizzare sul mercato un valore di scambio maggiore del valore dei mezzi di produzione ac­quistati per costruirle. La “formula del capitale” che descrive questo processo è D – M – D', dove D è il denaro investito inizialmente, M la merce prodotta e D' il denaro che ho ottenuto dalla vendita di D, sempre maggiore del denaro investito.
Marx ha cura di distinguere questa formula da quella che esprime il processo di circolazione semplice della merce: M – D – M. Si deve notare la diversa posizione e ruolo del denaro nelle due formule: nella seconda infatti opera di intermediario dello scambio, nella pri­ma invece rappresenta gli estremi e tra il valore iniziale e finale c'è un plusvalore. L'origine del plusvalore delle merci non va ricercato nella sfera della circolazione delle merci, ma in quella della produ­zione: la merce viene infatti valorizzata durante il processo produt­tivo.
 
La dinamica interna alla società capitalistica è rappresentata dal fat­to che si accumuli sempre più denaro, non c'è un limite, non è un bisogno. Un limite però può essere rappresentato dalla terra, limite insuperabile, e per questo non è possibile che si espanda all'infinito.

 

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