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Plotino: scheda introduttiva


Chi è Plotino?

È uno degli autori più difficili e importanti della storia della filosofia e il suo pensiero emerge nei luoghi più impensati. Il suo pensiero rappresenta una delle possibili opzioni ontologiche e metafisiche nella rilettura della realtà. Dal punto di vista culturale Plotino rappresenta la risposta greca al cristianesimo, che rappresentava una sfida mortale., e costituisce di fatto una sintesi di tutta la filosofia ellenica, in particolare di Aristotele e Platone.

vita

sinossi vita plotino

Al centro della riflessione di Plotino è il problema dell'essere: quale struttura esso abbia, come possano conciliarsi unità e molteplicità, immobilità e movimento, eternità e tempo

 


L’ontologia

Plotino parte da Aristotele, che aveva notato la coestensione del concetto di essere e unità: questo significa che là dove c’è essere c’è unità, e viceversa dove c’è unità c’è essere. Posso dire che qualcosa esiste solo perché questo si presenta come qualcosa di unitario.
Plotino fa l’esempio del gregge o dell’esercito: diciamo che un gregge e un esercito esistono quando vediamo un gruppo di pecore o di uomini. Ma se uno dei due insiemi si disperde non esiste più ma le ciò che lo formava sì: le pecore per essere chiamate gregge e i soldati per essere chiamati esercito devono formare un’unità, se no non esistono più come tale.
Il passo successivo è di carattere platonico: da dove viene l’unità alle cose? La risposta è: dalla partecipazione all’Unità in quanto tale. Plotino introduce la parola Uno (Hen) come concetto ontologico. Le cose esistono perché sono une, e questa unità deriva dalla partecipazione con l’unità in quanto tale, con l’Uno in sé.

 

Ma cosa possiamo dire dell’Uno in sé?
Se l’Uno deve essere davvero uno, non deve avere in sé nessuno forma di molteplicità. Deve essere assolutamente uno, puro, inscindibile, indiveniente, eterno. Non deve avere al proprio interno nessuna forma di molteplicità, nemmeno la più piccola. Questo ci costringe però, paradossalmente, a non poter ammettere nessuna qualità dell'Uno. Infatti se noi diciamo:

L’uno è bello,

oppure

L’uno è immodificabile

o addirittura

L’uno è unitario

Aggiungiamo all’Uno qualcosa, poiché se il «bello» è in qualche modo «dentro» l’Uno (dato che predico l'aggettivo «bello» dell'Uno) allora l'Uno è «due», cioè una molteplicità, dato che deve essere insieme «uno» e «bello».
In altre parole se l'Uno deve essere essere concepito come totalmente unitario allora di esso non possiamo propriamente dire nulla.

Plotino è così rigoroso nel trarre le conseguenze della sua impostazione da affermare che l'Uno non è causa, non è il bene, non è il pensiero, non è l'essere, non è propriamente nemmeno Dio e a rigor di termini non può neanche venir definito come Uno: esso possiamo dire solo ciò che non è. («lo stesso nome «Uno» non significa altro che la negazione della molteplicità - Enneadi, V,6,5 - e, dunque, solo indirettamente lo designa»).
In questo modo Plotino diventa l'iniziatore di quella che verrà chiamata in seguito «teologia negativa» [clicca qui per un approfondimento]

Il suo fondamento è totalmente trascendente, ossia totalmente al di là di quello che noi possiamo conoscere. È qualcosa che esiste, ma in un modo tale che noi non possiamo parlarne se non per analogie e simboli. Plotino per descrivere questa situazione inventa una pa­rola nuova: l’Uno è ipostasi, cioè ciò che esiste in modo autonomo.
L'Uno è la «categoria delle categorie», la «forma delle forme» (o la «forma senza forma») in cui possiamo scorgere l'idea platonica di bene; è la fonte perenne da cui ogni cosa scaturisce e verso cui tende a tornare.
L'Uno è (se vogliamo utilizzare una terminologia religiosa) un «dio senza nome». Esso rappresenta una delle immagini più astratte della divinità che mai siano state concepite, ben lontano sia dal demiurgo platonico (sottoposto alle idee) e dal «creazionismo» del Dio ebraico-cristiano (che vuole creare il mondo e che lo ama).
L'Uno di Plotino non «crea», propriamente parlando, qualcosa che è «altro da lui», cioè un mondo distinto dall'Uno stesso (come invece avviene nella tradizione ebraico-cristiana) ma si autopone liberamente, essendo infinita potenza che necessariamente si espande.

 

 

Le tre ipostasi

Nella cultura greca è impensabile che i principi ontologici opposti possano entrare direttamente in contatto.

Per questo Plotino introduce una seconda ipostasi, detta Nous (pronuncia: «nus», «Spirito»), che corrisponde esattamente al mondo delle idee platoniche e che serve ad attenuare l'abisso vertiginoso che separa l'Uno dal mondo delle cose che noi vediamo. Ma nemmeno il Nous basta  a spiegare il mondo delle cose, caratterizzato dalla trasformazione e dal divenire (caratteristiche opposte a quelle del Nous): perciò Plotino recupera la nozione di Anima del mondo (anima mundi), anch'essa derivata da Platone.


L'emanazione

Esistono quindi tre ipostasi: Uno, Nous o Spirito e Anima.

L'Uno, suprema potenza, è centro di un processo di «irradiazione» (perilampsis) che è essenzialmente una autocontemplazione di sé da parte dell'Uno:  non esiste propriamente nulla al di fuori dell'Uno, che l'Uno possa in qualche modo contemplare. Grazie a questo processo l'Uno «non esce da sé» ma «produce in sé» la sovrabbondanza d'essere di cui è portatore. Con ciò non si depotenzia, non si sminuisce, non cambia ma, semplicemente, «è ciò che dev'essere».

Per descrivere questo processo produttivo Plotino usa una serie di efficaci immagini metaforiche (ricordiamo che propriamente parlando noi non dovremmo dire nulla dell'Uno). Una delle più efficaci è l'immagine della luce che s'irradia in ogni direzione senza, per questo, veder diminuito il proprio splendore.

 

Hen Plotino

 

Dall'Uno, dunque, prima ipostasi, procede la seconda ipostasi, il Nous (o «Spirito»). Il processo di irradiazione è un processo di moltiplicazione e insieme per così dire di «indebolimento» della potenza contemplatrice originaria, che resta qualitativamente la stessa (come la luce, che allontanandosi dal centro di emissione si indebolisce pur restando se stessa).

Il Nous pensa se stesso ed è, nello stesso tempo, ciò che viene pensato: l'attività del pensiero richiede uno sdoppiamento del soggetto, che si rende «oggetto» a se stesso.

Dal Nous insieme «pensante» e «pensato» (oppure «conoscente» e «conosciuto») procede la terza ipostasi, l'Anima, che, pur continuando a partecipare della vita del Nous e quell'Uno, si fa materia, mondo e corpo, in quanto è una ulteriore moltiplicazione e frammentazione dell'unica e medesima energia contemplatrice originaria.

L'Anima occupa una posizione intermedia tra mondo intelligibile e mondo sensibile: essa, da un lato, si volge verso il Nous e quindi partecipa della vita dell'Uno, cogliendo la luce delle idee; dall'altro, come Anima del mondo, produce, ai suoi estremi confini, la materia dell'universo fisico (è dunque physis) e, infine, si specifica nei singoli corpi viventi (come «anima individuale»).

Per descrivere il rapporto tra le tre ipostasi Plotino tra l'altro la metafora del fuoco: la fiamma viva corrisponde all'Uno, perché è calore e luce insieme. Poi, come attorno al fuoco c’è una zona con luce e calore, così attorno all'Uno esiste il Nous. Infine c’è un’area molto più grande in cui si vede il fuoco ma non si sente il calore, e questa fascia corrisponde all'Anima. Il mondo che noi vediamo è l’ultimo segno del fuoco, è l’uno indebolito dai passaggi.

 

 

fuoco su spiaggia

 

Questo significa che l’Uno esprime una trascendenza assoluta, è totalmente al di là di quello che noi possiamo intuire. Questa è la risposta greca alla visione ebraico-cristiana, nella bibbia c’è infatti un passo del profeta Isaia che dice “tu es deus absconditus” (tu sei un dio nascosto). L’esperienza religiosa ebraico-cristiana parla di un Dio trascendente, altro dal mondo. Plotino risponde dicendo che è vero, ciò da cui tutto inizia è totalmente trascendente. L’unità deve derivare da un’unità fondamentale, priva di tutte le caratteristiche, per cui non può essere detto e colto.

 


Se tutto è prodotto dall’energia dell’uno, allora ogni cosa è una forma di questo Uno.

 

Per Plotino è l’Uno che, grazie alla sua energia, produce il mondo. L’Uno è ciò da cui deriva tutto il resto: in qualche modo "è" anche tutto il resto. Plotino rappresenta una delle varianti del panteismo, ossia di quelal posizione filosofica per la quale c'è identità tra il "fondamento" e il "mondo". La caratteristica del panteismo di Plotino è di essere un  "panteismo acosmista": il mondo (cioè il cosmo) non ha una sua vera consistenza ontologica. Le cose esistono solo come proiezioni, in qualche modo, dell'Uno, come se fossero solo degli ologrammi.

L’immagine che nel medioevo è usato per rappresentare questo è quella del raggio che colpisce un cristallo: il raggio di luce è sempre uguale a sé, eppure è diverso, si indebolisce come intensità, diventa colorato (ossia "altro da sè", in qualche modo)

La teologia negativa

L’Uno deve produrre il mondo, ma questo processo non può essere che necessario: il dio di Plotino non sarebbe se stesso se non producesse il mondo.

Per questo è sbagliato parlare di creazione a proposito di Plotino, perché questo implicherebbe  ammettere nell'Uno la possibilità di non produrre il mondo e allo stesso tempo la volontà (libera) di portarlo all'esistenza.

Per Plotino: Dio+mondo>Dio-mondo
Per la tradizione ebraico-cristiana:  Dio+mondo = Dio-mondo

Questo significa che se il Dio cristiano avesse deciso di NON creare il mondo, la "quantità totale" di realtà sarebbe rimasta la stessa: l'Uno di Plotino è in qualche modo costretto a produrre il mondo, invece, perché altrimenti non sarebbe neppure se stesso

  

Il punto debole della posizione di Plotino è che anche lui finisce, contro le proprie intenzioni, per ammettere almeno una forma di dualismo: quella tra l’Uno e la necessità che gli impone di costituire il mondo.

Plotino riprende esplicitamente il passo di Platone (alla conclusione dell'allegoria della caverna) in cui il sole (idea del bene) viene reinterpretato come Uno, come il bene che sta al di là delle eide. Il nostro pensiero è infatti legato al mondo delle idee, quando parliamo facciamo riferimento alle eide platoniche. La parola esprime la connessione che il pensiero ha colto tra l’oggetto sensibile e l’eidos.

L’Uno è al di sopra del livello cui si collocano sia il pensiero sia le parole: perciò è “ineffabile”, ossia indicibile.

 

Plotino afferma infatti che se noi cogliessimo davvero l’Uno (l’assoluto, il fondamento di tutto il resto) lo trasformeremmo in una cosa tra le cose, ossia tradiremmo la sua più autentica natura.

 

Se Dio esiste sicuramente non è una cosa tra le cose, non può essere paragonabile a nulla. Ma siccome le nostre parole e pensieri arrivano al massimo al livello delle eide platoniche non siamo in grado di cogliere il fondamento: non resta che la via della teologia negativa.

 

Tutti coloro che hanno dichiarato di aver avuto una esperienza mistica, ossia di aver contemplato direttamente l’assoluto, e che poi hanno tentato di descriverlo, hanno detto: "è niente" (oppure: 2è buio", oppure ancora, "è luce nella quale non si distingue nulla"). L'esperienza di Dio viene spesso descritta come "notte", "assenza", "buio":  anche se è un’esperienza dolcissima, non può essere descritto con le parole che si usano normalmente.

Le parole semplicemente non bastano e quindi si finisce per descrivere Dio con termini negativi, dicendo ciò che Dio non è, ossia si costruisce una teologia negativa.

Il "niente" di cui i mistici parlano va inteso come un "ni-ente", ossia un "non-ente", una realtà diversa dalle cose che ci circondano (che sono gli enti)

Si ammette che non si può dire quello che dio è, ma ci di deve accontentare di dire solo quello che non è.

La materia e i corpi

La materia e il male

La materia, dunque, non è che l'ultimo esito del processo di irradiazione dell'Uno, è il margine d'ombra al limitare della luce, è mancanza e privazione di bene.
Ma, si badi, non è, propriamente, il male. Il male, infatti, sta nella rinuncia dell'anima a percorrere la strada che riconduce all'Uno, il male è la "'scelta" di rimanere nelle tenebre, il male è assenza di misura, indeterminatezza, instabilità, passività, non essere: esso, in definitiva, «non è sostanza» (Enneadi, I, 8, 3).
Ma se la materia rappresenta «il confine dell'anima» ed è l'ultimo effetto della cosmica irradiazione dell'Uno, allora si deve concludere che i corpi stanno dentro le anime . Da questo primato dell'anima sul corpo nasce l'orrore del nostro filosofo per la tesi cristiana della resurrezione dei corpi, destinata a diventare uno dei dogmi centrali della nascente religione.

La strada del ritorno

Plotino, abbiamo visto, sostiene che se noi cogliessimo davvero l’Uno (l’assoluto, il fondamento di tutto il resto) lo trasformeremmo in una cosa tra le cose, ossia tradiremmo la sua più autentica natura.

Se Dio esiste sicuramente non è una cosa tra le cose, non può essere paragonabile a nulla. Ma siccome le nostre parole e pensieri arrivano al massimo alle eide platoniche non siamo in grado di percepirlo.
Per Plotino la possibilità di cogliere l’Uno è legata a un lungo processo di purificazione interiore, paragonabile a quello del Simposio platonico (alla scala di eros). Questo processo di purificazione è un progressivo abbandono della molteplicità, si devono abbandonare gradualmente tutte le forme di molteplicità che si conoscono.

Il motto è Afele panta, cioè spogliati di tutto, della corporeità, della molteplicità di sensi e idee.
Al termine del processo si arriva a una contemplazione ineffabile dell’Uno, ossia a un’esperienza mistica (termine della riflessione filosofica). Questa posizione plotiniana verrà apprezzata dai filosofi cristiani, che vedranno in lui una conferma della loro esperienza religiosa. 
Noi siamo già immersi in Dio (nell’uno, nell’energia contemplatrice dell’Uno che si è indebolita passaggio per passaggio):dobbiamo solo riconoscerlo.
Espandendosi l’energia dell’uno si moltiplica, indebolendosi, ma rimanendo sempre se stessa. Il senso della nostra vita è renderci conto di ciò e risalire la corrente, dobbiamo tornare all’esperienza originaria e abbandonare la molteplicità.
Quello che dobbiamo fare è un’opera di conversione: dobbiamo cambiare il nostro punto di vista, se guardiamo verso l’esterno vediamo solamente il nulla.


Se invece cambiamo punto di vista vediamo quello che c’è sempre stato ma che non siamo stati in grado di vedere, cioè l’Uno.

Queste intuizioni vanno tutte insieme: se si immagina l’assoluto come qualcosa di trascendente, di completamente altro, il senso della nostra vita non può essere altro che un avvicinamento a questo; ci saranno quindi dei livelli sempre maggiori da raggiungere, devi avvicinarti un passo alla volta.

L'anima dell'uomo, dunque, vive nell'incerto confine tra luce e tenebre, al limitare di quell'Uno-tutto di cui anch'essa e parte: vive, ma «francamente - scrive Plotino - il vivere quaggiù e tra le cose della terra non è che crollo ed esilio e perdita di ali». Perché se «l'Uno, immune com'è da alterità, non aspira a noi, noi sì aspiriamo a Lui [...] e in Lui sta il nostro benessere; già il semplice esserne lontani significa esistere in uno stato di minorità. [...] Inoltre la vita vera è solo lassù; poichè la vita dell'oggi, ch'è vita senza Dio, è solo un'orma di vita [...] e quando invece fissiamo in Lui lo sguardo, solo allora noi approdiamo al nostro termine e al nostro riposo [...] perché la vita di lassù è forza operante dell'Intelletto: essa genera gli dei nel riposante contatto con Lui, genera bellezza, genera giustizia, genera virtù. [...]» (Enneadi, VI, 9; 8-9).
Ma come realizzare questa unione con Dio, questo ritorno all'Uno da cui tutto ha origine e in cui tutto trova il proprio fine?
C'e una sorta di parallelismo tra «la via in giù» (che porta dall'Uno all'Anima individuale dell'uomo) e «la via in su» (che riporta l'Anima all'Uno): esiste una specie di scala di valori (come esiste una scala di ipostasi) che permette di ripercorrere il cammino verso l'Uno.
I gradini di questa metaforica scala sono la pratica della virtù, la contemplazione della bellezza e lo studio della filosofia. La virtù è purificazione, liberazione dall'esteriorità e dalla corporeità; la contemplazione della bellezza permette di cogliere la manifestazione dell'Uno nell'ordine e nell'armonia delle cose; nella filosofia, infine, si ha l'intuizione intellettuale del mondo intelligibile. Per avvicinarsi a dio non occorre «credere», è necessario «comprendere».
L'anima dell'uomo, dunque, attraverso questa serie di conquiste (morali, estetiche, intellettuali), arrivata al punto più alto della consapevolezza di sè, si libera e raggiunge lo stato in cui è possibile l'estasi (ek-stasis: uscita da sè). Nell'estasi, essa gode direttamente dell'Uno e della sua pienezza di vita.

 

Links

L'anima in Plotino Breve video di Luciano Chiaradonna
 Confronto tra Plotino e la filosofia Vedica  Complesso saggio di Giorgio Giacometti sul confronto possibile tra la filosofia di Plotino e il pensiero vedico.
 Il tema del sacro in Plotino  Lezione di Raiscuola tenuta da Maurizio Ferraris sul confronto tra Plotino e Jung sul tema del sacro. Il sacro è più importante del vero perché la salvezza è più importante della conoscenza della verità
 La bellezza secondo Plotino  Dal sito Il giradino dei pensieri, un estratto della Enneade Vi su quello che è il bello. 
 La struttura delle Enneadi  Dall'enciclopedia Treccani, la struttura delle Enneadi, il libro di Plotino.
 Le tre ipostasi originarie  Brano antologico tratto dalla Enneade V, dal sito dell'Università di Bologna. 
 La vita di Plotino  Vita di plotion scritta dal suo allievo Porfirio.
   

L’Uno deve produrre il mondo, ma questo processo non può essere che necessario: il dio di Plotino non sarebbe se stesso se non producesse il mondo.
Per questo è sbagliato parlare di creazione a proposito di Plotino, perché questo implicherebbe  ammettere nell'Uno la possibilità di non produrre il mondo e allo stesso tempo la volontà (libera) di portarlo all'esistenza.
 
Per Plotino:   Dio+mondo>Dio-mondo
 
Per la tradizione ebraico-cristiana: Dio+mondo = Dio-mondo
 
 
 
Plotino riprende esplicitamente il passo di Platone (alla conclusione dell'allegoria della caverna) in cui il sole (idea del bene) viene reinterpretato come Uno, come il bene che sta al di là delle eide. Il nostro pensiero è infatti legato al mondo delle idee, quando parliamo facciamo riferimento alle eide platoniche. La parola esprime la connessione che il pensiero ha colto tra l’oggetto sensibile e l’eidos.
L’Uno è al di sopra del livello cui si collocano sia il pensiero sia le parole: perciò è “ineffabile”, ossia indicibile.
 
 
Plotino afferma infatti che se noi cogliessimo davvero l’Uno (l’assoluto, il fondamento di tutto il resto) lo trasformeremmo in una cosa tra le cose, ossia tradiremmo la sua più autentica natura.
Se Dio esiste sicuramente non è una cosa tra le cose, non può essere paragonabile a nulla. Ma siccome le nostre parole e pensieri arrivano al massimo al livello delle eide platoniche non siamo in grado di cogliere il fondamento: non resta che la via della teologia negativa.

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