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Introduzione a Rousseau

Indice dell'articolo
La critica della società
Il Contratto sociale
L'Emilio



Nonostante Rousseau sia uno dei filosofi più rilevanti durante l'illuminismo, la sua figura si distacca molto da quelle degli altri pensatori del suo stesso periodo.
L'illuminismo è una corrente filosofica caratterizzata da un sostanziale ottimismo e fiducia nelle possibilità della ragione umana di comprendere il mondo e modificarlo. Rousseau è invece tra i primi ad avanzare dubbi verso questo ottimismo generalizzato sia nei confronti del progresso sia nei confronti della società, che ritiene «malata».
Non a caso i suoi contributi fondamentali sono nel campo della filosofia politica e in quell'educazione.
Nel campo della politica egli modifica profondamente il contrattualismo esistente teorizzando l'ideale di una società veramente e intrinsecamente democratica: se la società attuale è decadente, è necessario rifondarla alle radici con un patto (il «contratto sociale») totalmente nuovo.
Ma per creare una società nuova è necessario un tipo nuovo di uomo, e questo può essere prodotto soltanto attraverso l'educazione: Rousseau quindi si occupa anche di questo tema sviluppando la tesi fondamentale per cui il bambino è intrinsecamente buono e necessita solo di un ambiente educativo non repressivo che gli permetta di sviluppare spontaneamente tutte le proprie potenzialità.





La critica alla società

La critica alla società esistente

Rousseau nel 1749 partecipa con il Discorso sulle scienze e le arti al concorso bandito dall'Accademia di Digione sul tema: «Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a corrompere o a purificare i costumi». In altre parole, si chiede se lo sviluppo delle scienze faccia crescere la società anche da un punto di vista etico. Tutti i filosofi a questa domanda rispondono in modo affermativo, Rousseau invece no, anzi sostiene che «Le nostre anime si sono corrotte a misura che le nostre scienze e le nostre arti sono progredite verso la perfezione».
È sbagliato pensare che ci sia un nesso diretto tra lo sviluppo della conoscenza e lo sviluppo dell’etica: non diventiamo migliori perché conosciamo o sappiamo fare più cose.

Regna nei nostri costumi una vile e ingannevole uniformità, e tutti gli spiriti sembrano essere stati fusi in uno stesso stampo; senza posa la civiltà esige, la convivenza ordina.


La società occidentale è abitata da una scissione tra apparenza e realtà per cui diventa più importante l'apparire che l'essere. Tutti seguono un certo tipo di comportamento imposto che non corrisponde a ciò che si è; si crea un mondo uniforme in cui non si è in grado di manifestare la propria autenticità. Questa civiltà è vile, perché nessuno ha il coraggio di ribellarsi, e ingannevole, perché non corrisponde alla realtà. Questo vuol dire che nella società si è instaurata una scissione tra essere e apparire che, secondo il filosofo Kierkegaard, è la vera “malattia morale” dell’uomo. Essere e apparire si contrappongono, e la società risulta “opaca”, non trasparente, in cui la comunicazione fra gli uomini è distorta o impossibile e ogni relazione è coperta da un “velo uniforme e perfido di cortesia”. Tale è il frutto perverso della civiltà, giacché prima che questa si affermasse

A causa di questa scissione la comunicazione tra gli uomini è falsa e dunque lo sviluppo della scienza e della tecnologia non ha portato ad alcun miglioramento etico, tanto che «Senza posa si seguono gli usi e mai il proprio genio. Non si osa più apparire ciò che si è».
Ma, sostiene Rousseau, c'è stato un tempo in cui non c'era scissione tra apparenza e realtà e in cui esisteva un'identità immediata tra essere e apparire. Bisogna, dunque, tornare verso una rifondazione della società per poter eliminare questa scissione.


Nel 1755 Rousseau partecipa una seconda volta al concorso dell'Accademia di Digione con il Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini.
Mentre il primo discorso è più retorico e basato su considerazioni non approfondite nel dettaglio, il secondo discorso ha un'impostazione metodologica più accurata, soprattutto nella prefazione in cui compare il concetto di «stato di natura».

È manifestamente contro la legge di natura, in qualsiasi modo la si definisca, [...] che un pugno di uomini rigurgiti di superfluità mentre la moltitudine affamata manca del necessario.

Rousseau affronta qui il tema della disuguaglianza, sostenendo che questa sia evidentemente ingiusta perché va contro lo stato di natura, la condizione in cui vive l'uomo senza essere condizionato dalla civiltà.
Quando Rousseau parla di stato di natura non sta pensando alla condizione in cui vivono i «selvaggi» o agli uomini della preistoria, ma si riferisce all'uomo nella sua vera essenza, privo di tutte le contaminazioni che derivano da millenni di civiltà.


Lo stato di natura è uno stato che non esiste più, che forse non è mai esistito, che probabilmente non esisterà mai, di cui è necessario tuttavia avere una nozione giusta, per giudicare bene del nostro stato presente.

Quella che fa Rousseau è solo un'ipotesi poiché nessuno ha mai visto l'uomo naturale e forse non è mai esistito; bisogna servirsi di quest'ipotesi come modello per valutare la condizione dell'uomo artificiale, civilizzato, che vive all'interno di una società.

L'uomo naturale che Rousseau dipinge è un animale meno forte di alcuni, meno agile di altri, ma nell'insieme organizzato più vantaggiosamente di tutti. I suoi bisogni sono modesti, le sue passioni elementari e i suoi timori sono il dolore e la fame.
Vive inoltre in una relazione immediata con la natura, ovvero a contatto diretto con essa, senza mediazioni quali lo stato o il linguaggio.
Gli unici principi che si possono attribuire all'uomo naturale sono l’amore per sé, ovvero la tendenza alla propria conservazione, e la pietà, cioè una ripugnanza naturale a vedere soffrire i simili.
L'uomo naturale vive senza industrie, senza parola, senza domicilio, senza guerra e senza associazione, senza alcun bisogno dei suoi simili, senza desiderio di far male agli altri.

Questa condizione naturale è venuta meno all'uomo quando si sono scoperti degli strumenti per trasformare il mondo; si sono così venute a creare delle differenze tra le singole persone che sono diventate sempre più evidenti. Il momento chiave di questo processo coincide con l’introduzione della proprietà privata. Dall’uomo naturale si passa quindi all’uomo storico e, a causa della disuguaglianza, non c’è più una convivenza pacifica, ma solo lotta.






Il Contratto sociale

Nel 1762 Rousseau pubblica il Contratto sociale e l'Emilio in cui si trovano le risposte filosofiche alle sue critiche verso la civiltà.
Il Contratto sociale ruota attorno al tema del primato della politica; significa che la comunità umana, organizzata con le sue leggi, è più importante del «diritto naturale».
Nell'Emilio, fondamentale libro di pedagogia, viene sostenuta, invece, l'idea che l’educazione può tutto. Infatti, una buona educazione trasforma l’uomo, così come una buona politica trasforma la società.
L’uomo, dunque, può essere cambiato e la politica è uno degli strumenti più adatti a farlo.

Nel Contratto sociale Rousseau sostiene che sia necessario creare una nuova società per rendere l'individuo migliore poiché quella attuale, in cui è presente una scissione tra essere e apparire, è sbagliata. Bisogna, dunque, attuare una rivoluzione per cambiare le cose.
Il punto di partenza è il patto o il contratto, ossia un accordo tra i cittadini. Questo patto è necessario poiché altrimenti si arriverebbe alla guerra tutti contro tutti dato che l'uomo, lasciato a se stesso, istintivamente è portato a litigare.

Nella filosofia precedente a Rousseau era già apparso questo concetto con il filosofo inglese Hobbes il quale, però, parla di pactum subiectionis: questo tipo di patto verticale viene stipulato tra i sudditi, i quali rinunciano a tutti i propri diritti ponendoli nelle mani del sovrano in cambio della protezione personale. L’unico diritto che ha il cittadino è, quindi, quello della vita: il sovrano non può chiedergli di suicidarsi perché andrebbe contro il patto.

Quello di Rousseau, invece, è un patto orizzontale tra i cittadini che si accordano tra di loro e non con il sovrano. Ognuno cede i propri diritti alla comunità che glieli restituisce rafforzati.

Questa decisione fa nascere un io comune, quella entità politica nuova che si crea nel momento in cui ciascuno rinuncia a i propri diritti naturali e istintivi e li consegna ai cittadini, suoi pari, che fanno lo stesso. Di conseguenza, se ognuno fa così, tutti si ritrovano privi dei propri diritti i quali sono nelle mani di questa nuova comunità, che però non può appropriarsene; quindi la sovranità appartiene al popolo.

L'io comune, che è alla base dello stato, si viene a creare solo se tutti sono d'accordo; se c'è anche solo una piccola minoranza che non partecipa, l'io comune non si può formare.


Dato che nella storia nessuno ha mai visto un esempio di io comune, per Rousseau il patto è più un qualcosa di teorico che come una realtà praticabile; la forma di stato che più si avvicina a questo modello è la democrazia diretta in cui tutti partecipano. Ciò, però, rimane comunque impossibile, così bisogna inventare delle forme di elezione.

Questo sistema presenta un grosso problema; siccome si parla di una volontà generale dell'intera comunità, nella storia è successo che un piccolo gruppo si autoproclamasse l'unico in grado di interpretare la volontà generale e su questa base si impadronisse del potere.





L'Emilio

La società per Rousseau corrompe l'uomo. Per costruire una società migliore sono necessari uomini nuovi, che siano stati educati lontani dalla società. L'unica alternativa è che essi crescano a stretto contatto con la natura. La proposta di Rousseau è affidata a nuovo libro, l'Emilio, un testo a metà strada tra il romanzo e il saggio pedagogico, che descrive appunto l'educazione del bambino Emilio dalla nascita fino alla adolescenza in una foresta, con la sola compagnia del pedagogo che deve aiutarlo a crescere.

Anche questo processo, come quello del Contratto Sociale, è teorico; non si può infatti davvero tenere un bambino lontano dalla società e da ogni contatto con altri esseri umani (per esempio altri bambini). Bisogna intendere quindi la storia di Emilio e del suo pedagogo come un esperimento mentali, in cui ci si chiede cosa potrebbe accadere se un bambino venisse veramente educato in questo modo.

Il punto di partenza di Rousseau è una riflessione sulla natura dell'uomo e lo scopo della educazione.

L'uomo è un essere complesso, scisso tra razionalità, sentimenti e passioni. La ragione è sovrana nei campi che le spettano, ma ha dei limiti, per esempio nella religione dove invece l'uomo dovrebbe essere guidato dal sentimento interiore (ossia la percezione dei propri bisogni e di ciò che è collegato ad essi). Lo scopo dell'educazione è quello di dare forma a un uomo integrale, ossia capace di sviluppare tutte le proprie dimensioni e non solo quelle razionali e conoscitive. Per fare ciò bisogna sempre ricordare la specificità del bambino, che non è un «adulto in piccolo» come invece crede la pedagogia tradizionale imponendogli compiti impossibili per lui.

Il principio fondamentale dell'educazione roussoviana è il principio di spontaneismo o «educazione negativa»: il bambino deve imparare dalla esperienza diretta delle cose e non dai discorsi astratti dell'educatore. Quest'ultimo deve piuttosto predisporre le condizioni favorevoli perché il bambino viva le esperienze che lo faranno crescere. Il bambino crescerà in modo spontaneo nel modo migliore sviluppando le proprie potenzialità da solo. Il bambino infatti è per natura buono. Educazione «negativa» significa che non si tratta di imporre al bambino i criteri della società (fatta da adulti), ma che bisogna creare gli spazi che il bambino riempirà da solo.

L'educazione quindi dovrà essere anche attiva, nel senso che il bambino dovrà essere guidato a interagire col mondo, mettendolo a contatto con la natura e facendogli fare numerose attività pratiche e manuali. Bisogna lasciare che il bambino esplori il mondo senza imporre una serie di nozioni da ripetere.

Il secondo fondamentale principio è quello secondo cui «ogni età e condizione di vita ha la sua propria perfezione»: Rousseau sostiene con forza che è profondametne sbagliato pretendere che a cinque anni un bambino faccia cose che per sua natura farebbe a dieci anni.

La sua formazione nella primissima infanzia deve partire dalla sensibilità, portandolo a riconoscere gli oggetti. Quando sarà comparsa la capacità di riflettere sulle proprie sensazioni bisognerà educarlo alla ragione sensitiva. Solo a questo punto, quando si saranno spontaneamente formate le capacità intellettuali, si potrà passare alla conoscenze astratte delle scienze (aritmetica, geometria, fisica...). Al termine di questa fase il bambino ha acquisito la capacità di giudicare in modo autonomo e dovrà essere formato ad evitare errori nei ragionamenti.

Non bisogna mai dimenticare, infine, che tutto il percorso educativo deve portare il ragazzo a diventare capace di entrare in società e di contribuire alla sua formazione: l'ultima fare del processo educativo sarà quindi quella dell'educazione sociale, etica e religiosa, con l'obiettivo che il ragazzo «veda coni suoi occhi e senta con il suo cuore; che nessuna autorità lo governi all'infuori di quella della sua propria ragione». L'educazione morale deve condurre alla virtù, cioè alla capacitò di scegliere tra ciò che risponde alle esigenze dell'amore di sè naturale e spontaneo e ciò che invece è prodotto dall'amore di sè e dalla società.

 

Uno dei maggiori dubbi sollevati riguardo a questo tipo di educazione è che non si sa se i bimbi cresciuti all'interno di un contesto naturale siano veramente umani. Non si sa, infatti, se l'uomo diventa veramente uomo solo se vive all'interno di una società oppure se l'uomo possa diventare tale anche vivendo in mezzo agli animale poiché possiede in se già le capacità per sviluppare una piena umanità.
Se si ammette l'opzione che l'uomo venga creato dalla società, allora vuol dire che questa è cattiva poiché ci fa crescere in questo modo sbagliato. Se, al contrario, il bimbo sviluppa da solo le proprie possibilità, allora c’è una speranza di cambiamento.

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