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Scheda introduttiva su Kant: la Critica della facoltà di Giudicare

L'ultima grande opera kantiana è dedicata all'Urteil ossia alla «facol­tà di giudicare». La facoltà del giudicare è in generale la capacità di sussumere (raccogliere, mettere sotto, dichiarare l'appartenenza di un particolare ad un universale) un particolare nell'universale. Per esempio, se dico che «Paolo è un uomo» io sussumo il concreto in­dividuo «Paolo» al concetto universale di «uomo». Tutti i giudizi analizzati fino a questo momento funzionavano in questo modo: essendo dati sia il particolare sia l'universale, collegavano il primo al secondo. Il problema, nota Kant, è che esistono degli ambiti parti­colari in cui quando noi cerchiamo di costruire un giudizio scopria­mo di non avere i concetto universale sotto cui sussumere il parti­colare. 

Il bello, dice Kant, è «ciò che piace universalmente senza concet­to». Il fatto che non esista un concetto universale di bello spiega perché non sia possibile dare una definizione di bello, e di conse­guenza perché le discussioni su questo tema risorgono continua­mente. Nel Settecento in particolare era particolarmente sentito il problema del gusto, ossia della capacità che abbiamo di riconoscere il bello senza però poterlo dimostrare. 

Tuttavia, Kant respinge con forza la soluzione protagorea e sogget­tivista per la quale, se non esiste un'idea oggettiva di bello occorre rassegnarsi ad ammettere che il bello si riduce alla sensazione piace­vole che ciascuno di noi prova di fronte a un oggetto, sensazione che è diversa da persona a persona. 

La soluzione kantiana consiste nell'affermare che il bello è l’espressione della corrispondenza dell’oggetto alle esigenze dell’intelletto. Noi giudichiamo bello un oggetto che ci appare as ob (come se) fosse costruito esattamente per soddisfare le esigenze teoriche dell’intelletto (descritte nella Critica della Ragion Pura). Ri­mane vero che non è possibile dare una definizione oggettiva o «in sé» di bello, perché non esiste un eidos di stampo platonico del bel­lo: ma è anche vero che non possiamo ridurre l'esperienza del bello al puro sentimento soggettiva, mutevole e privo di fondamento. 

 

Un altro ambito in cui non è possibile costruire dei giudizi «norma­li», perché non è presente l'universale sotto il quale dovrebbe essere sussunto il particolare, è la vita

In questo caso il concetto universale che viene a mancare è quello della finalità. Io posso esprimere un giudizio su un organismo vi­vente solo appellandomi alla nozione di finalità, che però non si dà come concetto.

 

Per esempio se analizzo le foglie di una pianta, viene spontaneo (anche a livello scientifico) dire che le foglie si dispongono «per» raccogliere la quantità maggiore possibile di luce. Il semplice uso della proposizione «per» lascia intendere che la pianta dimostri una vera intenzionalità consa­pevole: in qualche modo «sa» che deve disporre le foglie in un certo modo «per» ottenere un cer­to scopo. Il problema è che la pianta non dispo­ne di un sistema nervoso, non è dotata di volon­tà né tanto meno di coscienza.  Anche in questo caso, noi ragioniamo «als ob», come se, la pianta fosse dotata di una finalità.   

 

È interessante notare che 

 

  • la necessità è la base della Critica della ragion pura (l’esperienza esi­ste grazie ai nessi che le forme pure necessariamente stabiliscono tra le rappresentazioni) 
  • la libertà è la base della Critica della ragion pratica (a livello noumeni­co: la libertà è la condizione di possibilità della legge morale, che esiste certamente come «fatto di ragione»).
  • la finalità che anima la Critica della facoltà del giudicare rappresenta una sintesi tra i due concetti precedenti.

 

 

L'ultima grande opera kantiana è dedicata all'Urteil ossia alla «facol­tà di giudicare». La facoltà del giudicare è in generale la capacità di sussumere (raccogliere, mettere sotto, dichiarare l'appartenenza di un particolare ad un universale) un particolare nell'universale. Per esempio, se dico che «Paolo è un uomo» io sussumo il concreto in­dividuo «Paolo» al concetto universale di «uomo». Tutti i giudizi analizzati fino a questo momento funzionavano in questo modo: essendo dati sia il particolare sia l'universale, collegavano il primo al secondo. Il problema, nota Kant, è che esistono degli ambiti parti­colari in cui quando noi cerchiamo di costruire un giudizio scopria­mo di non avere i concetto universale sotto cui sussumere il parti­colare.

Il bello, dice Kant, è «ciò che piace universalmente senza concet­to». Il fatto che non esista un concetto universale di bello spiega perché non sia possibile dare una definizione di bello, e di conse­guenza perché le discussioni su questo tema risorgono continua­mente. Nel Settecento in particolare era particolarmente sentito il problema del gusto, ossia della capacità che abbiamo di riconoscere il bello senza però poterlo dimostrare.

Tuttavia, Kant respinge con forza la soluzione protagorea e sogget­tivista per la quale, se non esiste un'idea oggettiva di bello occorre rassegnarsi ad ammettere che il bello si riduce alla sensazione piace­vole che ciascuno di noi prova di fronte a un oggetto, sensazione che è diversa da persona a persona.

La soluzione kantiana consiste nell'affermare che il bello è l’espressione della corrispondenza dell’oggetto alle esigenze dell’intelletto. Noi giudichiamo bello un oggetto che ci appare as ob (come se) fosse costruito esattamente per soddisfare le esigenze teoriche dell’intelletto (descritte nella Critica della Ragion Pura). Ri­mane vero che non è possibile dare una definizione oggettiva o «in » di bello, perché non esiste un eidos di stampo platonico del bel­lo: ma è anche vero che non possiamo ridurre l'esperienza del bello al puro sentimento soggettiva, mutevole e privo di fondamento.

 

 

 

Un altro ambito in cui non è possibile costruire dei giudizi «norma­li», perché non è presente l'universale sotto il quale dovrebbe essere sussunto il particolare, è la vita.

In questo caso il concetto universale che viene a mancare è quello della finalità. Io posso esprimere un giudizio su un organismo vi­vente solo appellandomi alla nozione di finalità, che però non si dà come concetto.

 

Per esempio se analizzo le foglie di una pianta, viene spontaneo (anche a livello scientifico) dire che le foglie si dispongono «per» raccogliere la quantità maggiore possibile di luce. Il semplice uso della proposizione «per» lascia intendere che la pianta dimostri una vera intenzionalità consa­pevole: in qualche modo «sa» che deve disporre le foglie in un certo modo «per» ottenere un cer­to scopo. Il problema è che la pianta non dispo­ne di un sistema nervoso, non è dotata di volon­tà né tanto meno di coscienza. Anche in questo caso, noi ragioniamo «als ob», come se, la pianta fosse dotata di una finalità.

 

 

 

 

È interessante notare che

 

la necessità è la base della Critica della ragion pura (l’esperienza esi­ste grazie ai nessi che le forme pure necessariamente stabiliscono tra le rappresentazioni)

la libertà è la base della Critica della ragion pratica (a livello noumeni­co: la libertà è la condizione di possibilità della legge morale, che esiste certamente come «fatto di ragione»).

la finalità che anima la Critica della facoltà del giudicare rappresenta una sintesi tra i due concetti precedenti.

 

 

 

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