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Scheda introduttiva a Hume

 

David Hume (1711-1776) è un grande filosofo scozzese che porta alle estreme conseguenze una serie di intuizioni empiriste, sia sul versante gnoseologico sia su quello ontologico. In questo modo egli diventa un punto di riferimento, in un certo senso obbligatorio ancora oggi, sia per coloro che si riconoscono nelle premesse empiriste sia per coloro che al contrario non le accettano.

La conoscenza
Hume, come tutti i pensatori dei XVIII secolo, si muove all'interno del presupposto del dualismo gnoseologico e accetta senza discussione la premessa per la quale pensare significa avere rappresentazioni mentali.
Il suo contributo originale in questo campo consiste nel distinguere le rappresentazioni mentali in due grandi insiemi:

Impressioni
Idee

La distinzione è solo di grado di intensità, in base alla convinzione che la conoscenza sia essenzialmente omogenea.

Le impressioni hanno un’intensità maggiore: quando, ad esempio, vedo una pianta (cioè nel momento esatto in cui sto guardando la pianta) essa si imprime nella mia mente con una forza indubitabile.

Al contrario quando mi giro dall’altra parte e non ho più la pianta davanti agli occhi mi rimane il ricordo della rappresentazione mentale, che è più sbiadita e col passare del tempo è sempre meno chiara. Questa è l’idea, ovvero è un’impressione illanguidita.

In questo modo la posizione di Hume si presenta come un consapevole e coerente empirismo, cioè una posizione per la quale tutta la conoscenza ha origine solo dall'esperienza.

Una delle conseguenze di questa impostazione è il rapporto ambiguo nei confronti del mondo scientifico. Da un lato Hume va contro la matematica e contro la scienza, dato che i concetti matematici e le leggi scientifiche non si vedono, non si toccano e non possono essere afferrati; da un altro punto di vista Hume va d’accordo con la matematica e con la scienza, dato che l’empirismo si basa per definizione sull’esperienza sensibile, che è il punto di partenza della scienza.


Il rapporto tra le rappresentazioni mentali
Con Hume emerge con grande chiarezza un nuovo problema:

se l'esperienza è costituita dalla somma di tutte le rappresentazioni mentali che ho, e

se ciascuna rappresentazione mentale è qualcosa di chiuso in se stesso, senza rapporti intrinseci con le altre rappresentazioni (come i quadri della metafora descartesiana stanno fianco a fianco sulla parete, o come, per usare una metafora moderna e certamente non humiana, i singoli fotogrammi di un film si susseguono uno dopo l'altro senza sovrapporsi e senza toccarsi),

come mai l'esperienza ci si presenta come qualcosa di ordinato e non caotico?

La risposta di Hume si ispira consapevolmente a Newton: come per Newton esiste una forza (la forza d’attrazione gravitazionale universale) che tiene insieme tutti i corpi dell’universo, così per Hume esiste una «forza gentile» che attrae le idee le une verso le altre . È quello che Hume chiama principio di associazione o associazionismo.


L'associazionismo
Il principio di associazione si declina in tre ulteriori momenti o principi:

1. somiglianza: le immagini vengono tenute insieme in base alla loro somiglianza reciproca: proprio la somiglianza spiega perché posso raccogliere l’immagine di tutti i banchi, che sono simili, in un insieme omogeneo.
2. contiguità: La contiguità si nota quando ad esempio giro attorno al tavolo e vedo che la parte posteriore è come me l’aspettavo, ovvero uguale a quella anteriore. Si ha dunque una contiguità nello spazio e nel tempo, per la quale le rappresentazioni mentali non possono essere molto diverse tra loro e io le posso unificare all'interno di quella che è la mia esperienza. Da questo punto di vista Hume riprende e sviluppa la critica di Locke alla sostanza: infatti, egli nota, se io conosco solo le rappresentazioni mentali non so e non potrò mai sapere cos’è una penna in sé e il suo «essere». Però posso dire che una serie di rappresentazioni che si trovano insieme, ovvero sono sempre contigue nel tempo e nello spazio, possono essere considerato come una realtà (senza però conoscere cosa sia la «realtà penna»).
3. Di gran lunga più delicato è il rapporto di casualità. Il rapporto di cause-effetto, nota Hume, sembra infatti indicare un collegamento tra rappresentazioni che non hanno niente in comune tra loro.

Per esempio consideriamo il fuoco e il fumo: sono due rappresentazioni mentali diversissime tra loro, anzi per certi versi completamente opposte, e quindi non posso far valere il principio della somiglianza. Ma spesso non posso far valere nemmeno il principio della contiguità (per esempio se vedo una colonna di fumo salire da dietro le colline e non vedo che cosa c'è alla sua origine). Cosa mi spinge allora a collegare senza alcuna esitazione la colonna di fumo a un fuoco che deve divampare anche se non lo vedo?

Un altro (e diverso) esempio è quello del fuoco e dell’acqua che bolle nella pentola messa sopra il fuoco: si tratta di due rappresentazioni diversissime tra loro (quindi non può valere il principio della somiglianza) eppure esiste un legame che io sento fortissimo tra di esse. Il legame è così forte che se vedo dell'acqua bollire (per esempio se metto la pentola sotto una campana pneumatica e creo il vuoto) non riesco a convincermi che la sua temperatura non sia a 100°.

Il vero problema quindi consiste nel giustificare l'esistenza di questa convinzione fortissima di un nesso «necessario» tra due rappresentazioni che però sono diversissime e magari anche lontanissime tra loro. Hume presenta e discute una serie di ipotesi per fondare il rapporto causa effetto tra le rappresentazioni mentali.

Prima ipotesi: deduzione (nella quale parto da un principio generale e giungo a una conclusione particolare). In questo caso il nesso esisterebbe per una vera e propria deduzione logica. Hume sostiene che non può essere così, perché la deduzione è solo l’analisi (ossia lo smembramento, la scomposizione) di una rappresentazione mentale, al termine della quale trovo i «componenti» della rappresentazione di partenza. Ma nella rappresentazione mentale del fuoco non c’è quella dell’acqua, e viceversa, e quindi non è in alcun modo possibile per deduzione costruire un legame necessario tra di esse.

Seconda ipotesi: induzione (nella parto da esempi particolari e risalgo a un concetto generale). Questo caso si parte dall’esperienza concreta, e constatando che una certa rappresentazione mentale segue sempre un'altra ne ricavo (per induzione appunto) che quest'ultima è «causa» della prima. Ma anche in questo caso Hume nega che si possa davvero fondare il nesso causa-effetto, perché l’esperienza mi può dire solo quello che è successo fino ad un certo momento, e non mi dice a rigore nulla su quello che avverrà nel futuro, mentre la scienza ha bisogno di una necessità assoluta.

L’esempio che fa Hume è quello della palla da biliardo sul tavolo. Una palla è ferma sul tavolo, una seconda palla si avvicina alla prima: io mi aspetto che la prima si muova (colpita dalla seconda). L’esperienza mi consente solo di dire che fino ad oggi è successo così, non che accadrà di sicuro anche questa volta.

La risposta di Hume consiste nell'affermare che il principio di causalità (che sicuramente esiste) è un principio extrateoretico: è un atto di credenza (belief), che si basa sull’abitudine e sulla proiezione nel futuro (sul piano puramente psicologico) di una serie di eventi passati, ma non è in nessun modo paragonabile ad una necessità assoluta.
In questo modo Hume mette in crisi la fisica di Newton (e tutti i saperi che pretendono di dare una previsione) che si trovano privati del fondamento gnoseologico chiave per costruire una previsione

Questo non significa affatto che per Hume i rapporti di causa-effetto non esistano: al contrario per Hume il principio di causa esiste ma quello che cambia, rispetto alla concezione tradizionale, è il suo fondamento, che in ultima analisi viene identificato in una convinzione psicologica che nasce dall’abitudine per cui noi ci aspettiamo che una cosa accada in un certo modo.

 

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