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Scheda introduttiva a Wittgenstein

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La figura di Ludwig Wittgenstein (1889-1951) domina la filosofia del Novecento per il suo sforzo di indagare la natura del linguaggio e la sua capacità di raffigurare la realtà. Punto centrale del suo pen­siero è la convinzione che gran parte dei problemi filosofici tradi­zionali derivano in realtà da «crampi mentali», ossia sono in realtà solo dei falsi problemi nati dalla mancanza di chiarezza del linguag­gio naturale. Il primo compito della filosofia è appunto quello di «chiarire logicamente i pensieri», come egli stesso dice. Tutte le pro­posizioni che non siano riconducibili né alla proposizioni logico-matematiche né a quelle empiriche elementari sono da considerarsi «insensate».

Questa posizione influenzò grandemente sia il neopositivismo del Circolo di Vienna sia la filosofia analitica di stampo anglosassone. 

 

È uso distinguere due fasi del suo pensiero (note rispettivamente come «primo» e «secondo» Wittgenstein). La prima è raccolta at­torno all'unica opera che Wittgenstein pubblicò in vita, il Tractatus logico-philosophicus (redatto nel 1918 e pubblicato nel 1922), mentre la seconda coincide con il periodo di insegnamento e di meditazione che culmina con il secondo importante libro di Wittgenstein, Ricer­che filosofiche, pubblicato postumo. La due opere sono molto diverse sia dal punto di vista del contenuto sia da quello stilistico, come ve­dremo subito.

 

Il Tractatus logico-philosophicus

Il Tractatus, come viene familiarmente chiamato, è un libro molto anomalo rispetto ai tradizionali testi di filosofia. È un testo relativa­mente corto (circa cento pagine) con una struttura scalare caratte­rizzata da una numerazione particolare. Il primo livello è composto di sette proposizioni fondamentali numerate in ordine crescente. Ciascuna di esse (meno l'ultima) è seguita da proposizioni che la commentano e che vengono indicate con un numero progressivo; ciascuno commento è a sua volta accompagnate da altre proposi­zioni che lo commentano e così via. Per esempio, la proposizione indicata come I.12 è il secondo commento alla proposizione che rappresenta il primo commento alla prima proposizione. 

Una importante conseguenza è che il Tractatus non dovrebbe essere letto tutto di seguito: due proposizioni che vengono pubblicate una dopo l'altra non necessariamente sono collegate tra loro, perché possono essere il commento di proposizioni molto diverse tra di loro. 

 

 

 

 

 

 

Il punto di partenza di Wittgenstein è una riflessione sulla nozione di «proposizione». Tutti i linguaggi, anche i linguaggi naturali, sono composti di proposizioni: ma cosa è che rende tale una proposizio­ne? Prima di tutto bisogno distinguere all'interno della proposizione i suoi caratteri accidentali (che derivano dal fatto che la proposizio­ne appartiene a questo o a quel linguaggio) da quelli essenziali: «La casa è rossa» è qualcosa evidentemente diverso da «The house is red» o «La maison est rouge». Ciò che invece unisce queste tre pro­posizioni è il loro «senso»: ma cosa è il senso di una proposizione?

Prima di tutto, una proposizione ha senso se e solo se può esse­re vera oppure falsa. Non tutte le proposizioni rispettano questo criterio. Per esempio se dico: «o piove o non piove», questa propo­sizione è sempre vera, dato che descrive tutte le opzioni possibili ri­guardo al tempo atmosferico (non può infatti «piovere a metà»: o scendono delle gocce d'acqua dal cielo, anche una sola, oppure non scendono). Quindi la proposizione «o piove o non piove» non può avere senso, perché non può mai essere vera oppure falsa, dato che è sempre vera. Allo stesso modo, la proposizione «piove e non pio­ve» non ha senso perché esprime una contraddizione e non può es­sere vera oppure falsa dato che è sempre falsa.

Quindi le proposizioni sempre vere (tautologie) e quelle sem­pre false (contraddizioni) non dicono nulla sullo stato del mondo.

Mi dice qualcosa sullo stato del mondo una proposizione come «Piove», che però ha senso anche se  io non so se è vera o falsa: solo il controllo empirico delle effettive e concrete condizioni me­teo può farmi dire quale delle due opzioni è vera. 

 

Le proposizioni uniscono dei termini che a loro volta stanno per raffigurazioni, ossia per «immagini» del mondo. 

Tuttavia questo termine non va inteso in senso tradizionale. La raf­figurazione è infatti più una relazione tra gli elementi della raffigu­razione che un elemento essa stessa. Questo significa che la stessa relazione (cioè la stessa raffigurazione) può manifestarsi in molti modi diversi, a seconda dei contesti percettivi in cui ci troviamo e degli elementi che unifica. In ultima analisi ogni immagine deve es­sere una immagine logica del mondo. Le immagini (le rappresen­tazioni) che sono dotate di senso (rispet­tano le regole del­la sintassi che fa costruire le immagini in un certo modo) non ne­cessariamente sono vere (ossia corrispondono a come il mondo è veramente): il senso di una rappresentazione non coincide con la sua verità. La questione della sensatezza è di tipo logico e quindi può essere risolta attraverso l'analisi della rap­presentazione, mentre la questione della verità richiede il confronto con la realtà. 

 

Il linguaggio

Il pensiero (ossia la totalità delle rappresentazioni del mondo) si esprime solo attraverso il linguaggio, che a sua volta esiste solo sotto forma di proposizioni: tra la struttura della proposizione (in quanto espressione del pensiero) e quella del fatto (ciò che la pro­posizione presenta) deve esistere un isomorfismo strutturale (os­sia gli elementi della proposizione e quelli del fatto devono stare tra loro nello stesso modo). 

 

Per descrivere questa relazione che sta alla base di tut­ta la sua filosofia, Wittgenstein usa la metafora del suono: la relazione interna tra raffigurazione e mondo è la stessa che collega «il disco fonografico, il pensiero musicale, la notazione musicale, le onde sonore» (Witt­genstein, Tractatus, 4.015). Lo stesso fatto (la musica) esiste in modi diversi, che però possono essere messi in relazione gli uni con gli altri perché possiedono la stessa struttura interna. La convinzione di Wittgen­stein è che sia possibile stabilire delle regole esatte per passare da un modo all'altro (per esempio, dal fono­grafo in quanto macchina che funziona in un certo modo alle onde sonore che trasmettono il suono fino all'orecchio di chi sta ascoltando).

 

L'obiettivo di Wittgenstein è quello di costruire una «notazione per­fetta», un modo di scrivere in cui le relazioni tra le proposizioni sia­no immediatamente percepibili: in questo modo è possibile costrui­re un linguaggio logico puro che dovrà essere l'immagine del mon­do. 

«Una esposizione ridotta al minimo delle tesi di Witt­genstein potrebbe essere questa: la realtà (il mondo) è un mosaico di eventi indipendenti (gli stati di cose); ciascuno di questi è come una catena nella quale gli og­getti ineriscono l'un l'altro; gli oggetti sono connessi in un reticolo di possibilità logiche (lo spazio logico); le proposizioni elementari sono raffigurazioni di stati di cose, e sono, esse stesse, fatti in cui sono concatenati dei nomi; tutte le altre proposizioni sono funzioni di verità di quelle elementari; il linguaggio è il grande specchio in cui è riflesso, mostrato, il reticolo logico.» (Max Blank)

 

Il «mistico»

Tuttavia Wittgenstein è consapevole del fatto che la logica non può esaurire, in linea di principio, i problemi della nostra vita: «Noi sen­tiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifi­che hanno avuto una risposta, i nostri problemi vitali non sono stati neppure toccati. Certo allora non resta più domanda alcuna: e ap­punto questa è la risposta» (Tractatus, 6.52). Da un lato noi possia­mo dire di conoscere solo ciò che assume una forma logica, ma ciò non esaurisce ciò che è per noi la vita: per tutto questo, come dice l'ultima celebre proposizione del Tractatus, bisogna rassegnarsi a «tacere» («Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere»), nel senso che non è possibile costruire proposizioni dotate di senso logico. 

 

Il «secondo Wittgenstein»

Verso la metà degli anni Trenta però Wittgenstein sembra cambiare completamente posizione. Nel suo nuovo libro, Ricerche filosofiche, Wittgenstein si concentra sul modo concreto in cui il linguaggio viene usato all'interno di una «comunità di parlanti» in carne ed ossa e di una «forma di vita» (cioè il modo particolare in cui una comu­nità organizza la propria vita, il suo contesto di abitudini, simboli e credenze).

Nella prima parte delle Ricerche filosofiche si chiede a quali caratteristi­che ed esigenze debba rispondere un linguaggio che possa essere definito realmente tale.

La risposta viene data dalla cosiddetta teoria del «gioco linguisti­co». «Qui la parola "gioco linguistico" è destinata a mettere in evi­denza il fatto che il parlare un linguaggio è una forma di un'attività, o di una forma di vita» (§ 23).

Siccome le attività e le forme di vita sono molteplici, differenti, e non è detto che siano legate da una qualche proprietà comune, i giochi linguistici (che esprimono il legame con il linguaggio utilizza­to per svilupparle) saranno, ugualmente, molteplici e non necessa­riamente legati da tratti distintivi comuni la cui presenza basti a de­finirli. Il linguaggio sarà solo l'insieme dei giochi linguistici regolati da grammatiche, ossia dalle regole concrete, diverse a se­conda dei gruppi di parlanti concreti, che determinano l'uso dei se­gni. 

 

La figura di Ludwig Wittgenstein (1889-1951) domina la filosofia del Novecento per il suo sforzo di indagare la natura del linguaggio e la sua capacità di raffigurare la realtà. Punto centrale del suo pen­siero è la convinzione che gran parte dei problemi filosofici tradi­zionali derivano in realtà da «crampi mentali», ossia sono in realtà solo dei falsi problemi nati dalla mancanza di chiarezza del linguag­gio naturale. Il primo compito della filosofia è appunto quello di «chiarire logicamente i pensieri», come egli stesso dice. Tutte le pro­posizioni che non siano riconducibili né alla proposizioni logico-matematiche né a quelle empiriche elementari sono da considerarsi «insensate».
Questa posizione influenzò grandemente sia il neopositivismo del Circolo di Vienna sia la filosofia analitica di stampo anglosassone. 
 
È uso distinguere due fasi del suo pensiero (note rispettivamente come «primo» e «secondo» Wittgenstein). La prima è raccolta at­torno all'unica opera che Wittgenstein pubblicò in vita, il Tractatus logico-philosophicus (redatto nel 1918 e pubblicato nel 1922), mentre la seconda coincide con il periodo di insegnamento e di meditazione che culmina con il secondo importante libro di Wittgenstein, Ricer­che filosofiche, pubblicato postumo. La due opere sono molto diverse sia dal punto di vista del contenuto sia da quello stilistico, come ve­dremo subito.
 
Il Tractatus logico-philosophicus
Il Tractatus, come viene familiarmente chiamato, è un libro molto anomalo rispetto ai tradizionali testi di filosofia. È un testo relativa­mente corto (circa cento pagine) con una struttura scalare caratte­rizzata da una numerazione particolare. Il primo livello è composto di sette proposizioni fondamentali numerate in ordine crescente. Ciascuna di esse (meno l'ultima) è seguita da proposizioni che la commentano e che vengono indicate con un numero progressivo; ciascuno commento è a sua volta accompagnate da altre proposi­zioni che lo commentano e così via. Per esempio, la proposizione indicata come I.12 è il secondo commento alla proposizione che rappresenta il primo commento alla prima proposizione. 
Una importante conseguenza è che il Tractatus non dovrebbe essere letto tutto di seguito: due proposizioni che vengono pubblicate una dopo l'altra non necessariamente sono collegate tra loro, perché possono essere il commento di proposizioni molto diverse tra di loro. 
 
 
 
 
 
 
Il punto di partenza di Wittgenstein è una riflessione sulla nozione di «proposizione». Tutti i linguaggi, anche i linguaggi naturali, sono composti di proposizioni: ma cosa è che rende tale una proposizio­ne? Prima di tutto bisogno distinguere all'interno della proposizione i suoi caratteri accidentali (che derivano dal fatto che la proposizio­ne appartiene a questo o a quel linguaggio) da quelli essenziali: «La casa è rossa» è qualcosa evidentemente diverso da «The house is red» o «La maison est rouge». Ciò che invece unisce queste tre pro­posizioni è il loro «senso»: ma cosa è il senso di una proposizione?
Prima di tutto, una proposizione ha senso se e solo se può esse­re vera oppure falsa. Non tutte le proposizioni rispettano questo criterio. Per esempio se dico: «o piove o non piove», questa propo­sizione è sempre vera, dato che descrive tutte le opzioni possibili ri­guardo al tempo atmosferico (non può infatti «piovere a metà»: o scendono delle gocce d'acqua dal cielo, anche una sola, oppure non scendono). Quindi la proposizione «o piove o non piove» non può avere senso, perché non può mai essere vera oppure falsa, dato che è sempre vera. Allo stesso modo, la proposizione «piove e non pio­ve» non ha senso perché esprime una contraddizione e non può es­sere vera oppure falsa dato che è sempre falsa.
Quindi le proposizioni sempre vere (tautologie) e quelle sem­pre false (contraddizioni) non dicono nulla sullo stato del mondo.
Mi dice qualcosa sullo stato del mondo una proposizione come «Piove», che però ha senso anche se  io non so se è vera o falsa: solo il controllo empirico delle effettive e concrete condizioni me­teo può farmi dire quale delle due opzioni è vera. 
 
Le proposizioni uniscono dei termini che a loro volta stanno per raffigurazioni, ossia per «immagini» del mondo. 
Tuttavia questo termine non va inteso in senso tradizionale. La raf­figurazione è infatti più una relazione tra gli elementi della raffigu­razione che un elemento essa stessa. Questo significa che la stessa relazione (cioè la stessa raffigurazione) può manifestarsi in molti modi diversi, a seconda dei contesti percettivi in cui ci troviamo e degli elementi che unifica. In ultima analisi ogni immagine deve es­sere una immagine logica del mondo. Le immagini (le rappresen­tazioni) che sono dotate di senso (rispet­tano le regole del­la sintassi che fa costruire le immagini in un certo modo) non ne­cessariamente sono vere (ossia corrispondono a come il mondo è veramente): il senso di una rappresentazione non coincide con la sua verità. La questione della sensatezza è di tipo logico e quindi può essere risolta attraverso l'analisi della rap­presentazione, mentre la questione della verità richiede il confronto con la realtà. 
 
Il linguaggio
Il pensiero (ossia la totalità delle rappresentazioni del mondo) si esprime solo attraverso il linguaggio, che a sua volta esiste solo sotto forma di proposizioni: tra la struttura della proposizione (in quanto espressione del pensiero) e quella del fatto (ciò che la pro­posizione presenta) deve esistere un isomorfismo strutturale (os­sia gli elementi della proposizione e quelli del fatto devono stare tra loro nello stesso modo). 
 
Per descrivere questa relazione che sta alla base di tut­ta la sua filosofia, Wittgenstein usa la metafora del suono: la relazione interna tra raffigurazione e mondo è la stessa che collega «il disco fonografico, il pensiero musicale, la notazione musicale, le onde sonore» (Witt­genstein, Tractatus, 4.015). Lo stesso fatto (la musica) esiste in modi diversi, che però possono essere messi in relazione gli uni con gli altri perché possiedono la stessa struttura interna. La convinzione di Wittgen­stein è che sia possibile stabilire delle regole esatte per passare da un modo all'altro (per esempio, dal fono­grafo in quanto macchina che funziona in un certo modo alle onde sonore che trasmettono il suono fino all'orecchio di chi sta ascoltando).
 
L'obiettivo di Wittgenstein è quello di costruire una «notazione per­fetta», un modo di scrivere in cui le relazioni tra le proposizioni sia­no immediatamente percepibili: in questo modo è possibile costrui­re un linguaggio logico puro che dovrà essere l'immagine del mon­do. 
«Una esposizione ridotta al minimo delle tesi di Witt­genstein potrebbe essere questa: la realtà (il mondo) è un mosaico di eventi indipendenti (gli stati di cose); ciascuno di questi è come una catena nella quale gli og­getti ineriscono l'un l'altro; gli oggetti sono connessi in un reticolo di possibilità logiche (lo spazio logico); le proposizioni elementari sono raffigurazioni di stati di cose, e sono, esse stesse, fatti in cui sono concatenati dei nomi; tutte le altre proposizioni sono funzioni di verità di quelle elementari; il linguaggio è il grande specchio in cui è riflesso, mostrato, il reticolo logico.» (Max Blank)
 
Il «mistico»
Tuttavia Wittgenstein è consapevole del fatto che la logica non può esaurire, in linea di principio, i problemi della nostra vita: «Noi sen­tiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifi­che hanno avuto una risposta, i nostri problemi vitali non sono stati neppure toccati. Certo allora non resta più domanda alcuna: e ap­punto questa è la risposta» (Tractatus, 6.52). Da un lato noi possia­mo dire di conoscere solo ciò che assume una forma logica, ma ciò non esaurisce ciò che è per noi la vita: per tutto questo, come dice l'ultima celebre proposizione del Tractatus, bisogna rassegnarsi a «tacere» («Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere»), nel senso che non è possibile costruire proposizioni dotate di senso logico. 
 
Il «secondo Wittgenstein»
Verso la metà degli anni Trenta però Wittgenstein sembra cambiare completamente posizione. Nel suo nuovo libro, Ricerche filosofiche, Wittgenstein si concentra sul modo concreto in cui il linguaggio viene usato all'interno di una «comunità di parlanti» in carne ed ossa e di una «forma di vita» (cioè il modo particolare in cui una comu­nità organizza la propria vita, il suo contesto di abitudini, simboli e credenze).
Nella prima parte delle Ricerche filosofiche si chiede a quali caratteristi­che ed esigenze debba rispondere un linguaggio che possa essere definito realmente tale.
La risposta viene data dalla cosiddetta teoria del «gioco linguisti­co». «Qui la parola "gioco linguistico" è destinata a mettere in evi­denza il fatto che il parlare un linguaggio è una forma di un'attività, o di una forma di vita» (§ 23).
Siccome le attività e le forme di vita sono molteplici, differenti, e non è detto che siano legate da una qualche proprietà comune, i giochi linguistici (che esprimono il legame con il linguaggio utilizza­to per svilupparle) saranno, ugualmente, molteplici e non necessa­riamente legati da tratti distintivi comuni la cui presenza basti a de­finirli. Il linguaggio sarà solo l'insieme dei giochi linguistici regolati da grammatiche, ossia dalle regole concrete, diverse a se­conda dei gruppi di parlanti concreti, che determinano l'uso dei se­gni. 

 

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