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La filosofia analitica

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 Con l’espressione «filosofia analitica»  si è soliti indicare una costel­lazione di autori e orientamenti differenti, accomunati dalla centrali­tà che viene assegnata allo studio del linguaggio.

Per la filosofia analitica infatti la maggior parte dei problemi filoso­fici deriva da un «cattivo uso» del linguaggio; questi problemi «pos­sono essere risolti riformando il linguaggio, oppure ampliando la conoscenza del linguaggio che usiamo». La filosofia analitica si è sviluppata nei paesi di lingua e cultura anglosassone, prima in In­ghilterra e poi, nel secondo dopoguerra, negli Stati Uniti.

La filosofia analitica nasce tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento quando il logico Gottlob Frege avvia la cosiddetta «svolta linguistica» della filosofia, identificando il metodo della filo­sofia con l’analisi del linguaggio.

 

L’articolo Confutazione dell’idealismo (1903) del filosofo inglese Georg Moore, insieme al Tractatus logico-philosophicus (1921) di Wittgenstein, possono essere considerati come i testi di riferimento di tutta la fi­losofia analitica novecentesca. 

 

Un secondo riferimento fondamentale è il programma antimeta­fisico dei neopositivisti logici viennesi e berlinesi, il cui obiettivo di co­struzione di una filosofia scientifica, viene condiviso dei filoso­fia anglosassoni, tra cui Ayer. Per i neopositivisti la logica formale è lo strumento più significativo per espungere la metafisica dalla scien­za. Ne deriva che l’analisi logica è lo strumento più idoneo per indi­viduare i principi delle scienze, per dare rigore e coerenza al lin­guaggio comune.

 

La filosofia analitica intende superare il tradizionale dualismo tra cultura umanistica e cultura scientifica, cercando di costruire una fi­losofia come sapere rigoroso.

 

Alla filosofia viene assegnata una funzione di chiarificazione concettuale, finalizzata all’esame dei problemi posti dal linguaggio. Molti analitici, ispirandosi a Russel e al Tractatus di Wittgenstein, aspirano a costruire una filosofia scientifica a cui assegnano il com­pito di costruire un linguaggio ideale (ideal-linguisti). Richiamandosi a Moore e al cosiddetto «secondo Wittgenstein», altri analisti porgo­no attenzione alle forme di uso comune del linguaggio; questi sono convinti che la inesauribile ricchezza della lingua quotidiana andreb­be persa con l’applicazione schematica degli strumenti logico-mate­matici al linguaggio.

Con l’espressione «filosofia analitica»  si è soliti indicare una costel­lazione di autori e orientamenti differenti, accomunati dalla centrali­tà che viene assegnata allo studio del linguaggio.
Per la filosofia analitica infatti la maggior parte dei problemi filoso­fici deriva da un «cattivo uso» del linguaggio; questi problemi «pos­sono essere risolti riformando il linguaggio, oppure ampliando la conoscenza del linguaggio che usiamo». La filosofia analitica si è sviluppata nei paesi di lingua e cultura anglosassone, prima in In­ghilterra e poi, nel secondo dopoguerra, negli Stati Uniti.
La filosofia analitica nasce tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento quando il logico Gottlob Frege avvia la cosiddetta «svolta linguistica» della filosofia, identificando il metodo della filo­sofia con l’analisi del linguaggio.
 
L’articolo Confutazione dell’idealismo (1903) del filosofo inglese Georg Moore, insieme al Tractatus logico-philosophicus (1921) di Wittgenstein, possono essere considerati come i testi di riferimento di tutta la fi­losofia analitica novecentesca. 
 
Un secondo riferimento fondamentale è il programma antimeta­fisico dei neopositivisti logici viennesi e berlinesi, il cui obiettivo di co­struzione di una filosofia scientifica, viene condiviso dei filoso­fia anglosassoni, tra cui Ayer. Per i neopositivisti la logica formale è lo strumento più significativo per espungere la metafisica dalla scien­za. Ne deriva che l’analisi logica è lo strumento più idoneo per indi­viduare i principi delle scienze, per dare rigore e coerenza al lin­guaggio comune.
 
La filosofia analitica intende superare il tradizionale dualismo tra cultura umanistica e cultura scientifica, cercando di costruire una fi­losofia come sapere rigoroso.
 
Alla filosofia viene assegnata una funzione di chiarificazione concettuale, finalizzata all’esame dei problemi posti dal linguaggio. Molti analitici, ispirandosi a Russel e al Tractatus di Wittgenstein, aspirano a costruire una filosofia scientifica a cui assegnano il com­pito di costruire un linguaggio ideale (ideal-linguisti). Richiamandosi a Moore e al cosiddetto «secondo Wittgenstein», altri analisti porgo­no attenzione alle forme di uso comune del linguaggio; questi sono convinti che la inesauribile ricchezza della lingua quotidiana andreb­be persa con l’applicazione schematica degli strumenti logico-mate­matici al linguaggio.

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