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Il Circolo di Vienna

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Il Circolo di Vienna

L'esperienza del cosiddetto circolo di Vienna, spesso indicato anche come il motore della filosofia neopositivista, si sviluppa a partire dagli anni Venti del XX secolo nella capitale austriaca. Vienna è un terreno particolarmente adatto per lo sviluppo del nuovo movimento, sia per l’atmosfera politica e culturale che vi prevale, aperta alle idee del liberalismo e del socialismo, sia per l’ostilità diffusa nei confronti dell’idealismo.
L'obiettivo dichiarato del Circolo di Vienna non è semplicemente sviluppare una certa filosofia della scienza ma creare una visione complessiva della vita e del mondo a base scientifica, in aperta polemica con le altre visioni del mondo, a base teologica o metafisica, che vengono dichiarate «prive di senso». I suoi membri sognano di costruire una Einheitswissenschaft, cioè una «scienza unificata» (non a caso infatti la maggior parte dei membri del circolo si è formata nell’ambito delle discipline scientifiche), basata su un rigido metodo empirico capace di comprendere in sé, nella sua totalità, tutte le conoscenze fornite dalle singole discipline scientifiche e sull'analisi logica delle proposizioni delle scienze.

Il fondatore del gruppo è Moritz Schlick (1882-1936), insieme a Rudolf Carnap (1891-1970), Hans Reicenbach (1891-1953) e Otto Neurath (1882-1945). Alle riunioni del gruppo parteciparono personaggi del calibro del matematico Hans Hahn, i logici Kurt Goedel e Alfred Tarski, i filosofi Alfred Ayer e Willard Quine. Un momento di svolta nella storia del movimento si ha nel 1936, alla morte di Schlick: il gruppo si disperde e a causa delle persecuzioni razziali molti emigrano in Gran Bretagna e Stati Uniti sta­bilendosi nelle maggiori università d'oltreoceano e dando vita alla cosiddetta filosofia analitica.


Una curiosità è che nell’Austria distrutta dalla guerra questi filosofi non si ritrovano in università, ma nei caffè di Vienna. I caffè della capitale austriaca infatti sono molto diversi da quelli italiani: si tratta di luoghi eleganti, molto grandi, in cui è possibile passare l’intera giornata. Hanno spesso dei separé che garantiscono l'intimità dei loro occupanti e mettono a disposizione degli avventori non semplici sedie, ma poltrone e spesso divani. In questi caffè ci sono spesso a disposizione molti giornali ed è normale per uno studente universitario di Vienna passarvi tutta la giornata a studiare.


Il criterio di demarcazione

La scoperta delle geometrie non euclidee e la teoria della Relatività di Albert Einstein avevano fortemente incrinato la visione tradizionale della scienza come sapere progressivo (cioè capace di crescere senza interruzioni) e potenzialmente onnicomprensivo (ossia in grado di raccogliere in una prospettiva unitaria la totalità della vita umana e dell'universo stesso: un obiettivo magari non ancora raggiunto oggi, ma sicuramente raggiungibile in futuro, secondo i filosofi di questa corrente). I pensatori del Circolo di Vienna quindi vogliono prima di tutto restaurare la convinzione che la scienza (intendendo con ciò la scienza empirica e sperimentale) deve essere considerata come l’unica forma valida di conoscenza umana: tutto il resto è sentimento, che come tale non può dare origine a nessuna conoscenza valida. Questa intuizione viene portata alle estreme conseguenze.

Il primo bersaglio dei neopositivisti è l'eliminazione completa dal campo del sapere autentico della metafisica, accusata di creare solo confusione utilizzando le parole in modo scomposto e incontrollato: celebre lo sprezzante giudizio di Carnap su Essere e tempo, la più importante opera di Martin Heidegger (un filosofo contemporaneo a Carnap), paragonata a una sinfonia di Mozart per capacità (o meglio, incapacità) di mostrare la verità ma di gran lunga inferiore ad essa da un punto di vista estetico. Assai significativo per i neopositivisti è il riferimento al pensiero di Ernst Mach (1838-1916), secondo cui è sempre presente il pericolo di una deriva «metafisica» dentro e dietro le teorie scientifiche.
Lo scopo del Circolo di Vienna è quindi prima di tutto quello di definire un rigoroso criterio di demarcazione tra gli enunciati «metafisici» (che sono privi di valore) e le proposizioni «genuinamente scientifiche», che invece forniscono conoscenza. Per questo è fondamentale la distinzione operata da Reichenbache tra il «contesto della scoperta» (che deve essere studiato solo da un punto di vista storico e psicologico e non ha nulla a che fare che con la filosofia) e il «contesto della giustificazione» che invece deve essere affrontato solo da un punto di vista logico.
All'interno di questo secondo momento, le procedure fondamentali del metodo scientifico pos­sono e devono essere espresse da algoritmi formali che mettano in correlazione le osser­vazioni empiriche con le proposizioni teoriche (che devono spiegare le osservazioni stesse): la «razionalità» delle scienze naturali risiede esattamente nel lo­ro conformarsi a questo insieme di procedure formalmente valide.


Il principio di verificazione

Al fine di costruire un empirismo senza metafisica, il neopositivismo ricorre alla logica formale, attraverso la quale ci si propone la costituzione di un linguaggio scientifico logicamente perfetto. L’uso della logica consente di eliminare come privi di senso problemi ed enunciati metafisici e di chiarire il significato di concetti e proposizioni della scienza, mostrando il loro contenuto empirico.

La prima e più semplice categoria di proposizioni dotate di senso, e che perciò possono e devono essere ammesse nella scienza, sono le proposizioni analitiche in senso kantiano, quelle cioè in cui il predicato è contenuto nel soggetto (per esempio, «tutti i mariti sono sposati») e si risolvono quindi in tautologie. Le proposizioni matematiche rientrano in questa categoria (altrimenti si sarebbero dovute espellere dall'insieme delle proposizioni scientifiche, in quanto non verificabili empiricamente).
Tuttavia la scienza non può ridursi alle tautologie. Il grosso delle sue affermazioni invece riguarda il mondo, e per garantirne il significato bisogna seguire un altro metodo: quello basato sul principio di verificazione. In base a questo principio una proposizione si può ritenere scientifica (e quindi autentica) quando e solo quando è verificabile, ossia quando è possibile ricondurre tutti i suoi termini a una esperienza diretta ed empiricamente constatabile (attraverso adeguati esperimenti).

La tesi kantiana secondo la quale la scienza si baserebbe su giudizi sintetici a priori viene invece respinta perché la Teoria della Relatività ha mostrato che la geometria euclidea, considera una rappresentazione "vera" del mondo fisico e basata appunto, secondo Kant, su giudizi sintetici a priori, in realtà fosse sbagliata (ossia non fosse affatto la descrizione adeguata dall'universo nella sua totalità).

I neopositivisti si sforzano di applicare il principio di verificazione in modo sistematico. Tutto quello che non rientra in questo canone non è scientifico e quindi non è considerato conoscenza autentica.

Si tratta di un programma riduzionistico dato che esige che le asserzioni dotate di significato da un punto di vista conoscitivo siano esclusivamente quelle relative ai dati di esperienza, ossia «riduce» il campo della sensatezza a quello della esperienza empirico.

Le uniche proposizioni che ammettono nel campo scientifico inizialmente sono quelle «atomiche», ossia le più semplici proposizioni possibili cui corrispondono stati di cose altrettanto semplici. Le «proposizioni-atomo», in altre parole, devono rispecchiare i dati immediati e semplici dell'esperienza. Quello che l'esperimento scientifico mostra viene descritto nel cosiddeto «protocollo», ossia la proposizione elementare che viene formulata dallo scienziato di un determinato ambiente culturale (per esempio: «Lo scienziato X, nel luogo z e nel momento t, osserva che....).

L'evoluzione del principio di verificazione porta però i filosofi del Circolo di Vienna a una specie di «suicidio teoretico».
Prima di tutto, il principio di verificazione non è infatti a sua volta verificabile e quindi vuol dire che non è scientifico. Tutta la scienza si basa quindi su qualcosa che a sua volta non è scientifico e questo significa che tutto il sapere scientifico non è fondato.
In secondo luogo, se anche non si volesse tenere conto di questo problema (per esempio accampando una differenza qualitativa tra il fondamento della scienza e il resto della scienza), resterebbe il fatto che la verificazione empirica di una legge scientifica, nel senso inteso dal Circolo di Vienna, è impossibile. Infatti, per verificare davvero una teoria sarebbe necessario controllare empiricamente che essa si realizza in tutti i casi possibili e per fare questo servirebbe un numero infinito di esperimenti. Proprio per il rifiuto di indebite generalizzazioni, infatti, gli empiristi logici devono ammettere che non esiste alcuna certezza scientifica che quello che è accaduto fino ad ora accadrà anche nel prossimo esperimento.
L'empirismo logico del Circolo di Vienna quindi si spegne lentamente negli anni Trenta.

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