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Un approfondimento sulla gnoseologia agostiniana

La ricerca della verità è un paradosso, che Agostino ha vissuto sulla propria pelle e che ricalca le osservazioni che aveva già fatto Platone. Chi ignora la verità, infatti, non sa neppure di essere ignorante e quindi neanche si mette alla sua ricerca. Peggio ancora: chi ha già una certa concezione della realtà, ma sbagliata, sembra non avere nemmeno la possibilità di muoversi alla comprensione della visione corretta delle cose. «Chi è contro la verità non può comprenderla per il fatto stesso che le è contro» [Sciacca, 152]

«Caret autem stultus sapientia; non igitut novit sapientiam»[Agostino, De Utilitate Credendi, 13.28] La sapienza, infatti, sarebbe proprio ciò di cui la persona ha bisogno per comprendere prima di tutto di essere ignorante, e poi per avviarsi al processo di comprensione della verità. Quindi «chi si trova nell'errore, chi possiede un sapere che non è un vero sapere, per inerzia di mente o perché questa è come bloccata dalle sue attuali condizioni, difficilmente si libera dall'errore e si affida alla guida di chi dall'errore stesso potrebbe tirarlo fuori»[Sciacca 153].
Perciò la ricerca della verità è prima di tutto un fatto etico: «non dall'esterno, dai ragionamenti degli altri, può venirci la verità, ma dall'interno, dalla trasformazione che siamo capaci di realizzare in noi, in modo da modificare la nostra interiore disposizione»[Sciacca 154].
È una esigenza morale che suscita la ricerca della verità, e non il contrario: ossia, non può essere una verità cercata solo astrattamente e a parole a modificare il modo di esistere di una persona.

La filosofia in Agostino è profondamente religiosa perché la conoscenza di sé implica la conoscenza di Dio e viceversa: «Deus intimior intimo meo», [Agostino, Confessioni III, 6] Dio è qualcosa di talmente originario e profondo da rappresentare la struttura portante della mia coscienza, l'orizzonte senza il quale non sarebbe possibile per la coscienza neppure iniziare a esistere.

Il centro dell'essere dell'uomo è la mens, più che l'anima: «non igitur anima, sed quod excellit in anima mens vocatur» dice Agostino nel De Trinitate [15, 7, 11].
La mens, che è e rimane sempre qualcosa di unitario, agisce come memoria e conoscenza in tre forme:

  • conoscenza e memoria delle realtà sensibili (dimensione della esteriorità),
  • conoscenza e memoria di sé (dimensione della interiorità) 
  • conoscenza e memoria di Dio (dimensione trascendente)


Il suo modo di essere pù alto è l'intellectus che è la capacità di cogliere le essenze delle cose.
Accanto a mens e intellectus un ruolo chiave è giocato dalla voluntas, che orienta il desiderio e può fare in modo che le cose conosciute e vissute siano anche amate

Tutto in Agostino procede per triadi: la presenza continua anche se non esclusiva di strutture composte di tre elementi è una traccia e un'eco della derivazione dell'uomo da Dio, che secondo la teologia cattolica è appunto uno e trino.
Questo è vero a partire dalla conoscenza sensibile, nella quale Agostino distingue res, visio e intentio.
La res è l'oggetto colto dai sensi, la cui esistenza è indipendente dal fatto di essere conosciuta o meno, mentre la visio è la forma impressa dall'oggetto esterno nell'organo di senso corporeo, ossia il cambiamento provocato nel corpo dell'uomo dalla esposizione all'oggetto esterno che agisce su di esso. Tuttavia perché esista la conoscenza sensibile in senso stretto è necessario un terzo elemento, la intentio, ossia «ciò che tiene lo squardo centrato sull'oggetto percepito, per il tempo in cui lo percepiamo, cioè l'attenzione dell'anima» [De Trinitate, 11, 2,2]
lo stesso schema a tre componenti si ritrova nella memoria sensibile, che è una forma di conoscenza sensibile più spirituale. Quando infatti l'oggetto sensibile viene a mancare, continua a permanere una «memoriae similitudo», una immagine della realtà esterna conservata nella memoria e verso la quale deve rivolgersi la «interna visio», la visione interiore che riporta a consapevolezza appunto l'immagine mentale di ciò che abbiamo percepito in un momento precedente e che poi è uscito dall'orizzonte della nostra percezione. Anche in questo caso però è essenziale un terzo elemento, la voluntas dell'anima di rivolgere il proprio sfguardo interiore sul contenuto di memoria. È dall'unione di questi elementi che nasce il pensiero propriamente detto:
«Si produce così una trinità formata dalla memoria, dalla visione interiore e dalla volontà che unisce l'una all'altra. Quando questi tre elementi si uniscono in un solo tutto, questa riunione fa sì che questo tutto si chiami col nome di pensiero» [De trinitate, 11, 3, 6].
Esistono quindi complessivamente quattro species o forme:

  • il corpo esterno
  • l'immagine che si produce nel senso
  • la similitudine impressa nella memoria
  • la forma che si produce nel pensiero

A esse corrispondono due «visioni»: quella sensibile (tra l'oggetto e l'organo di senso) e quella razionale (tra l'immagine impressa nella memoria e il pensiero).
«la memoria è la misura del pensiero» [De trinitate, 11, 8 14]

Non tutte le conoscenze che l'uomo possiede derivano dai sensi, ma per quanto riguarda il rapporto col mondo i sensi sono necessari.

La mens è la capacità che l'uomo possiede di unire e separare le conoscenze ottenute in questo modo: «ratio è mentis motio, ea que discuntur distinguendi et connettendi potens» [De ordine, 2, 11, 30 , citato in Santi, 87] «La ragione, disnguendo e connettendo, forma un tessuto unitario di ciò che la discontinuità del sensoriale le presenta» [santi 87]

La mensperò non si limita a conoscere il mondo, ma cerca anche un significato totale ed esaustivo di ciò che ha conosciuto: la parte più alta e nobile della mente è l'intellectus, che è «lux mentis».

«La lux mentis può anche essere naturale e interiore, quando nella conoscenza di sé l'intelletto si coglie nell'attualità del suo essere esistente e si riconosce come natura vivente ed essente» [Santi 88]. è necessaria una «interna conversio» della mente che deve concentrarsi su di sé per scoprire cosa essa è realmente.
«La mente ama se stessa e nell'atto di amarsi si conosce come autocoscienza, si manifesta nella sua cosciena autentica; mente, conoscenza e amore formano la triade dell'autoconoscenza.... La mens genera la notitia sui o parola interiore, che è la presenza della coscienza a se stessa, l'atto mediante il quale la mens si conosce... L'interiorità, quindi, non è la conoscenza abituale o memoriale, non corrisponde all'aspetto gnoseologico della coscienza, ma a quello ontologico», ovvero quando Agostino parla di «memoria sui» non ha in mente il tipo di memoria abituale che sperimentiamo tutti i giorni quando diciamo per esempio di ricordarci quello che abbiamo fatto appena alzati al mattino. La «memoria sui» è invece il modo in cui la coscienza esiste: non come una «cosa immateriale» tra le cose materiali, ossia non come una realtà statica e ferma che però possiederebbe la caratteristica inaudita di essere invisibile e intangibile, ma come una attività che consiste nell'esser presente, nel manifestarsi a se stessa. Proprio questa sua caratteristica ontologica rende difficile coglierla, appunto perché non è «una cosa tra le cose» che si possa in qualche modo indicare.
La mens ha tre facoltà:

  • la memoria,
  • l'intelligenza come capacità di pensare e
  • la volontà come sintesi del desiderio e dell'amore.

«La memoria... è la stessa mens nella sua identità e nei suoi contenuti, mentre si distingue nelle sue relazioni tra conoscenza-comprensione e intenzionalità-volontà, come aspetti di un'unica sostanza che è la mens». Agostino applica continuamente e consapevolmente all'analisi antropologica il criterio trinitario ricavato dalla teologia: nell'uomo le tre facoltà sono distinte e possono essere indicate come realtà separate, ma in realtà sono una cosa sola, come secondo la teologia cattolica nell'unico Dio si distinguono le tre persone.

Una comprensione totale di Dio è impossibile
la memoria è il cuore della filosofia agostiniana della mente, in quanto «permanenza di ciò che è consciuto e generante di tutto ciò che viene pensato e detto «[santi 91]

 

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